“Il pellegrinaggio per il grande abete delle Dolomiti” di GIAMPAOLO VISETTI,     Era il più alto d’Europa, lo ha spezzato il vento “ È lì da prima di Napoleone, che pena vederlo così”

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Dall’ inviato di Repubblica

lAVARONE ( Trento)
Come tutti gli alberi e come non accade più agli umani erranti, è morto nel posto esatto dove è nato dal suo seme, da cui non si è mai mosso, nemmeno per un passo. L’Abete del Principe, in lingua cimbra “ l’avéz del Prìnzep”, non era però solo il custode fedele del suo fazzoletto di terra, sugli altipiani che tra Lavarone e Luserna uniscono il Trentino al Veneto grazie alle foreste. Fino all’alba di lunedì 13 novembre, quando a quota 1250 lo ha schiantato l’ultima raffica di Fhoen soffiata dal Nord, è stato il patriarca delle Alpi: la pianta spontanea più grande d’Italia, l’abete bianco più alto d’Europa. Per la dignità della tensione costante verso il suo cielo infinito, capace di attraversare i secoli e di assistere in silenzio alle guerre e alle paci, migliaia di persone salgono ora in fila a salutare le sue radici, il suo fusto adagiato nel muschio, le sue fronde ormai nascoste tra figli e fratelli giganti. Da giorni, dopo il bivio per Monte Rovere e Malga Laghetto, una processione commossa raggiunge il monumento vegetale abbattuto e abbraccia il legno scavato dal tempo e dalle formiche, prodigiosamente rimasto in piedi fino ai quattro metri. Nessun equivoco animista. Chi viene qui, nel medio autunno che con la prima neve ha tinto i larici di giallo, lo fa solo per l’affetto verso una vita silvana durata oltre 260 anni, espressa in 54 metri d’altezza, dentro una circonferenza che a petto d’uomo sfiorava i 5, con un diametro di 152 centimetri. Rami e aghi compresi pesava 40 tonnellate e nonostante l’età, fino all’ultimo istante non ha smesso di crescere, curioso della fisica e del bosco che lo proteggeva dai fulmini. I botanici la chiamano «vigoria d’accrescimento», il distintivo della nostra adolescenza: la sua, lanciata verso i tre secoli, si ostinava a toccare gli otto centimetri all’anno, nelle buone stagioni, fino a un millimetro di spessore nell’albume.
Nessuno lo ha visto cadere, come nessuno lo vide spuntare. Tutti sanno però che nella notte alla metà del mese, le foreste che cento anni fa frantumarono l’impero austroungarico, opponendo qui gli italiani agli austriaci, erano battute da raffiche di vento a oltre cento chilometri l’ora. Prima da una parte e poi dall’altra, come per far cedere un chiodo piantato nella roccia. I giganti caduti sono stati 150. Quando anche il Principe si è arreso, alto sopra le trincee e i cimiteri dove i Kaiserjaeger riposano accanto agli alpini, il boato, la scossa e l’onda sono stati quelli di un terremoto. Dopo alcune ore di vegetale stupore ( le piante comunicano tra loro le emozioni affidando all’aria precise sostanze chimiche) lo ha trovato Damiano Zanocco, custode dei demani forestali di Lavarone e Luserna. «Appena i temporali si spostano e le nevicate smettono — dice — passo in rassegna i grandi vecchi della mia zona. Sapevo che lui era allo stremo. La base era stata invasa da un formicaio, la carie aveva roso il fusto dall’interno. Non vederlo più in piedi però, già adulto quando Napoleone era in fasce, è stato un dolore che speravo la vita mi scontasse». Le radici hanno resistito. Il tronco si è spezzato fra i tre e i quattro metri. Trenta metri di fusto, intatti, sono precipitati nella valletta che assieme ad un masso enorme sempre lo aveva protetto dal gelo, sopra il ruscello che gli risparmiava le siccità. Nell’humus definitivo ha trascinato altri sei abeti secolari, la sua famiglia alta quaranta metri per novanta centimetri di diametro. La chioma, una ventina di metri di fronde fitte e scure, si è sparsa dentro il resto del bosco dove vagava Mario Rigoni Stern, sempre prigioniero dei ricordi.
Adesso il problema è contenere la gente che sale in pellegrinaggio dal patriarca che l’ha lasciata orfana, in sostanza sola. Ciò che resta nella terra e parte del tronco saranno riparati sotto una teca, reliquie dell’ultimo tra gli eroi che mai hanno combattuto. Il resto finirà distribuito tra musei, università e artisti. Le sezioni dei rami andranno a chi desidera un cimelio, per finanziare il salvataggio di altri 200 alberi- monumento degli altipiani, sottraendoli al taglio tra il milione di più giovani piante sorelle. È l’ultimo regalo dell’ “Avèz del Prìnzep”, battezzato con il soprannome del Nicolussi che tre secoli fa guidò il paese del popolo cimbro migrato dalla Germania. Il Principe senza più vita resta dove è nato, in montagna: però lascia terra, acqua, aria e sole anche agli altri.
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