Una storia esemplare: quando la responsabilità del figlicidio è della ASL, ma nessuno paga

CRISTINA NADOTTI, oggi su Repubblica

L’aula di Montecitorio ieri ha sentito raccontare violenze e orrori di ogni genere. Le donne hanno applaudito, si sono alzate in piedi, hanno manifestato vicinanza alle vittime che raccontavano le loro storie.
Antonella Penati però, prima degli applausi, è stata interrotta da più voci che urlavano «Vergogna!». Un grido rivolto allo Stato, alle istituzioni che dovrebbero proteggere le donne e i loro figli e che invece sono talvolta complici involontari dei delitti. Nel sentire lo sdegno delle altre, questa donna simbolo si è interrotta un momento, poi ha proseguito, la voce ormai priva di emozioni. Nel 2009, durante un colloquio protetto alla Asl, il suo ex compagno uccise Federico, il loro figlio di 8 anni. Lei aveva denunciato lo stalking e le violenze, ma il giudice aveva deciso che il padre dovesse comunque vedere il bambino.
Che senso ha avuto portare la sua battaglia a Montecitorio, davanti ad altre donne?
«Mi sono sentita meno sola. E non parlo del sostegno di altre persone, quello c’è da sempre. Mi sono sentita meno sola rispetto alle istituzioni, ho potuto finalmente rivolgermi allo Stato, chiedere al governo di prendersi le sue responsabilità, e rispondere alla Corte dei diritti umani di Strasburgo, che chiede come sia possibile che l’incolumità di una persona, un bambino, come nel mio caso, o una donna, non venga tutelata in un ambito “ protetto”».
Cosa chiede alla Corte di Strasburgo?
«Nessuno ha pagato, ma sia chiaro: il mio non è giustizialismo, è chiedere che ciascuno si assuma le sue responsabilità. È assurdo che lo dica io, ma anche il padre, che poi si è ucciso, non ha avuto sostegno adeguato e la battaglia contro la violenza sulle donne si vince solo aiutando anche gli uomini maltrattanti. La Corte ora chiede all’Italia se sia stato tutelato il diritto alla vita».
Negli interventi alla Camera è stato spesso sottolineato il ruolo di giudici e servizi sociali: cosa manca alle leggi italiane?
«Le norme non bastano, anche quelle valide sono inutili se non si preparano le persone che devono assistere le vittime. Le donne quando denunciano subiscono la violenza dei processi ed è stato importante sentirlo dalla loro voce. Come donna, madre e presidente dell’associazione Federico nel cuore onlus mi batto perché la sentenza sul nostro caso non diventi un precedente e altri non restino impuniti».
Lei ha definito il figlicidio la forma più efferata di femminicidio, perché?
«È come se quell’uomo mi uccidesse ogni giorno. Non solo ha tolto la vita a un bambino, ma ha fatto sì che io non possa più avere un’esistenza normale. In Italia sono documentati oltre 400 figlicidi, 11 dal 1° gennaio 2017. I bambini diventano lo strumento con cui l’uomo maltrattante continua a infierire sulla donna dopo la separazione».
Aveva denunciato il suo aguzzino?
«Sì, era un uomo disturbato, condannato per aggressione perché reo confesso. Avevo chiesto l’affido esclusivo di Federico, ma i servizi sociali e il tribunale mi definirono esagerata, mossa dal desiderio di ledere la figura paterna. Dicevano che il bambino doveva avere due genitori».
Federico voleva vedere il padre?
«No. La mattina in cui fu ucciso mi disse che gli assistenti sociali non lo ascoltavano. Ho cercato di proteggerlo in ogni modo, credevo nel ruolo fondamentale dello Stato e allo Stato avevo chiesto di proteggere il mio bambino dalla violenza paterna. E invece…».
Le responsabilità di chi lo aveva in custodia sono state accertate?
«La sentenza della Cassazione è illuminante nella sua incongruenza. Riconosce che Federico è stato massacrato a coltellate nella sede dell’Asl e che nessuno è intervenuto a soccorrerlo. Decreta il fallimento dei servizi sociali ma ha assolto tutti gli operatori coinvolti, la psicologa che seguiva il padre di Federico, l’educatore che lo aveva in custodia al momento della tragedia e la responsabile dei servizi sociali, poiché non era mai stata indicata una persona in particolare, ma il servizio in generale. È chiaro che c’è, come in molte altre vicende che riguardano la violenza sulle donne, un problema normativo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Un pensiero su “Una storia esemplare: quando la responsabilità del figlicidio è della ASL, ma nessuno paga

  1. E’ allucinante, credevo di non dover più conoscere storie come questa, perché ce n’è stata una anche nella mia ASL, in un Comune vicino al mio, anni fa, se ben ricordo i figli erano due e venne uccisa anche la madre, “lui” invece non riuscì ad uccidersi pur avendoci provato, “lui” è vivo. E questi fatti continuano a ripetersi come se nulla servisse da esempio per far sì che le cose migliorino. Per carità, rispetto a questi “criminali”, non riesco a dire “disturbati”, ci sono tanti uomini che sono delle bravissime persone, che non pensano alle donne come una loro proprietà, anzi, si battone insieme a loro per sradicare questa arcaica mentalità. Un bell’articolo, Ettore, come tutti quelli che
    pubblichi, del resto. Buona giornata, amico caro, un abbraccio. 😀 ❤ 😀

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