Camilleri: vorrei vedere mia nipote che cresce

L’incontro L’autore di Montalbano è in libreria con un volume, «Esercizi di memoria», che è appunto un esercizio sulla memoria, una rievocazione contro il buio, «dal momento che sono ormai cieco». C’è nonna Elvira («La sua versione di “Alice nel paese del

Il nuovo libro di Andrea Camilleri,

Esercizi di memoria (Rizzoli), è fondamentale per i tanti lettori che qui troveranno svelata l’origine dell’immaginario dello scrittore: che sia Montalbano, l’amore per i gatti, o la vera anima del vigatese che non è esattamente siciliano. Ventitré racconti scritti in ventitré giorni — «i ricordi tornavano su vividi, con precisione di dettagli» — dove si può capire molto di Camilleri scrittore, una rievocazione minuziosa contro il buio, «essendo ormai cieco» scrive Camilleri, più precisamente detta. In realtà ricorda, torna ragazzo, regista teatrale, delegato di produzione Rai, amico di Eduardo, uno dei tanti giovani rimbeccati da Vincenzo Cardarelli («siete giovani di merda»), e poi di colpo bambino in mezzo agli animali. Quindi sì, un esercizio di memoria questo libro, un «alla ricerca delle fonti», come lo definisce Camilleri stesso.

Un luogo che torna più volte è la casa in campagna dei nonni, l’inizio di tutto?

«Ne scrissi anche su “AD”. Era una grande casa, superstite di antiche ricchezze testimoniate da oggetti in disuso come due biliardi, una vecchia automobile marca SCAT senza più ruote su cui io salivo e manovravo il volante sognando di diventare campione di automobilismo. Poi c’era la cappella privata, e un cortile pieno di animali».

Il ruolo della nonna nell’immaginazione di Andrea Camilleri?

«Nonna Elvira era piena di fantasia, mi presentava il signor Grillo e gli altri animali. Fu lei a raccontarmi per prima Ali

ce nel paese delle meraviglie, mi parlò di Alice, del gatto senza ghigno, del cappellaio matto. Solo anni dopo lessi il libro». E?

«Meglio la versione della nonna».

Qui dice che Montalbano ha qualcosa di suo zio Carmelo, altrove di suo padre, chi è Montalbano?

«Credevo fosse un personaggio inventato di sana pianta, invece un giorno mia moglie osserva: “Ti rendi conto che ha il modo di pensare di tuo padre?”. Per me quella è stata la prima scoperta. Anni dopo mi è tornata alla mente la storia di zio Carmelo che per affermare la sua verità è stato condannato a cinque anni di confino, sacrificando la carriera in polizia. Un uomo che ha molto a che fare con Montalbano. Allora mi sono detto: non è che, convinto di averla inventata, sto raccontando una storia familiare?».

Lo stava facendo?

«Tutti i romanzi hanno dati realistici, di fantasia, di memoria. Qualche volta una delle tre, fra realtà-fantasia-memoria, prende il sopravvento».

Come si comporta lei?

«Ho padronanza del pericolo che ogni romanzo ha di andare per la sua strada. Mi succedeva i primi tempi col computer. Quello tentava di scrivere il romanzo da sé. Io scrivevo ge, e lui scriveva Geno

va, quando io volevo scrivere gemito. Alla fine ci siamo messi d’accordo».

Anche con Montalbano?

«È una presenza ingombrante. Se scrivo un libro che non lo riguarda, al momento che ho un intoppo, arriva lui: “Il commissariato già era mezzo romanzo”».

Nel senso?

«Che se avessi scritto di lui sarei stato già a metà romanzo, solo la vita del commissariato sono pagine e pagine. Del resto Montalbano è invadente, e ricattatorio: ogni volta che esce un suo romanzo, si vendono anche gli altri miei libri. La verità è che Montalbano mi mantiene in catalogo da trent’anni».

Invadente, ricattatorio, padre o zio, chi è Montalbano?

«Un gioco della memoria. La memoria a volte si disvela in quanto tale, altre gioca a nascondino e solo dopo ti accorgi che era memoria».

