“L’orrore di Aleppo una città divisa fra il cielo e l’inferno” di GIAMPAOLO CADALANU

 da Repubblica

Per capire fino in fondo la sofferenza umana, è necessario scegliere un contesto adatto: una città millenaria che sia «fra il cielo e l’inferno», un luogo che sia icona del tormento e della follia umana, una terra contesa che faccia da sfondo per le miserie e le atrocità, perché solo questo può offrire una comprensione che vada ben al di là della cronaca. È per questo che Domenico Quirico ha scelto Aleppo, tornando fra le macerie della città il cui martirio voleva raccontare quando è stato sequestrato nell’aprile 2013: perché qui si possono afferrare brandelli di verità sopravvissuti alle schegge e scampati alla rabbia dei combattenti. Non è solo una verità di guerra quella raccontata nelle pagine di questo libro, è un’occhiata alle chiavi universali della condizione umana.
Succede ad Aleppo (Laterza) è un omaggio al dolore dei propri simili, filtrato attraverso le visioni della città simbolo della guerra siriana, e addolcito forse dai mesi trascorsi dopo l’incubo della prigionia nelle carceri jihadiste. La penna è più tagliente, l’occhiata più articolata e persino più rispettosa dei primi racconti, ancora velati di angoscia e impastati nella rabbia. C’è la comprensione ultima di chi ha vissuto la prepotenza sulla propria carne e allo stesso tempo l’attenzione partecipe ma pacata dell’osservatore competente, una accanto all’altra per disegnare uno scenario della tragedia che vale molto oltre i confini della Siria.
Aleppo, scrive Quirico, è insieme Guernica e Stalingrado, Sarajevo e Grozny: è un quadro senza tempo dell’uomo lupo per l’altro uomo, dove «le forze del male scivolano lungo i muri», e nello stesso momento è l’unico fondale per gesti di solidarietà. «Una impervia salita all’eterno», cioè la finestra più adatta per guardare all’essenza del genere umano. Le prove subite da questa città superano il tempo, si affacciano più nella nostra percezione profonda degli archetipi che nella consapevolezza mutevole della quotidianità. Così l’urbanistica di Aleppo, con la moschea «smantellata pezzo a pezzo» e gli abitanti «schiacciati a migliaia in un formicaio di strade strette», perde l’identità specifica per trasformarsi in un inferno sognato da Hieronymus Bosch. Nasce un’empatia universale a leggere dei ribelli che fuggono, minacciati dall’alto dall’odiato elicottero del regime, «questo grosso insetto apparentemente pigro, panciuto, sgraziato», che «ti sceglie, ti vuole, ti prende di mira come i cacciatori di razza. E ti uccide». Il meccanismo simbolico si esalta quando Quirico si misura con l’angolo visuale di chi soffre: gli ultimi, quelli che l’oscenità del linguaggio degli Stati maggiori chiama “danni collaterali”. La commozione non vela lo sguardo, ma apre la strada all’emozione del riconoscimento, ancora una volta, dell’essere umano. È così per il militare catturato dai ribelli, che si affloscia davanti all’interrogatorio duro, piange e «implora pietà come tutti i soldati del mondo quando hanno paura».
Ancora di più per i prigionieri a cui «hanno dato abiti civili a casaccio», seguendo «il rito universale che de-umanizza, che rende il prigioniero cosa e non più uomo». E la perdita dell’umanità è la disperazione più indicibile, a cui le parole si avvicinano solo quando possono evocare il linguaggio riarso di Primo Levi. Ma l’autore quel supplizio lo conosce, come ricorda senza fronzoli, «per averlo provato anche ad Aleppo».
Quirico è tornato a riprendere il suo ruolo di narratore d’eccezione, ad aiutarci nel tentare di comprendere quello che succede negli anfratti oscuri dell’umanità. Ma quasi non c’è gioia, perché ad Aleppo la desolazione resta sovrana. E per chi l’ha provata quella partenza non potrà che avere «la sottile segreta consapevolezza che stai tradendo qualcuno».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
IL LIBRO
Succede ad Aleppo,
di Domenico Quirico, Laterza, pagg. 130, euro 15

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