“SESSO, SONETTI & INSTAGRAM  “

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di Giorgia Mecca
Rupi Kaur ha cominciato a scrivere poesie per guarire, per dare un nome a ciò che il corpo non dimentica, per scagliare una pietra contro ferite rimaste aperte: per accorgersi di essere ancora intera. Rupi Kaur ha venticinque anni, è nata in India ma ha vissuto tutta la vita in Canada. Il 3 ottobre è uscito negli Stati Uniti il suo secondo libro, The Sun and Her Flowers: oggi le sue poesie sono un bestseller globale. Con Milk and Honey, la raccolta di esordio uscita nel 2014, ha venduto un milione e quattrocentomila copie ( trentamila solo in Italia, dove il libro è pubblicato da Tre60, traduzione di Alessandro Storti) ed è stato per un anno intero nella lista dei bestseller del New York Times. Non era mai successo a un libro di poesie. La sua fortuna è figlia dei social network e della condivisione. Kaur è diventata famosa pubblicando le sue opere su Instagram prima ancora che su carta. La prima poesia, postata nel 2013, ha ricevuto 2.093 like. L’ultima, del 15 novembre, più di centomila in meno di quattro ore.
Il 25 marzo 2015 ha pubblicato la foto di una donna, lei, girata di schiena con i pantaloni sporchi di sangue mestruale. Gli amministratori del social hanno ritenuto l’immagine oscena e l’hanno subito rimossa. “ È venuto fuori tutto il loro odio verso le donne”, ha commentato Kaur, che si è rifiutata di chiedere scusa. Le sue poesie raccontano la vita che vivono le donne, che è certamente altro, ma a volte anche questo: il desiderio di spogliarsi per un uomo, madri che hanno “ l’abitudine di offrire più amore di quanto sia possibile reggere”, il corpo offeso. Versi immediati, senza complessità. “ Innamòrati della tua solitudine” è vera poesia? E ammesso che lo sia, Instagram è il luogo adatto? Dall’alto delle copie vendute, Kaur può permettersi di non rispondere. Forse non è poesia, ma per chi la segue è un conforto sapere che dall’altra parte del mondo, quando di notte è impossibile dormire e ci si aggrappa ai social per non impazzire, ci sia qualcuno che scrive: “Non sei tu a dover farti volere, sono loro a dover volerti”. All’inizio le sue lettrici erano giovani donne, adesso il pubblico è più variegato.
«La cosa strana è che tutti mi dicono le stesse cose: “ Grazie per avere scritto con parole così semplici ciò che provo ogni giorno” ».
È stato difficile parlare di sesso in maniera così aperta e libera nel libro?
«Scrivere di sesso è un’esperienza liberatoria, catartica. La parte più difficile è stata condividere online tutte le mie poesie. Le leggi del web possono travolgerti. Instagram è stato un modo per far ascoltare la mia voce, senza questo strumento non so dove sarei adesso. Però l’idea di essere giudicata, fraintesa, messa in mostra e subito dopo demolita continua a farmi paura».
Il sesso può essere molte cose: intimità e piacere, violenza e dolore. Sono esperienze che provano tutte le donne. Perché allora è ancora così difficile affrontare l’argomento?
« Io posso parlare per me e per la mia esperienza. Vengo da una famiglia indiana, moderatamente conservatrice. In casa mia il sesso non è mai entrato. È un tabù, il grande indiziato. In India non riceviamo nessuna educazione né supporto in proposito. Come se ciò che manda avanti il mondo fosse un motivo di vergogna».
Quali sono le sue parole preferite?
«È difficile sceglierne solo alcune. Direi qualunque cosa sia stata scritta da Khalil Gibran in Il Profeta ».
E gli scrittori?
« Oltre a Gibran, Nizar Qabbani e Maya Angelou, tengo sempre qualcosa che è stato scritto da loro vicino a me. Poi Joan Didion, Sharon Olds… Potrei continuare a lungo».
L’amore sembra un argomento facile da trattare. Cos’ha allora di tanto speciale?
« Forse è solo la grande gioia che viene dopo un grande dolore, o un grande dolore che viene dopo una grande gioia che ci fa sentire l’urgenza di scrivere. E questo direi che è un’esclusiva dell’amore. Sull’amore è stato scritto di tutto, ma c’è sempre qualcosa che sfugge. Le persone che incontriamo sono tutte diverse, l’amore che offrono anche. E la poesia lo sa raccontare».
Lei è diventata famosa grazie a Instagram. Non teme che con questo tipo di condivisione le sue opere vengano consumate e poi dimenticate in fretta?
« Sono considerata un’Instapoet, conosco il modo, istantaneo appunto, con cui gli utenti utilizzano Instagram. Anche io ho paura che i miei lavori scivolino via. Qualcosa però si salva sempre. Per questo continuerò a postare. Lo farò lentamente, per dare il tempo ai lettori di digerire i contenuti».
Ha di nuovo scelto la poesia per raccontare la sua storia e la sua crescita, un viaggio tra lividi e cadute, radici ed emancipazione. Anche questo, cioè la poesia, l’ha guarita?
« La poesia guarisce sempre. Per scrivere The Sun and her Flowers ho letto molto e vissuto molto. Ho incontrato altre donne, ascoltato le loro storie. Quando riuscivo a sentire sulla pelle ciò che mi raccontavano, scrivevo. Così nascono i miei libri».
Cos’è il femminismo per lei?
«Lo ha spiegato perfettamente Chimamanda Ngozi Adichie: “Una femminista è una persona che crede nell’uguaglianza economica, politica e sociale tra sessi”. Questo significa anche il diritto e il dovere di raccontare il sesso, il desiderio, il dolore, la violenza, il sangue. È la vita delle donne e non ce ne dobbiamo vergognare». ?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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