Alan Moore: “Ho ucciso i supereroi per amore di Joyce”  

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Intervista di Luca Valtorta ad Alan Moore,  per Robinson, inserto Cultura della Domenica di Repubblica

No, non mi piacciono più i supereroi. Credo che oggi la loro funzione principale sia compensare la codardia americana: proprio come l’onnipresente pistola sul comodino accanto al letto » , dice serafico Alan Moore, sceneggiatore che ha fatto scuola, scrittore, anzi mago «il “magus” è più o meno dedito a tentare di alterare il mondo, e la condizione umana, attraverso la parola o la scrittura, piuttosto che evocando demoni o utilizzando sigilli magici».Schermata 2017-11-19 alle 22.02.35
Moore è soprattutto l’uomo che al fumetto, considerato per troppo tempo “per ragazzini”, ha dato dignità letteraria con opere come V per Vendetta ( 1982), la distopia che più di trent’anni fa immaginò l’Inghilterra dominata da un regime dittatoriale: un graphic novel che ha talmente influenzato l’immaginario che molti movimenti, e gli hacker di Anonymous in particolare, ne hanno fatto un’icona della protesta. Da allora le sue storie di Superman, Batman e Swamp Thing sono diventate altrettante pietre miliari mentre Watchmen(’87) ha ribaltato il fumetto supereroistico e allegorie esoteriche quali From Hell (’ 91), Promethea (’99), Lost Girls (’91, disegnato dalla moglie Melinda Gebbie) lo hanno portato a un ulteriore livello di complessità. Nel ’ 96 esce il primo romanzo, La voce del fuoco, e ora Jerusalem, il monumentale volume a cui ha lavorato più di dieci anni, che racconta la storia del quartiere di Northampton in cui è cresciuto ma che, come tutto in Moore, è molto di più.
Lei ha scritto una vera e propria opera-mondo e questa volta non c’è neanche un’immagine. Perché?
« A dire la verità ho scritto in prosa o versi senza immagini d’accompagnamento per quasi tutta la vita — canzoni, saggi, articoli, racconti — nonostante per lavoro abbia soprattutto scritto fumetti. In un momento in cui sto facendo del mio meglio per svincolarmi da quel medium e, soprattutto, da quell’industria, vedo più difetti che benefici nei fumetti. Si tratta di un medium culturale che, almeno nel mondo anglofono, al principio era rivolto in modo derisorio al proletariato e in particolare ai bambini: probabilmente perché i poveri venivano considerati semianalfabeti e quindi si pensava che avessero bisogno di figure per seguire una vicenda scritta».
Però il cosiddetto “ romanzo grafico”, di cui lei con Will Eisner, Frank Miller e altri ha contribuito a creare il canone, è rivolto a un pubblico adulto.
« Non amo il termine “ graphic novel”, preferisco “ fumetti” o “ strisce”. Oggi i “ graphic novel” sono diventati l’equivalente di loft eleganti. È una definizione creata per nobilitare il fumetto e diffonderlo oltre la portata del suo pubblico originale, ma questa è una delle ragioni per cui persone come Kevin O’Neill e io stesso lo stiamo abbandonando. Non è mai stato giusto con i suoi stessi creatori proletari, da Jerry Siegel a Joe Shuster, da Jack Kirby a Steve Ditko, Bill Finger, Leo Baxendale, Ken Reid e tanti altri. Ci sembra un’industria in cui riescono a prosperare solo i borghesi, interessati più alla busta paga che all’originalità o qualità del lavoro. Per questo lo strumento espressivo che da sempre mi ha offerto la libertà maggiore è stato la prosa: si può costruire un intero universo solo con ventisei lettere e un pizzico di punteggiatura».
Ma non c’è proprio più niente che salverebbe nel fumetto?