«Esercizi di memoria» è uno svelamento a posteriori?

«È un libro che non si poteva scrivere a quaranta o cinquanta o sessant’anni, ma solo a novanta».

Perché?

«La vita è prima, e poi te la ricordi».

In molti racconti lei lascia spazio al prima, una specie di dichiarazione di poetica: la storia vera, dunque l’esperienza, è nella preparazione.

«Quando arriva il fatto centrale è tutto già avvenuto, conta il viaggio preparatorio. E non c’è il dopo, non c’è il peso della memoria acquistata».

Come quando va a trovare Eduardo De Filippo nel racconto «Il paradiso a mille lire»?

«Eduardo si era fatto questo paradiso personale su un’isola di sua proprietà davanti a Positano. Laggiù c’era solo la sua villa dove abitava col figlio Luca e una governante. Per prima cosa mi portò a visitare l’isola, ci impiegammo sette minuti. Poi mi mostrò l’enorme gruppo autogeno che forniva energia elettrica. Mi disse: “Così la sera accendo la televisione e mi guardo mio fratello Peppino”».

Nel suo paradiso personale Eduardo metteva anche il fratello non amatissimo?

«In qualche modo».

Qual è il paradiso personale di Andrea Camilleri?

«A me il paradiso di questo tipo va bene per una settimana, diciamo che non sarei sopravvissuto fino a scoprire l’orma di Venerdì, mi sarei suicidato prima. Nel mio paradiso personale io manderei messaggi per chiamare a raccolta amici e amiche».

Al fine?

«Di condividere. Il paradiso solitario non fa per me».

Neanche per scrivere?

«Una volta mia moglie è entrata nello studio, io stavo scrivendo con due nipoti sotto il tavolo, uno tra le gambe, insomma, una gran confusione. Al che lei dice: “Tu non sei uno scrittore, sei un corrispondente di guerra”».

Nel libro lei parla anche di premi letterari, per esempio lo Strega…

«Ho partecipato allo Strega una sola volta. Ottenni quattro voti. Ma erano voti buoni».

Ovvero?

«Antonio Giolitti, e sua moglie. Sandro D’Amico, e un quarto che non ricordo. Mi ritenni soddisfatto».

Di premi ne ha ricevuti molti, il pre-

ferito?

«Un giorno mi scrissero dal Comune di Ouessant, un’isola a nord della Francia. Nella lettera il sindaco mi comunicava di aver istituito un premio letterario destinato a un romanzo insulare, nel senso che gli autori dovevano essere nati su un’isola, qualsiasi isola del mondo. Mi comunicava quindi che il mio romanzo,

Il birraio di Preston, era entrato in finale. Tempo dopo ricevetti una seconda lettera in cui sempre il sindaco mi informava che la giuria, riunitasi a bordo di un peschereccio, aveva dichiarato vincitore il

mio romanzo. Si congratulava, e mi pregava di mandargli le coordinate bancarie per il premio, non era richiesta la mia presenza. Gente concreta».

Lei è lo scrittore italiano più famoso all’estero, conta ammiratori in tutto il mondo, fra cui Bill Clinton.

« Una not te mi s qui ll a i l te l e fo no: “Buongiorno dottor Camilleri, sono Matteo Renzi, la chiamo da New York, siccome mi è capitata una cosa che mi è molto piaciuta gliela volevo raccontare”. La cosa era questa: durante una cena Bill Clinton aveva preso da parte Renzi per chie-

dergli se mi conoscesse, e nel caso, se potesse organizzare un incontro poiché lui era un ammiratore del “papà di Montalbano”. Renzi mi dice: “Siccome Clinton mi ha dato la sua email, forse dottore, se gli manda due parole”».

E lei?

«Ho mandato due parole».

E Clinton?

«Rispose con una mail che iniziava: “Caro Andrea!” e finiva: “Teniamoci in contatto, non perdiamoci di vista”».

Che succede quando arrivano ammiratori che non stima?

«Si ricevono con lo stesso sorriso».

E ammiratori che sbagliano, come racconta in «La montagna e io»?

