Matteo Bussola: Il fumetto? “Mi manca terribilmente”

da Robinson, inserto Cultura della Domenica di Repubblica

L’ETÀ DEL FUMETTO
di Matteo Bussola
Ho cominciato a disegnare fumetti professionalmente a trentacinque anni. A scrivere a quarantacinque. Prima, i fumetti li leggevo e basta. Li leggo da che ho memoria, perché il fumetto sono io. Ogni bambino introverso salvato da una pagina di Daredevil disegnata da Gene Colan o di Tex di Giovanni Ticci o di Video Girl Ai di Masakazu Katsura — o aggiungere a piacere — sa perfettamente cosa intendo.
Se l’infanzia è il luogo geometrico delle cose che accadono per la prima volta, il fumetto è sempre stato il mio punto, ciò attorno a cui gravitava il resto. Tutti i fumetti lo erano. Ho sempre saputo che un giorno sarebbero diventati il mio lavoro, con quella convinzione che hanno tutti i bambini quando dichiarano cosa faranno da grandi. Ho solo preso una rincorsa molto lunga, perché se amare i fumetti è facile, imparare a farli è difficile.
Lo è perché il fumetto è un linguaggio complesso, formato da testo più immagine, in proporzioni variabili. Può esserci più testo e meno immagine, più immagine e meno testo, fino ad arrivare agli estremi di fumetti fatti da solo disegno o da sole parole. Com’è possibile? Lo è perché a definire il fumetto non è quello che c’è, ma soprattutto quello che non c’è. Il fumetto accade nello spazio bianco tra una vignetta e l’altra, nel non disegnato, nel non scritto, in quella parte che ciascuno deve costruire, dunque visualizzare, nella sua testa, nello spazio che ogni autore lascia libero affinché ogni lettore lo abiti a piacimento. A modo suo. Questa capacità di raccordo prima impari ad attivarla e più facile è che ti rimanga attaccata, ecco la ragione per la quale tutti gli appassionati, se chiedi loro di raccontare com’è cominciata, fanno risalire il virus del fumettismo all’infanzia.
I fumetti hanno accompagnato la mia crescita e continuano a farlo. Ho cominciato con Topolino, come quasi tutti. La voglia di raccontare storie, la scoperta del disegno come possibilità non solo espressiva ma narrativa, che poi si è allargata lentamente ad altre letture, altre scoperte, è partita da lì. Poi sono arrivati i supereroi della Corno, vero spartiacque, i primissimi manga pubblicati in Italia dalla Fabbri editore, fra i quali Candy Candy, Lady Oscar e Georgie. La folgorazione di Zagor prima seguita da quella di Mister No.La rivoluzione di Ken Parker. Al contempo c’erano i fumetti cosiddetti “ d’autore”: mio padre era amico di Milo Manara e in casa circolavano il volume de Lo Scimmiotto e il primo libro di Giuseppe Bergman.Durante l’adolescenza cominciai a comprare Corto Maltese, L’Eternauta e soprattutto Comic Art eFrigidaire che fecero esplodere l’ammirazione incondizionata per Andrea Pazienza, in seguito l’amataNova Express, tutte riviste che al tempo raccoglievano il meglio del comicdom mondiale. Ma nella mia percezione erano fumetti come gli altri, non esistevano fumetti “alti” o “bassi”, per ragazzi o per adulti, era fumetto e basta. Mi sfuggiva il senso dell’annosa distinzione tra fumetto “popolare” e fumetto “d’autore”, visto che i fumetti, da quel che ne sapevo, erano sempre fatti da qualcuno, dunque un autore ci doveva essere per forza. L’impressione era che questo distinguo ( mal) celasse una specie di complesso di inferiorità.
A un certo punto, scoprii che i grandi maestri questa distinzione non la facevano. Hugo Pratt si definiva un “ fumettaro”, Sergio Toppi un artigiano, oggi Gipi rivendica il suo “ fare fumetti” ogni volta che tentano di appiccicargli addosso l’etichetta di graphic novelist, Zerocalcare definisce spesso i suoi lavori “ disegnetti”. Non è una questione di finta umiltà, o di schermirsi, ma la piena consapevolezza che il fumetto non deve vergognarsi delle sue origini povere, di essere un linguaggio essenziale che non ha bisogno di effetti hollywoodiani, di nascere su cartacce di giornale e, al suo grado zero, prende vita semplicemente da una buona idea, un’immaginazione allenata, un foglio bianco e una matita. Proprio per questo richiede una preparazione tecnica lunga e difficile, un apprendistato che dura tutta la vita.
Il fatto è che la parola “fumetto” sembra un diminutivo, e questo innesca in alcuni il desiderio di doverlo nobilitare, metterlo meglio a fuoco. È, in effetti, un termine che identifica un linguaggio solo attraverso la nuvoletta che contiene le parole. Le parole sono parte dei fumetti ma, quella che li definisce, non accenna al fatto che i fumetti sono anche disegnati. In Spagna i fumetti si chiamano historietas, ovvero “storielle”, in Francia si chiamano bandes dessinées — strisce disegnate — mettendo in questo caso l’accento più sul disegno, e per niente sui testi, in Giappone manga — letteralmente: disegno senza uno scopo, nel senso di leggero, privo di importanza — negli Stati Uniti comics, sottintendendo che i fumetti siano per lo più umoristici, cosa che costituisce un’enorme forzatura, per usare un eufemismo. Da quest’ultima definizione deriva l’espressione lucchese che, durante “Lucca Comics&Games”— la più grande fiera del settore che si aprirà mercoledì prossimo nella cittadina toscana — descrive i giorni della fiera come “l’arrivo dei comici”.
Ma è proprio questa impossibilità di definire appieno il fumetto, questa sua specie di imprendibilità, lo sfuggire alle catalogazioni, il suo essere sottovalutato, perfino i pregiudizi che da sempre subisce, a essere il suo punto di forza. Sono ciò che ha dato ai fumetti la capacità di muoversi fuori dai radar della cultura “ufficiale”, sottotraccia, sviluppando la capacità di anticipare temi e tendenze e l’attitudine ad arrivare alla gente in maniera trasversale. Il che non significa che, oggi, non si debbano salutare con entusiasmo le attenzioni che sta ricevendo e i riflettori puntati, vuol dire solo ricordarsi che il fumetto è giunto fino a qui per la potenza espressiva delle opere, e non grazie alle etichette. Che non riusciranno a cambiarlo, nemmeno stavolta.
Fra tre giorni partirò per la fiera di Lucca, ci vado tutti gli anni. Adesso che mi capita più di scrivere che di disegnare, succede che amici e colleghi mi chiedano se mi manchi il fumetto. Non mi manca perché è sempre accanto a me, soprattutto quando scrivo. Allo stesso tempo, mi manca terribilmente, ma mi manca come ti manca l’amore, anche quando ce l’hai proprio lì a portata. Mi manca perché ho il timore di perderlo. Ho paura che mi abbandoni.
Proprio come con l’amore, l’unica cosa che puoi fare è stare lì, tutti i giorni, accettare anche i momenti di silenzio in cui ti sembra che non stia succedendo niente. Quel silenzio è solo ciò che prepara il tuo meglio.
Quell’attesa è solo ciò che testimonia il tuo amore. È il vuoto tra una vignetta e l’altra mentre costruisci il tuo sguardo, progetti l’azione, prendi la rincorsa per il prossimo passo, quello spazio bianco è il luogo dove accadono tutte le storie del mondo. Anche la tua.

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