Isaac Bashevis Singer (1904-1991) “Keyla dai fianchi imbottiti” Forse il romanzo più bello del Nobel narra di una prostituta e dei suoi tormentati amori in una Varsavia intensa e miserabile

dal Domenicale del Sole 24Ore di oggi
La pubblicazione del romanzo Keyla la rossa, per la prima volta in volume proprio in italiano, dimostra che spesso gli autori non sanno valutare bene la portata delle cose che hanno scritto. Isaac Bashevis Singer (1904-1991) terminò nella prima metà degli anni settanta questo capolavoro, forse davvero il suo romanzo più bello: lo pubblicò a puntate, a cavallo tra il 1976 e il 1977, sul quotidiano yiddish di New York («Forverts») e poi, dopo aver vinto il Premio Nobel (1978), interruppe il consueto lavoro di traduzione e rielaborazione in inglese, assieme al nipote Joseph Singer (figlio dell’amato fratello scrittore Israel Joshua) e lo ripose nel cassetto.
Singer considerava le sue traduzioni in inglese, alle quali collaborava attivamente e interveniva sovente per cambiarle, «il mio secondo originale». In questo caso però il romanzo non ha avuto una rielaborazione finale, ciò ci dà modo, grazie al paziente lavoro della curatrice Elisabetta Zevi e della traduttrice Marina Morpurgo, di leggere per la prima volta un testo così come l’ha scritto Singer per il suo pubblico yiddish: non largamente tagliato e modificato per adattarlo a un pubblico non ebraico.
In Keyla la rossa è rappresentata tutta l’infinita e contraddittoria gamma della vita, dagli abissi alle vette, dalla carne allo spirito, descritta con uno straordinario talento narrativo. Si rimane stupefatti a leggere oggi questa storia di tormentati amori, malinconiche puttane, riflessioni sulla filosofia di Spinoza, bizzarri poveri in odore di santità, avventurieri pasticcioni che brigano per far fortuna in America, pietosi rabbini, allegri e violentissimi lestofanti, arricchiti solitari e tristi…
La vicenda si svolge negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, tra la rivoluzione russa del 1905 e quella del 1917, ed è ambientato tra Varsavia e New York, con molti riferimenti storici, amare disamine teologiche e profonde considerazioni filosofiche.
La protagonista è una prostituta ebrea, cittadina senza diritti dell’Impero Russo, che si arrabatta e sogna una vita migliore lontana dal malandato quartiere dove risuonava la lingua yiddish, a Varsavia, e dalla povera via dove abita, al numero 8: via che prende il nome dalle lavanderie (ulica Krochmalna), dove nello stesso palazzo, oltre a ladri e prostitute, convivono il macellaio con la sua bottega, vecchi sarti pii e la Casa di studio e preghiera, che era pure l’abitazione del Reb. Quella via Singer la conosceva benissimo perché vi abitò da ragazzo (al numero 10), con i suoi genitori e fratelli, prima di emigrare, nel 1935, e salvarsi, a New York: «La mia casa paterna in via Krochmalna a Varsavia era una casa di studio, un tribunale, una casa di preghiera, un luogo dove si narravano storie e si celebravano anche matrimoni e banchetti chassidici…».
La bella Keyla viene così descritta da Singer: «Era di media statura, il petto alto, la vita sottile, fianchi rotondi, caviglie snelle e polpacci robusti. In realtà i fianchi di Keyla erano stretti come quelli di un ragazzo, ma lei se li imbottiva. Il sole splendeva sui suoi riccioli rossi, che brillavano simili a lingue di fuoco». La donna era arrivata giovanissima a Varsavia dalla campagna, fuggendo la miseria. Per sopravvivere aveva iniziato a prostituirsi. Avendo un certo rispetto per le usanze ebraiche, e anche a suo modo un senso morale, quel lavoro le faceva sentire di vivere nel peccato. Ma è indubbio, aggiunge Singer, che avesse una forte inclinazione verso il piacere sessuale: «Keyla aveva imboccato molto presto la via del peccato. A nove anni, al mercato, aveva visto uno stallone montare una cavalla e ne era stata eccitata, aveva provocato un desiderio che non si era più placato».
