“Coccole, il mio regalo di mamma per un’ora” di Silvia Avallone

È un dato scientifico: le carezze migliorano le cure. Capita però che alcuni neonati, soprattutto molto prematuri, che a volte pesano 600 o 700 grammi, non possano riceverne abbastanza perché le famiglie non riescono a trascorrere in ospedale il tempo necessario. Oppure capita che i genitori non li abbiano riconosciuti. Perciò a Bologna è nato «CucciolO», associazione che dispensa affetto

Il padiglione dove vengono curati i bambini è il numero 13. Un edificio squadrato, grigio, spigoloso: è l’ultimo posto al mondo in cui vorrei entrare. Eppure, ogni volta, scalpito. Brucio l’ingresso, la sala d’attesa. M’infilo di corsa dentro l’ascensore e, raggiunto il terzo piano, sono senza peso. La mia vita, l’ho lasciata a mezz’ora di autobus da qui. Tiro fuori dalla borsa il cartellino di riconoscimento, indosso il camice azzurro. E apro la porta.

Mi affaccio sulla culla. Lei tiene i pugni alzati sopra la testa, forse sogna. La saluto, vado a lavarmi le mani. Poi mi siedo accanto e aspetto. La luce che c’è in Neonatologia non esiste da nessun’altra parte. È fatta di tanti neon gialli che spiovono dai soffitti bassi, si mescola con quella del giorno che trapela dalle finestre. Mi ricorda la siepe della scuola dove mi nascondevo da bambina. Un posto chiuso, ma assolato.

Le accarezzo la testa mentre dorme. Mi sembra di stare dentro un uovo e più dentro, dove iniziano le storie. Le mamme, nelle altre stanze, attaccano i figli al seno. Li posano sulle bilance. Contano i grammi pregando che siano abbastanza. Io sto qui, in questo nido di monitor accesi, di numeri che segnano il battito dei cuori, la saturazione dell’ossigeno nel sangue. Ed è come stare dentro la scrittura.

La chiamerò Rosa. Di lei conosco il nome vero, il volto, alcuni dettagli della storia: la realtà che non rivelerò mai, che sono chiamata a custodire. È la vita che non si può dire, che non si può fotografare né pubblicare, il segreto che per me sta alla radice di ogni racconto. La vedo che agita i piedi, spalanca i pugni e comincia a cercare con la bocca, a occhi chiusi. Allora la sollevo, le sostengo la nuca con il palmo della mano e le do il latte che un infermiere mi ha portato.

Quando Rosa ha finito, me la appoggio intera sul petto e mi siedo. La tengo così, accoccolata sopra il mio respiro. Lo accordo al suo. Mi trovo qui perché in queste ore lei non ha nessun altro. E anche io, adesso, non ho altri che lei. Rosa apre gli occhi, ancora semiciechi, mi guarda. Io mi specchio nel suo sguardo e capisco cosa voleva dirmi Silvia Bortolotti quel pomeriggio, quando mi parlò per la prima volta di CucciolO, l’associazione che ha attivato un servizio di coccole al Policlinico Sant’Orsola per i neonati che, per motivi diversi, durante il ricovero non possono riceverne: «Io sono lì, tengo quel bimbo o quella bimba in braccio, e in quel momento sono la sua mamma».

Rosa ha dieci giorni, forse. Siamo due perfette sconosciute, eppure è vero e non saprei dirlo in altro modo. Le parlo. Le racconto la città in cui è nata, gliela descrivo. Piazza Maggiore, il santuario di San Luca, i giardini Margherita in cui c’è un castello gonfiabile che le piacerà molto quando comincerà a camminare. La maternità è questo gesto, ne ho la conferma. Non è natura, non è istinto. È accogliere la felicità di un altro, difendere il suo bene. Un atto della volontà, della cultura.

«Ci dovrebbe essere la fila» aveva concluso Silvia, con un’assertività che non ho mai dimenticato, che mi aveva fatto sollevare la testa e la penna dagli appunti che stavo prendendo, «per coccolare questi neonati. Per avere questo privilegio, si dovrebbe sgomitare».

La fila non c’è, ma siamo più di trenta volontarie. Ci diamo il cambio, organizziamo i turni e ci avvertiamo su un gruppo WhatsApp. Per assistere allo sbocciare di una persona, per assicurarle che in questo mondo è la benvenuta. Portiamo parole e coccole, perché senza non si cresce. Non ci sono medicinali né cure che tengano, se qualcuno non ti dice che sei amato.

Lo ripeteremo a Rosa. Ci proveremo, a raddrizzare quel che è andato storto, a colmare lo svantaggio, a dargli un altro significato.

È la stessa ragione per cui scrivo. un bambino paffuto di qualche mese.

Le pareti della Neonatologia sono costellate di immagini simili a questa, di storie di bambini nati troppo presto che hanno lottato, ce l’hanno fatta e hanno voluto metterlo nero su bianco. Per ringraziare lo staff del Policlinico Sant’Orsola, per incoraggiare le famiglie che stanno combattendo la stessa battaglia.

I pianti dei neonati esplodono affermativi, tenaci nella volontà di futuro. La dottoressa Rosina Alessandroni veglia instancabile su di loro, risponde alle continue richieste di far presto e uscire fuori. È una donna che sa cosa è il tempo, di quante cellule e quanti organi è composto. Sa cosa vuol dire un corpo immerso nel tempo, che a un certo punto viene sbalzato fuori, acerbo, impreparato, e bisogna che qualcuno intervenga ad aggiustare le ore, le settimane.

Mi racconta che molti degli ex prema- turi, una volta adulti, hanno scelto di studiare medicina, di diventare assistenti sociali. Come se non avessero dimenticato il rischio corso, il bene ricevuto. Come se sapessero da sempre che crescere è una relazione. A volte se li ritrova di fronte, quei pazienti minuscoli, su cui era così difficile scommettere, perché a distanza di vent’anni vengono a trovarla. E lo intuisco dai suoi occhi seri, eppure vividi, persino allegri, cosa significa salvare una persona. Una che ha ancora tutto da iniziare.

I prematuri considerati gravi, quelli che nascono di circa un chilo, e i neonati che hanno bisogno di cure intense, non si trovano qui ma in Tin: la Terapia intensiva neonatale. Bisogna cambiare padiglione per arrivarci, lasciare quello dei bambini e raggiungere quello dove si viene al mondo. Salire un piano sopra la maternità, le sale travaglio. E non basta indossare un camice azzurro, per entrare. Occorre togliersi tutto, persino la fede; lavare via i microbi da ogni piega delle dita. Bisogna tenere a mente tutta la luce che c’è fuori per affrontare il buio di queste stanze, il silenzio strano, in bilico tra la vita e cosa la precede.

Le culle non sono aperte, ma chiuse. Fanno le veci della pancia, dell’attesa. Ho incrociato il volto di una madre in corridoio, e ho ringraziato Valeria Parrella per avermi preparata, con Lo spazio bianco, a

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