“Apocalisse nel deserto” di Sebastião Salgado

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-Testo raccolto da Anais Ginori per Repubblica
Quando c’è stata la prima guerra del Golfo molti fotografi si occupavano di seguire il conflitto nel quale, a dire il vero, non c’erano molti combattimenti. A me interessava altro. Ero rimasto colpito dalle immagini dei pozzi di petrolio incendiati da Saddam Hussein durante la ritirata dal Kuwait. Mi trovavo in Italia in quel periodo, tra i pescatori della Sicilia per un lavoro sulle tonnare. Proposi al New York Times di aspettare la fine del conflitto e andare in Kuwait accompagnando le squadre di tecnici mandati per spegnere quei giganteschi incendi, oltre seicento pozzi di petrolio fuori controllo in mezzo al deserto. Allora si parlava già della più grande catastrofe naturale provocata dall’uomo. A fine marzo sono partito, noleggiando una macchina in Arabia Saudita. Non appena sul posto, a Kuwait City, mi hanno proposto di andare alla frontiera con l’Iraq. C’era ancora l’esercito americano con le forze di coalizione. La mia storia non era la guerra, ma un’altra battaglia in corso. Volevo andare nel deserto tra quelle immense colonne di fumo e raccontare come un manipolo di uomini tentava di fermare quella catastrofe scatenata da Saddam Hussein.Schermata 2017-10-20 alle 17.42.40
La capitale era completamente vuota. Tutti erano scappati. Avevo preso residenza nell’unico albergo rimasto, non si poteva chiudere la porta della stanza, tutti gli infissi erano rotti. A me non dava alcun fastidio, non ho mai avuto problemi né subito furti. Eravamo pochi fotoreporter in quel momento. Ogni mattina salivo in macchina per andare verso il fuoco. A quaranta chilometri da Kuwait City c’era la distesa di pozzi di petrolio in fiamme. Era uno scenario impressionante. Il cielo era nero, faceva buio anche di giorno. A terra, catrame ovunque. Era difficile capire dov’erano le strade, in quale direzione procedere. Erano scomparse le poche tracce d’umanità nel paesaggio. All’epoca non c’era il Gps, dovevo muovermi guardando la bussola. Cercavo dei punti di riferimento nel deserto per non perdermi, come un carro armato sovietico abbandonato o un camion distrutto da una bomba. Ero quasi sempre solo, raramente si incontravano altre automobili. Dopo una settimana incominciavo ad orientarmi. Un amico fotografo che era stato qualche giorno con me aveva lasciato in macchina una cassetta con un’unica canzone ripetuta dodici volte, I just call to say I love you di Stevie Wonder. Era una canzone che evidentemente amava molto. Cominciai a sentirla in continuazione anche io mentre guidavo con prudenza sotto al cielo nero.Schermata 2017-10-20 alle 17.42.40
Nel deserto c’erano ancora mine inesplose. Alcune zone erano impregnate di carburante e potevano prendere fuoco da un momento all’altro. Ho incontrato un soldato a terra, mummificato, uccelli che non potevano più volare a causa del catrame sulle ali, cammelli moribondi: sono gli animali più resistenti nel deserto ma avevano incamerato greggio nelle sacche dove di solito raccolgono acqua. Un giorno ho seguito un muro arrivando fino a un grande portone. Ho sfondato l’ingresso con il mio fuoristrada. Mi sono trovato all’interno di quella che un tempo era la residenza della famiglia reale. Doveva essere stato un paradiso. Nella corte del palazzo vagavano cavalli purosangue abbandonati, magrissimi, senza più cibo, costretti a mangiare foglie incatramate. Avevo allertato alcune associazioni su questi animali abbandonati. Erano venuti dei veterinari. Avevano fatto i test del sangue: i cavalli erano tutti malati di leucemia. Sono stati tutti abbattuti. Alla fine sono rimasto in questo inferno una quarantina di giorni, ascoltando sempre la canzone di Stevie Wonder. Era diventata un’ossessione. L’operazione per spegnere tutti i pozzi si chiamavaOperation Desert Hell. Ho visto tante catastrofi naturali ma in questo caso c’era una forma di spettacolo. Uno spettacolo terrificante ma anche affascinante. Colonne di fumo e in mezzo un fascio di luce. Sembrava di stare in un teatro a grandezza naturale. Lo spettacolo dell’Apocalisse. I miei vestiti erano coperti di fuliggine. Lavoravo spesso con la maschera sul viso. Schermata 2017-10-20 alle 17.42.24Sono
riuscito a trovare una squadra di tecnici che veniva dal Texas e dal Canada per occuparsi di spegnere i pozzi. Era un lavoro difficile, molto pericoloso, con un caldo micidiale. Utilizzavano l’acqua di mare. Una volta domate le fiamme, dovevano riparare la copertura dei pozzi di petrolio che erano stati completamente deformati dal calore. C’è voluto quasi un anno per eliminare tutti i focolai provocati da Saddam Hussein. Senza l’intervento di quei tecnici gli incendi sarebbero potuti durare anche tre, quattro anni. Il mio lavoro è dedicato a loro. Sono tra gli eroi di questa guerra. Hanno combattuto sulla trincea del fuoco, pagando un prezzo importante, con malattie e handicap. Io stesso ho perso parte del mio udito nei quaranta giorni passati in Kuwait. Il rumore dei pozzi era assordante, sembrava di stare dentro a un reattore. Eppure nel momento in cui sarei dovuto partire, ho deciso di restare un giorno in più. E poi ancora un altro giorno. Non trovavo la forza di andarmene. Sapevo che non avrei mai più rivisto uno spettacolo del genere. Non sono mai più tornato in Kuwait. Qualcuno mi ha detto che i laghi dei petrolio sono ancora in mezzo al deserto. All’epoca le fotografie sono state pubblicate dal
New York Times.
Qualche scatto è stato inserito nel libro
La mano dell’uomo.
Subito dopo sono tornato in Italia per concludere il mio servizio sulle tonnare. Poi ho fatto tanti altri viaggi. Ho smesso di pensarci. Gran parte del mio lavoro sul Kuwait è rimasto in fondo ai cassetti. L’anno scorso, quando mi sono rotto il ginocchio durante un lavoro in Amazzonia, ho passato tanto tempo tra casa e ospedali. Ho ripreso gli scatti del Kuwait, ne ho fatto un libro e una mostra. Il novanta per cento delle immagini non è mai stato visto. Sono scatti completamente inediti. Anche se si tratta di fotografie di oltre venticinque anni fa, penso che sia un lavoro che parla al presente. Ho settantatré anni e, anche se non posso più correre come un ragazzino in giro per il mondo, sento il dovere di contribuire al risveglio delle coscienze.
Sebastião Salgado
Fotografo
Nato a Aimorés, in Brasile, nel 1944, studia economia. Durante gli anni Settanta, viaggia in Africa per conto dell’Organizzazione Mondiale del Caffè che ispira il suo futuro lavoro da fotografo. Tra i suoi lavori: La mano dell’uomo e Genesi

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