“Quei terroristi in cerca di una santificazione” di MASSIMO RECALCATI La morte diventa, paradossalmente, una “prova di amore di sé”, un “rapporto diretto con Dio” che “realizza una sorta di godimento assoluto”.

Cosa spinge a dare e a darsi la morte? Perché credere che il sacrificio della vita dia diritto alla salvezza? Un saggio di Marco Belpoliti
 
In questa raccolta di brevi articoli dal titolo Chi sono i terroristi suicidi (Guanda), Marco Belpoliti scava nel campo osceno e inquietante del fenomeno del terrorismo islamico. La domanda di fondo che lo guida non è affatto scontata. In essa risuona drammaticamente l’interrogazione posta di fronte all’atrocità della barbarie totalitaria della Shoah: come è stato possibile? Perché lo hanno fatto? E, soprattutto, questi assassini crudeli, spietati, privi appunto di ogni forma di pietas, sono ancora uomini? Fanno ancora parte della razza umana? È questa una delle chiavi di lettura che unifica più in generale il lavoro intellettuale di Belpoliti, studioso di letteratura, con quello dell’osservatore critico dei fenomeni della violenza estremista come si realizza in almeno altri due suoi contributi importanti; prima fra tutte la monumentale biografia dedicata a Primo Levi ( Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015) e, in secondo luogo, la sua riflessione sulla stagione del terrorismo in Italia ( L’età dell’estremismo, Guanda 2013).
Un primo snodo cruciale di questo libro riguarda il rapporto tra la vocazione sacrificale e omicida dei terroristi e la loro giovinezza. Sì perché non dovremmo mai dimenticare che sono ragazzi, giovani, talvolta bambini, vite che non hanno ancora raggiunto l’età adulta, che non hanno ancora costituito una famiglia, quelle che si martirizzano uccidendo e uccidendosi nel nome della Causa. Non si tratta di un semplice cliché sociologico che dovrebbe acquietare le nostre coscienze del tipo: «Sono giovani e non sanno quello che fanno». Tutt’altro: Belpoliti non rinuncia a porre questo tema scabroso perché sa bene che esso riguarda da vicino le nostre vite. Per un verso la giovinezza è sempre spaesata, smarrita, in cerca di sicurezze che non trova. Per questa ragione il miraggio offerto dalla radicalizzazione riconduce, come mostra bene lo psicoanalista francese di origini mussulmane Beslama, alla necessità di radicarsi, di trovare un’identità solida. Belpoliti sa bene che la nostalgia dell’identità, del suolo, della radice ha animato i fantasmi più terrificanti del totalitarismo novecentesco che il suo Primo Levi ha descritto con lucida disperazione. Ma — insiste la domanda — i giovani cercano la libertà o la sicurezza che li esenti dal suo rischio? Vanno verso la libertà o fuggono dalla libertà? Ripeto, non è affatto una domanda scontata. La libertà contiene sempre delle insidie. Lo spirito del terrorismo si fonda sulla rinuncia delle insidie della libertà e su di una piena sottomissione. Nondimeno in questa sottomissione cieca alla Causa si manifesterebbe la loro suprema libertà. È il punto che accomuna il giovane terrorista all’anoressica: l’assoggettamento ad un Ideale inflessibile è la forma più alta della libertà. Ma, ragiona Belpoliti, non è proprio di questo Ideale assoluto — dell’Ideale assoluto della Causa — ciò di cui avvertiamo in Occidente la mancanza? Lo spirito del terrorista trova nel tra tran ordinario e senza desiderio delle nostre vite il suo contrario o il rovescio di una stessa medaglia? Non è forse solo la passione per un ideale che può renderci “sanamente eccessivi” e svegliarci dal sonno del conformismo?
Una seconda traccia proposta dal libro è quella del rapporto con la morte proprio dei giovani terroristi. Qui si gioca una terribile astuzia che Belpoliti evoca attraverso Camus: sacrificare la vita per una Causa comporta il diritto alla propria salvezza. È un fantasma tremendo che appartiene ad ogni forma patologica della religiosità sacrificale. Il rimborso che attende chi sacrifica la propria vita è sempre sovrabbondante: se questa vita non è nulla, l’altra, quella ottenuta nell’aldilà, dovrebbe finalmente realizzarla pienamente. La volontà di uccidere di questi giovani, nota Belpoliti, si mescola alla loro volontà di morire. È la dinamica del martirio che però, in questo caso, implica sempre la morte di vittime innocenti. Ma uccidere vittime innocenti mentre ci si uccide è la manifestazione di una insufficienza narcisistica o è una sua folle amplificazione? Davvero il terrorista è servo della sua Causa o non piuttosto colui che si serve della Causa per trasformare la propria vita da una nullità insignificante in quella di un eroico giustiziere inviato da Dio? I terroristi islamici sono degli sradicati o figure che coltivano un “ideale incrollabile di superiorità?”.
La santificazione islamica del martirio, diversamente da quella cristiana, esige la lotta attiva e militante contro l’infedele. Non si limita alla consegna passiva di se stessi al sacrificio. Per Belpoliti la spinta suicidaria non può essere compresa se non all’interno di un “paradigma vittimario”: diventare una vittima, sacrificarsi alla Causa, nobilita la propria vita di fronte agli occhi della propria comunità di appartenenza. La morte non è più ciò che limita la nostra vita ricordandoci la nostra estrema insufficienza e vulnerabilità, ma diventa l’occasione per la sua massima esaltazione. La morte diventa, paradossalmente, una “prova di amore di sé”, un “rapporto diretto con Dio” che “realizza una sorta di godimento assoluto”.

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