«Arrivai in montagna nell’albergo dove alloggiava la mia famiglia. Diedi la carta d’identità al portiere che, dopo aver letto il nome mi chiese ammirato: “Ma lei è il Camilleri, Camilleri?”. Risposi di sì, e lui mi fece i complimenti per le mie scalate. Esisteva un Andrea Camilleri rocciatore».

Niente di più lontano da lei che dichiara di odiare la montagna.

«L’unica volta che sono andato è stata quella, e ho resistito bevendo grappa. Anni dopo mi hanno scritto da Bolzano: un club alpino che diceva di gradire la mia presenza durante una serata in onore di Andrea Camilleri rocciatore. Non andai».

Lo spettro del rocciatore la perseguita?

«Di recente mia figlia è andata in settimana bianca e le hanno chiesto: “Figlia di Andrea Camilleri?”. Lei ha risposto di sì, e l’altro: “Suo padre mi ha insegnato la roccia”».

Se lei non avesse scritto più di cento libri, se dovesse scrivere il suo primo libro adesso, che romanzo scriverebbe?

«Non commetterei l’errore di scrivere un poliziesco, oggi tutti scrivono polizieschi. Scriverei la storia di un bambino».

Perché?

«Al momento i bambini sono in una situazione squilibrata. A quattro anni sono capaci di usare il computer. Questo comporta una conoscenza della vita degli adulti superiore a quella che avevo io alla loro età».

Conseguenza?

«I bambini ci giudicano. C’era il film di De Sica, I bambini ci guardano ».

Differenza tra guardare e giudicare?

«A guardare uno poi se ne può fregare di quel che ha visto. Il giudizio invece entra nel merito delle azioni delle altre persone».

Sono bambini diversi da un tempo?

«Il bambino di oggi parla un italiano perfetto, difficile trovarne uno che sbaglia il congiuntivo. Loro capiscono bene l’uso delle parole. E le parole sono cose. Le parole pesano».

Troppo peso?

«Da quando mia nipote, bisnipote, di quattro anni ha saputo che la madre aspetta un bambino, ha cominciato a soffrire di mal di pancia. L’hanno portata da diversi medici, controlli, analisi. Risultato: la bambina non ha niente. Alla fine è stata proprio lei a dire di aver capito la causa del mal di pancia: “Sono incinta di un fratellino”, ha detto alla madre».

Ha detto che quello che più le manca con la cecità è non poter vedere sua nipote crescere.

«In realtà l’accarezzo, lei mi prende per mano, e la sento crescere».

Cosa ha significato perdere completamente la vista?

«La perdita dei colori. Per fortuna vengo ripagato nei sogni, faccio sogni coloratissimi».

Per esempio?

«L’altra notte ho sognato che ero alla stazione di Milano vestito da clown. Pensi i colori che avevo addosso».

E?

«Con una valigetta in mano, e gli scarponi da clown, correvo per prendere il treno. Sui binari a destra c’era un vagone pieno di clown coloratissimi che m’incitavano a correre, a sinistra un vagone di persone normali che applaudivano vedendomi cadere perché pensavano fosse un numero comico».

Torniamo al cortile dei nonni, quello pieno di animali…

«C’erano conigli, cavalli, muli, caprette. Il pulcino senza una zampa a cui mio zio costruì una protesi di cannuccia. Una storia vera che è diventata un libro per ragazzi: Topiopì ».

In «Esercizi di memoria» lei racconta della capretta di quando era bambino.

«La capra Beba torna in molti miei romanzi, per esempio ne Il sonaglio il mandriano adolescente s’innamora di una capra. La mia Beba era una capra girgentana, pelo lungo marrone, corna alte, attorcigliate. Purtroppo ho scoperto che di capre girgentane ne sono rimaste solo centocinquanta esemplari in tutta la Sicilia, è una razza che si sta estinguendo».

Cosa prova al pensiero che la capretta della sua infanzia si stia estinguendo?

«Fraternità. Una fraternità che continua nella vecchiaia. Anch’io sono una razza in estinzione».

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