Giuda Il figlio ribelle che tradì le leggi del Padre di MASSIMO RECALCATI

 da RepubblicaSchermata 2017-11-04 alle 08.42.36

IL LIBRO
La gloria
di Giuseppe Berto ( Neri Pozza, pagg. 199, euro 16) Sopra, Cimabue: Il bacio di Giuda
Nel suo romanzo più conosciuto e fortunato, intitolato “Il male oscuro”, pubblicato nel 1964, Giuseppe Berto (1914-1978), scrittore scomodo e scontroso, pone al centro della scena di quella sorta di tormentata autobiografia psicoanalitica, come si legge sin dalle prime righe, la sua «lunga lotta con il padre». Un padre esigente e padronale, espressione di una Legge sacrificale e inflessibile, schiaccia il figlio sotto il peso di una colpa antica, quella di non aver mai corrisposto alle sue attese, di essere stato una delusione cocente. Questa colpa è destinata a dilatarsi smisuratamente quando il figlio, diventato ormai un uomo adulto, abbandona il padre
ammalato di un tumore allo stomaco («tremenda montagna di morte»), in preda ad atroci dolori che lo condurranno nel regno dei morti. Ed è proprio da questa drammatica scena di tradimento che sembra ricominciare l’ultima opera di Berto, pubblicata nel 1978, l’anno della sua morte. Si tratta de La gloria,appena riproposta ai lettori da Neri Pozza. Al centro una rilettura visionaria della figura di Giuda, il discepolo che tradisce Gesù — il suo Rabbi — consegnandolo al supplizio della croce.
Come non vedere qui dipanarsi una prima identificazione? Berto è Giuda, il figlio che tradisce. Non è forse Giuda il figlio che anziché accompagnare il maestro al suo destino cruento lo abbandona cospirando per la sua morte? Giuda guarda Gesù con sospetto. Il dubbio lo attanaglia, lo frusta: è davvero il figlio di Dio o è solamente un orribile mentitore? La promessa della vita eterna è unagrazia autentica o una impostura?
Il Giuda di Berto, come il protagonista del Male oscuro, è una figura umanissima del tormento. Innanzitutto il suo dubbio inquieto corrode il mistero della fede: non esiste fede capace di fare esistere una Verità assoluta, priva di incertezze e tentennamenti. «Dove è l’Eterno, c’è davvero un Eterno o c’è solo un infinito vuoto?… L’Eterno non poteva insistere che nel suo smisurato silenzio… Dov’era la presenza dell’Eterno?». Ma il suo tormento dubbioso incenerisce soprattutto il rapporto che unisce il figlio al padre. Chi è un padre? Cos’è un padre? Qual è la verità della Legge del padre? Ecco la domanda che dal Male oscuro discende martellante sino a La gloria. Nello sguardo di ogni bambino, come scriveva freudianamente Berto nell’opera del ‘64, «il padre era stato una divinità onnipotente e lontana e in seguito diviene un poveraccio che mi rompeva l’anima con le sue pretese». Nell’ultimo romanzo questo disincanto ritorna intatto attraverso Giuda travolgendo la figura di Gesù.
Anche Giuda, come il bambino che giocava teneramente sulle gambe del suo adorato papà, viene in un primo tempo catturato dal carisma di Gesù: «Aveva qualcosa che partiva più lontano di lui e arrivava più lontano di noi», pensa. La devozione del discepolo maledetto a Cristo è una prima faccia — quella idealizzante e non ostile — del complesso edipico che anima l’amore infantile per il padre: «M’ero offerto di morire per Te, in qualsiasi momento Tu me l’avessi chiesto avrei mantenuto, spesso sognavo che me lo chiedessi all’istante per provarTi la mia dedizione…».
Eppure — ed ecco apparire la seconda faccia, quella negativa, della medaglia — Giuda non resiste al tarlo del dubbio. E se fosse un narcisista, qualcuno che pensa più alla propria luce che a quella del mondo? Se i suoi prodigi non fossero altro che trucchi? Agli occhi di questo Giuda dilaniato anche la resurrezione di Lazzaro «fu una ponderata, fredda, scenografica ciurmeria». Se, dunque, Gesù non rilascia quei segni che il discepolo ricerca ansiosamente, i quali scongiurerebbero il terrore della vacuità del mondo, se — come accade al più contemporaneo ma non meno tragico Young Pope di Sorrentino — la domanda «dov’è Dio, dov’è l’Eterno?» resta senza risposta, allora meglio morire che vivere. È l’identificazione finale e perturbante non più tra Berto e Giuda, ma tra Giuda e Gesù: il figlio della perdizione, il figlio colpevole, non è affatto diverso dal padre. «Morimmo alla stessa ora, Tu crocifisso sul Golgota, io poco lontano, impiccandomi, dicono, ad un albero di fico ». Non la luce di Gesù, il salvatore, contrapposta alle tenebre di Giuda, il traditore. Piuttosto una convergenza abissale, una comunione disperata tra i due. È la scoperta traumatica di Berto scrittore e uomo: il Nome del padre contiene un destino. I figli sono più simili a quel “peggio” che tendono ad attribuire ai padri. Come quando nelle pagine finali del Male oscuro, il figlio, ormai anziano, separato dalla moglie e lontano da sua figlia, senza più nessuno al suo fianco, si accorge di assomigliare nel corpo e nello spirito al padre odiato.
Una mimesi che ritroviamo anche nel finale de La gloria che non a caso è il finale, dal carattere fatalmente testamentario, di tutta la produzione letteraria di Berto e della sua stessa vita. Il connubio impensabile di Gesù e Giuda riflette un tratto comune. Quale? Essi vogliono solo morire. Anche Gesù, come il bambino del Male oscuro disperato nella solitudine del Collegio, invoca la risposta salvifica del padre imbattendosi in un muro sordo al suo lamento. È questo il limite (ma anche la forza scabrosa) nella quale la narrazione del Vangelo di Berto resta prigioniera: riportare Gesù a Giuda significa non riuscire ad accedere all’idea che la Legge del padre non è fatta per assoggettare sadicamente l’uomo, ma per liberarlo; significa non riuscire a sottrarsi all’ombra spessa della melanconia del figlio a sua volta abbandonato che, secondo il suo Giuda, non a caso, affligge da sempre, come un punto interrogativo, lo sguardo di Gesù.

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