“Le ragazze scrittrici venute dall’Australia” di SUSANNA NIRENSTEIN

 da Repubblica

Tutti abbiamo assistito al tentativo (consapevole o inconsapevole che sia) di un essere umano di esercitare il proprio potere su un altro. Su una donna soprattutto, ma non solo. Il tentativo di ingabbiarla, spingerla in un angolo, svalutarla, ricattarla, spaventarla urlando come un lupo in modo che si pieghi, abbassi gli occhi, compiaccia il suo tormentatore nella speranza che tutto finisca di lì a poco, convinta che sia l’ultima volta, che cambi perché, soddisfatto quel suo desiderio, la rabbia, l’odio, la follia si plachino.
Tutto questo, e la crudeltà e la passività psicologiche che un rapporto del genere, così dannatamente diffuso, implica, è al cuore de Gli sguardi addosso (Baldini & Castoldi), l’ottimo romanzo di Elizabeth Harrower, autrice australiana oggi ottantanovenne che lo scrisse però nel 1966. Australiana come Joan London di cui s uscito da e/o L’età dell’oro e anche come Jane Harper, di cui s stato pubblicato
Chi è senza peccato (Bompiani), o come M.L. Stedman, scrittrice de
La luce sugli oceani da cui, sempre quest’anno, evidentemente magico per le donne dell’immensa isola, è stato tratto l’omonimo film con Michael Fassbender. La prosa di Harrower, che solo da poco ha permesso di dare alle stampe In Certain Circles, l’ultimo titolo, del 1971 (poi basta, non ha voluto più scrivere nulla, quasi offesa, ha detto lei, di non aver avuto abbastanza successo: se non mi vogliono, non mi avranno), la sua prosa, dicevamo, è raffinata e potente, la sua costruzione tormentosa e crescente come un thriller. Il tema ricorrente in tutti i suoi libri, The Long Prospect, Down in the City, The Catherine Wheel, svolto con infinita profondità, è dunque la trappola. L’uomo nero (in solo uno dei romanzi, la strega) e la vittima.
Qui siamo negli anni ’30-’40, a Sydney, tra lo splendore delle insenature e, laggiù, il bush selvaggio. Il mondo s lontano, quasi impercepibile, come la guerra che presto arriverà, incombente – furono molti gli australiani che combatterono e molti quelli che morirono – quanto misteriosa. Due sorelle, Laura di 16 anni e Clare di 9, rimangono orfane del padre. La madre, una specie di ameba cattiva, le abbandona a se stesse, poi le riduce a schiave, sempre a pulire, a far la spesa e cucinare, isolate come naufraghe, e infine, alla vigilia del conflitto, andando, da sola, in Inghilterra. Per le due ragazze sopravvivere s il massimo a cui aspirare. Spunta Mr Felix Shaw, vent’anni più di Laura, e la sposa. Ma non s questo il problema. È la costante attenzione che richiede, il pubblico a cui anela, il controllo che impone, il disprezzo, la scontentezza che lo accompagnano a casa, la mancanza di sorrisi, la disapprovazione continua a cui sottopone la moglie, le trappole, il carcere che le costruisce intorno.
Come Barbablù. E non è niente.
Presto riprende a bere, tanto: si trasforma in un incubo.
Laura si prostra. È la vittima per eccellenza. Clare non sa sottrarsi alla richiesta della sorella di restarle accanto, soffoca ma concepisce la fuga. Anche se la spirale è diabolica e solo una quarta presenza potrà spezzarla, noi siamo col cuore in gola: ci vorrebbe un coltello per porre fine a questa tortura. Però è chiaro, Clare ha una chiave in mano: lei legge, russi soprattutto, sa che ciò che sta vivendo “è così piccolo”: fuori c’è qualcosa di molto più grande, lei lo vedrà.
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