«I supereroi, con le loro origini proletarie nel Superman di Siegel e Shuster — un immigrato cresciuto nella povertà in campagna, incline a utilizzare i suoi poteri contro i crumiri durante uno sciopero o per scagliare oltre l’orizzonte un avido padrone di casa — erano stimoli gloriosi per la fantasia in via di sviluppo di bambini e adolescenti. Adesso però hanno assunto un significato molto diverso. La maggior parte degli adolescenti oggi non ha ragione di investire il suo tempo negli intrecci impenetrabili e intricati dei supereroi. Il pubblico si è ampiamente ridotto, e oggi è composto soprattutto da uomini di mezza età che non vogliono abbandonare questo prezioso legame nostalgico con l’infanzia. Così il fumetto è diventato specchio di uno stato di arresto emotivo: non credo particolarmente salutare per la società».
A livello simbolico è inevitabile una lettura politica dei supereroi.
«Esatto: vorrei far notare che nell’anno in cui Donald Trump è stato eletto e una piccola maggioranza di cittadini inglesi ha votato per lasciare l’Unione europea, sei dei dodici film campioni d’incasso avevano supereroi come protagonisti. Kellyanne Conway, la Goebbels platinata di Trump, era vestita come Supergirl per i festeggiamenti post elettorali, e l’assistente di Trump rimosso dopo poco, Anthony Scaramucci, fu fotografato in posa volante come Superman, circondato da costosi memorabilia incorniciati dell’Uomo d’Acciaio. Persino l’affettuoso nomignolo “ The Donald” evoca paurosamente l’identità segreta di un supereroe».
Ha lavorato più di dieci anni a “Jerusalem”.
«Una dozzina d’anni fa mi resi conto che diversi testi a cui lavoravo — un libro per bambini, una saga familiare, un’epica modernista, una dissertazione sulle mie nozioni del tempo e altre varie idee — in fondo erano tutte lo stesso libro. Il fatto che sia diventato un enorme romanzo è l’ovvia conseguenza di quella scoperta».
In “Jerusalem” sperimenta diversi stili tra cui, nel capitolo “Girato l’angolo”, quello joycesiano. Quando si è avvicinato a James Joyce?
«La prima volta fu con Ritratto dell’artista da giovane quando ero studente: inconsapevole che Lucia, sua figlia, fosse reclusa nel manicomio dietro casa. Solo molti anni dopo ho cominciato ad apprezzare la sua importanza per la lingua inglese, e per il linguaggio in generale. Mi è sembrato necessario includere James e Lucia Joyce in Jerusalem perché uno dei temi del libro è lo sviluppo dell’inglese come una lingua sacra, risalente alla traduzione in volgare della Bibbia da parte di John Wycliffe e
proseguita attraverso visionari come John Bunyan, John Clare e William Blake, fino ad autori moderni come appunto Joyce o Samuel Beckett».
Quali altri stili ha voluto introdurre e perché? Il capitolo “Jolly Smokers” per esempio è tutto in forma poetica.
«Volevo evitare che il terzo libro di Jerusalem potesse tradire tracce della mia crescente spossatezza, perciò mi sono sottoposto a concentrazione e dedizione assolute. Ho deciso di scrivere ogni capitolo della sezione finale in uno stile, genere o persino medium espressivo diverso per trovare sempre nuovi stimoli. Quando a metà della stesura del terzo libro scoprii che James Hervey, sacerdote e padre del movimento gotico, aveva fatto quasi la stessa cosa per comporre il suo Theron and Aspasia, sono stato certo di avere preso la decisione giusta».
Lei si definisce anarchico: ma crede davvero che l’anarchia sia una soluzione praticabile?
«Sì, l’anarchia è assolutamente praticabile. Funzionava alla grande durante la Comune di Parigi, ecco perché le autorità hanno mandato l’esercito a uccidere tutti. Funzionava anche nella comunità ugonotta di Spitalfields nel Diciottesimo secolo, ecco perché le autorità hanno mandato l’esercito e via dicendo. Ora, se la domanda fosse stata “ L’anarchia è praticabile in un mondo di despoti mezzo squilibrati che probabilmente finiranno per capire che loro e quelli come loro non sono necessari?”, forse avrei fornito una risposta diversa».
PER LA TRADUZIONE HA COLLABORATO MASSIMO GARDELLA

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