“IL GOVERNATORE DIMEZZATO” Il commento di Massimo Giannini su crisi bancarie e carenze della Vigilanza di Bankitalia

È vero: c’è un’euforia compiaciuta e malsana, nel modo in cui i commissari della Santa Inquisizione Parlamentare speculano sui peccati commessi dalla Banca d’Italia. C’è una foga giustizialista e malriposta, nella fretta con la quale la politica si autoassolve dalle sue colpe, per scaricarle tutte su Ignazio Visco, il “governatore dimezzato”.
Come se le crisi bancarie di questi anni fossero un “beneficio” elettorale ad uso dei partiti, e non un “costo” sociale a carico dei cittadini.
Ma stavolta c’è altro, al di là delle solite zuffe intorno al credito tra i capponi di Renzo (o di Renzi).
A dispetto delle peggiori intenzioni della vigilia, e depurato dai veleni che spurgano tra i tre poli, il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Casini si sta rivelando tutt’altro che inutile (come pure si poteva temere).
Qualche verità sta venendo a galla. Dalle audizioni a San Macuto emerge un quadro disarmante sul funzionamento della Vigilanza.
Dal dissesto delle due Popolari Venete al crac Montepaschi, dal default di Carife-Carichieti- Marche allo scandalo Etruria: finora il buco nero del credito è costato al Paese quasi 70 miliardi, tra azioni e obbligazioni azzerate, aumenti di capitale bruciati, aiuti interbancari e salvataggi dello Stato. E in ciascuno dei disastri di queste disgraziate “ sette sorelle” è emerso un drammatico deficit di comunicazione tra la Banca d’Italia e la Consob.
Via Nazionale sapeva dei “crediti incagliati” che appestavano i conti di Antonveneta dal 2006 e nonostante questo autorizzò il maxi acquisto da 9 miliardi da parte di Mps nel 2008. Sapeva delle difficoltà della Popolare di Vicenza alla vigilia dell’emissione di due bond convertibili nel 2009. Sapeva delle “incongruenze” nel prezzo delle azioni di Veneto Banca dal 2008. Sapeva delle “ anomalie finanziarie” di Banca Marche dal 2011. Ma in tutti questi casi ha informato tardi o non ha informato affatto la Consob, che doveva autorizzare i prospetti informativi e nel frattempo ( come le tre scimmiette) non vedeva non parlava e non sentiva. Perché?
Via Nazionale ha sempre cercato, giustamente, di evitare i fallimenti bancari. Ma quello che emerge dall’audizione del procuratore di Arezzo Rossi è inquietante. Con Etruria già alla canna del gas nel giugno 2014, Bankitalia contesta ai vertici di non aver portato in assemblea l’unica proposta di acquisizione giunta fino ad allora, cioè quella della Popolare di Vicenza di Gianni Zonin (poi indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza). Nessuno si scandalizza se Via Nazionale esercita la sua moral suasion sulle aggregazioni. Ma in questo caso la stranezza salta agli occhi: si sollecita una banca fallita a farsi comprare da una banca decotta. Perché?
Nessuno può pensare che ci sia stato dolo nell’operato del governatore. Ma qualcosa non ha funzionato, e ora è essenziale capire che cosa. È un problema di normative troppo rigide contenute nel Testo Unico Bancario? È un problema di “eccesso di prudenza” nel modus operandi di Bankitalia, che privilegia troppo spesso la “stabilità” del sistema, anche a dispetto della sua “ trasparenza”? Il governatore deve rispondere a queste domande, per evitare che i danni di oggi si ripetano domani.
Nel suo attacco a Visco, Renzi ha sbagliato nella forma, anche se ha avuto qualche ragione nella sostanza. Ma il Pd fa male ad esultare, e a considerare già emessa la “sentenza definitiva” che inchioda la Banca d’Italia. Tradisce la volontà di consumare una “ vendetta postuma” nei confronti del governatore, al quale ha provato a negare la riconferma con una mozione parlamentare. Rivela un goffo tentativo di distrarre l’attenzione degli elettori dalla sua quota di responsabilità nel groviglio bancario intorno a Mps ed Etruria. I plotoni d’esecuzione che sparano su Palazzo Koch e i solerti propagandisti che diffondono veline da Agenzia Stefani per chiedere ai tg di “dare risalto a Etruria” non si addicono a un grande partito che segue la via maestra delle istituzioni e rifiuta le scorciatoie populiste.
Se Ignazio Visco deve rendere conto del suo operato al Parlamento e al Paese, la stessa cosa deve fare Maria Elena Boschi. L’allora ministra per le Riforme ha giurato in Parlamento di non aver mai messo bocca sulle vicende della banca “vice-presieduta” da suo padre Pierluigi. Gli incontri riservati a Laterina con i vertici di Veneto Banca e la richiesta a Federico Ghizzoni di un salvataggio da parte di Unicredit dimostrano il contrario. Anche su questo aspettiamo una verità dalla Commissione. Prima che si chiuda la legislatura. E finisca questo ennesimo Romanzo Criminale, scritto sulla pelle dei risparmiatori.

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