“Leggete il fantasy scoprirete la realtà”         di Michela Murgia,

IMMAGINAZIONE E POTERE dall’inserto Cultura della Repubblica
Ci sono voluti quasi quindici anni di attesa perché Philip Pullman mantenesse la sua promessa e consegnasse ai lettori il pluriannunciato Libro della polvere, la trilogia sorella della celeberrima Queste oscure materie uscita negli anni Novanta e poi riscoperta grazie al film La bussola d’oro. Sì, è un libro fantasy, ma se questo vi sta facendo desiderare di girare pagina forse è il caso di ripensarci: lungi dall’essere un genere per ragazzi, il fantastico oggi è l’unico registro convincente e popolare rimasto in mano a chi voglia fare letteratura con una intenzione minimamente politica. Al festival di Mantova di due anni fa, quando in pochi potevano supporre che l’Accademia di Svezia stesse considerando il suo nome per l’assegnazione del Nobel, lo scrittore inglese Kazuo Ishiguro cercò di spiegare a un pubblico incantato per quale ragione il registro letterario del fantastico gli sembrasse il modo più politico possibile per raccontare le sue storie. Per far capire la natura del suo romanzo Il gigante sepolto (Einaudi 2015) — capolavoro snobbato proprio perché percepito come fantasy — evocò l’esempio di quegli inventori che si mettono in testa di creare inesistenti macchinari volanti, all’inizio in prototipi di legno con ali di carta e tela, poi di metallo e carbonio, nylon e strutture più tecnologiche. Ishiguro considerò come nessuno di quegli inventori si fosse mai posto il problema del miscuglio dei materiali: bastava che il macchinario volasse. Oggi quegli uomini li consideriamo genii — non era uno di essi anche Leonardo? — ma per i loro contemporanei spesso erano solo pazzi, perché per muoversi nell’ignoto della conoscenza ci vuole una vena di follia creativa di cui in pochissimi possono vantare il controllo. “ Non mi importa quindi se dicono che ho fatto un romanzo fantasy”, concluse Ishiguro serafico, “io so che ho usato tutti i materiali che mi servivano affinché la storia potesse volare.”
Philip Pullman, benché su tutt’altro spessore di prosa, non doveva pensarla diversamente quando vent’anni fa scriveva Queste oscure materie e a leggere il primo volume del Libro della polvere si può senz’altro affermare che a tutt’oggi non abbia cambiato idea. I nostalgici vi ritroveranno tutto il suo immaginario anticlericale, dal terrificante Magisterium — un corpo di preti oscuri a metà tra Santa Inquisizione e polizia politica — fino alle associazioni studentesche di delazione dove i bambini denunciano i genitori e gli insegnanti che non si adeguano alla visione dogmatica della realtà pretesa dalla Chiesa imperante. Solo un revival del noto astio di Pullman per la Chiesa cattolica, dunque? Il libro per alcuni versi può farlo pensare, ma si rivolge a un mondo che in vent’anni è cambiato abbastanza da offrire alla visione di Pullman una tridimensionalità di lettura che può avere solo adesso. Succede ora — e non succedeva negli anni Novanta — che libri che hanno accompagnato l’educazione di migliaia di bambini per decenni (come Piccolo Blu e Piccolo Giallo di Lionni) vengano espulsi dai canoni scolastici perché accusati di veicolare idee di uguaglianza, tra generi e orientamenti sessuali, contrarie all’educazione religiosa familiare. È successo ora — non negli anni Novanta — che gruppi conservatori di matrice religiosa si siano organizzati per le strade per contrastare le leggi anti- omofobia e impedire l’unione civile per tutte le coppie in nome di valori pretesi come universali. Sta succedendo ora — e mai sarebbe accaduto negli anni Novanta — che la diffidenza per la scienza e la conoscenza mettano in discussione traguardi di civiltà acquisita come i vaccini infantili. Soprattutto è ora che forze politiche di matrice xenofoba e nazionalista stanno ricominciando a servirsi dei simboli religiosi come marcatori identitari, ergendosi a difensori della fede tradizionale contro i credo concorrenti in arrivo con i migranti. Non significa che Pullman abbia inteso questi o altri esempi riproducendo gli scenari steampunk del suo mondo consueto. Significa però che il fantasy parla sempre del reale, di quel che accade e di quel che potrebbe accadere a partire da ciò che si vede già in opera, e lo fa con una libertà simbolica che la scrittura letteraria raramente può concedersi senza rischiare di finire minorizzata nel genere o tentare una pedagogia da tavolino col romanzo a tesi. Nel creare anticorpi alla narrazione dominante Pullman risulta politicamente efficace nella stessa maniera in cui lo è Stephen King in gran parte della sua produzione, Marion Zimmer Bradley quando scrisse Le nebbie di Avalon ( incredibilmente fuori catalogo) o come lo fu George R. R. Martin negli anni Novanta quando si mise a investigare le dinamiche di potere attraverso le monumentali Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Sono quarant’anni che King ci racconta il potere distruttivo dei sistemi di relazione come non ha fatto alcun sociologo. Zimmer Bradley ha messo in mano a ragazzine e casalinghe — che forse mai avrebbero letto Simone de Beauvoir — un romanzo detonante sul fronte femminista, riscrivendo il ciclo arturiano dal punto di vista di Morgana, Igraine e Ginevra, invece che da quello dei cavalieri della tavola rotonda. Martin nelle sue Cronache ha costruito un immenso castello di forze politiche e militari a contrasto — solo in parte apprezzabili nella riduzione seriale di
Game of Thrones per Hbo — che spiega meglio di un trattato di Sun Tzu come dentro certe logiche di potere non esista vittoria per nessuno: non è certo un caso che un movimento come Podemos in Spagna vi si ispiri esplicitamente, al punto che il suo leader Iglesias ha regalato il cofanetto con i dvd della serie a un attonito re Felipe. Si potrebbe proseguire, ma forse bastano questi esempi a mostrare che, mentre negli ultimi quarant’anni gli autori del romanzo cosiddetto letterario cercavano ossessivamente l’antieroe nell’uomo comune (che spesso è l’autore medesimo) e nella riduzione delle trame alle relazioni, il genere fantastico ha continuato a potersi permettere la libertà di fare epica, scegliendo però di rendere immortali eroi ed eroine che sarebbero ai margini di qualunque nostra declinazione del vincente. Così sono le donne di Zimmer Bradley, i bambini di Pullman e soprattutto l’esercito dei reietti di Martin, dove la gloria appartiene solo a quelli che nel suo (nostro?) mondo sono impotenti o nascono per diventarlo: bastardi, femmine, storpi, nani, evirati, orfani, esuli, invertiti e stranieri. Di questa parata di esclusi abbiamo un bisogno tremendo, forse più da adulti che da ragazzi. Inutile dunque alzare le spalle con sufficienza davanti alla polvere magica che Pullman sparge nelle sue pagine: chi riconosce il fondamento della propria letteratura nella Divina Commedia, libro politico e fantastico come mai altri prima, quello scarto irrealistico dovrebbe rivendicarlo come un diritto di nascita.

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