Keyla aveva smesso di prostituirsi per amore di Yarme ed era grata a lui che l’aveva sottratta a una vita fatta di violenze e soprusi. Yarme (Yermiahu Eliezer Holtzman) era un accanito delinquente, ma proveniva, come del resto sua moglie Keyla, da una famiglia devota: «era asciutto al pari di un fanciullo; aveva le guance scavate e grandi occhi neri un po’ asimmetrici; il mento era aguzzo e con la fossetta nel mezzo». Yarme spesso cerca di indurre Keyla a tornare a prostituirsi e non disdegna di “cederla” agli amici.
L’altro grande amore di Keyla, che la porterà via (ma non del tutto!) a Yarme, è l’intellettuale aspirante pittore Bunem, figlio del Reb del palazzo e promesso sposo a una piccola terrorista anarchica di nome Solcha: «era alto, snello, con il volto pallido e corti cernecchi biondi. Aveva grandi occhi azzurri. Era vestito come un hassid, con il caffettano al ginocchio e il cappello di feltro, ma portava una cravatta nera».
E poi, a sconvolgere la vita di tutti, c’è quello che Keyla chiama «l’angelo della morte»: Max Levitas (lo Storpio), legato a Yarme da una vecchia complicità e persino da qualche rapporto sessuale, tornato a Varsavia per organizzare la tratta di povere ragazzine ebree da avviare alla prostituzione a Buenos Aires (dove esistette realmente un’organizzazione, fondata il 7 maggio del 1906 da un ebreo di Varsavia, Noè Trauman, anarchico seguace di Bakunin, assieme ad altri otto prossoneti, la “Warsavia/Zwi Migdal”, che fino al 1931 gestì la più grande importazione di prostitute dall’Europa centrale): «Max era un piccoletto completamente glabro, senza capelli, né barba, né baffi, vestito con un abito a scacchi, scarpe gialle e una cravatta dai ricami dorati. Nel nodo erano infilate tre perle. Si appoggiava a un bastone da passeggio con il pomolo d’oro…».
La fuga e l’emigrazione negli Stati Uniti di Keyla e Bunem, dopo molte peripezie e disavventure, riesce. Gli ultimi tre capitoli del libro sono ambientati a New York. L’impatto con il mondo ebraico della città, e più in generale con il Nuovo Mondo, è durissimo (come lo fu probabilmente, a suo tempo, quello di Singer): «Era tutto come a Varsavia, eppure era diverso (…). Pareva che a New York tutti fossero solo di passaggio, come se l’intera città fosse un enorme scalo ferroviario in cui la gente si tratteneva per un po’ prima di trasferirsi altrove. Ma dove?».
Ciò che tiene legati Keyla e i suoi due amori è il raccontare: il bisogno ostinato di narrarsi tutto, anche le vicende più scabrose. Il dialogo attraverso i racconti genera eccitazione, nostalgia, curiosità, desiderio di sopravvivere ai «mari tempestosi delle emozioni umane», alle sventure, alle passioni sfrenate come ai dubbi su Colui che ha messo e tiene in moto il mondo (Bunem, il figlio del Reb, esprime spesso il disagio, che forse è dello stesso Singer, per il «silenzio di Dio»: pagg. 165-166, 185, 199, 208, 228…).
Il senso conclusivo della storia è, qualche pagina prima della disperata fine, in una citazione della Gemarah: «Il mondo è una festa di nozze. Danzi la tua piccola danza e poi te ne torni a casa». E Singer aggiunge: «Ma dov’è casa? Nella tomba?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
I.B. Singer, Keyla la rossa , a cura di Elisabetta Zevi, traduzione di Marina Morpurgo, Adelphi, Milano, pagg. 280, € 20
Francesco M. Cataluccio

2 pensieri su “Isaac Bashevis Singer (1904-1991) “Keyla dai fianchi imbottiti” Forse il romanzo più bello del Nobel narra di una prostituta e dei suoi tormentati amori in una Varsavia intensa e miserabile

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