I have a dream: aboliamo il Concordato!!

di Maria Mantello

Retaggio del fascismo, il Concordato continua a essere la palla di piombo che pesa sullo Stato italiano in un eccellente paradosso di soggezione consenziente. Il Concordato, infatti, legittima il Vaticano a esercitare una sovranità indiretta sugli organi istituzionali della Repubblica e a propagare su essa un illimitato potere di controllo politico-sociale, per giunta ricevendo anche lauti finanziamenti per questi privilegi.

In origine nella Chiesa c’era lo scandalo del Discorso della Montagna. Oggi lo scandalo è la montagna di miliardi, che il Vaticano accumula con i finanziamenti prelevati dalle imposte degli italiani, con quelli per l’istruzione cattolica, con le esenzioni dal pagamento di consumi energetici e smaltimento rifiuti, con la dispensa da imposte e tasse sulla miriade delle sue redditizie attività commerciali: miliardi non pagati sull’imprenditoria turistica (si pensi solo all’Opera pellegrinaggi), sugli immobili di proprietà ecclesiastica adibiti a scopi commerciali, come ex-conventi ed ex collegi trasformati in case di cura, centri sportivi, case di riposo, residenze, pensionati… nonché in lussuosissimi alberghi a più stelle. E sono solo alcuni esempi!

Eppure il Vaticano non è certo povero come il Vangelo a cui si ispira vorrebbe. Tralasciando lo Ior e i suoi affari internazionali, solo sul territorio della Repubblica italiana possiede un immenso patrimonio immobiliare che costituisce il 20% di quello dell’intera nostra Nazione. Si pensi ad esempio, che solo la Congregazione di Propaganda Fide (ex Sant’uffizio) a Roma possiede ben 725 fabbricati con circa 2000 uffici e appartamenti per un valore commerciale stimato in 9 miliardi di euro.

Eppure l’Italia grazie al Concordato continua a essere – la più grande benefattrice del Vaticano, anche nel compiacerlo nei confessionali dictat su famiglia, sessualità, riproduzione, testamento biologico, diritti civili… e tanto altro ancora.

Poteri economici, politici e sociali della Chiesa inestricabilmente s’intrecciano nell’incompiuta separazione tra Stato e Chiesa, che avviata infaticabilmente dalla classe dirigente liberale post Unità d’Italia veniva arrestata da Mussolini, l’ateo Mussolini, che alla Chiesa l’11 febbraio 1929 regalava i Patti lateranensi, ovvero «Il Concordato».

Questi comprendevano: – un Trattato che proclamava «la religione cattolica come sola religione dello Stato», vietando – in una strutturale defezione di sovranità da parte dello Stato italiano – ogni qualsivoglia «ingerenza da parte del governo italiano nella Santa Sede» a garanzia della «assoluta indipendenza nella sua missione»; – un Concordato per regolare «le condizioni della religione e della Chiesa in Italia», ma dove i diritti erano tutti per la Santa Sede; – una Convenzione finanziaria, che caso unico nella Storia, vedeva lo Stato vincitore a Porta Pia (20 settembre 1870), l’Italia, impegnarsi a risarcire la Santa Sede «per la perdita del patrimonio di San Pietro». Insomma lo Stato chiedeva scusa per essersi ripresa Roma, mettendo fine anche al potere temporale della Chiesa (come noto edificato per altro sul falso storico della Donazione di Costantino, opera della curia vaticana nel Medioevo.

Il Concordato era «l’alleanza fra il manganello e l’aspersorio» come la definì il libero pensatore Ernesto Rossi. Il fascismo cercava la benedizione papalina, utile ad attenuare agli occhi delle masse il suo totalitarismo, chiarissimo finanche ai ciechi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti (mandante Mussolini); la Chiesa rilanciava il suo sogno teocratico, anche grazie alle rendite che lo Stato italiano le avrebbe garantite, e che il governo Mussolini inaugurava versando al Vaticano in contanti ben 750 milioni di lire (circa 600 milioni in euro), a cui aggiungeva anche «un consolidato del valore nominale di 1 miliardo di lire» (circa 800 milioni di euro).

Pio XI esultava e commentava: «Ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare!».

I Patti lateranensi venivano propagandati “dall’uomo della provvidenza” come sanatoria della «questione romana». Già, la «questione romana»! Il cruccio di Garibaldi e di tanti patrioti per essa morti nelle battaglie per la presa di Roma, che per il giovane Regno d’Italia dalla sua proclamazione (1861) aveva significato il compimento dell’Unità d’Italia, che il Concordato chiamava adesso «risarcimento» ribaltandone la storia.

Il Regno d’Italia, se proprio si volesse usare il termine «risarcimento», l’aveva già operato con la Legge delle Guarentigie del 13 maggio 1871, con cui il Vaticano era sovrano nell’area che lui stesso si era data, e riconoscendo al papato esenzioni tributarie e numerose proprietà immobiliari, assicurandogli anche, per il sostegno del clero, ben 3.225.000 lire annuali rivalutabili. Una cifra stratosferica per l’epoca!

Il fascismo crollava, ma il suo Concordato restava, macchia nera sulla Costituzione repubblicana, anche se non è parte integrante, ma solo menzionato, come ha ricordato nel 1971 la sentenza n° 30 della Corte Costituzionale stabilendo che esso «non può avere forza di negare i principi supremi dell’ordinamento costituzionale dello Stato». Il che significa che l’applicazione del Concordato è subordinata comunque e sempre al supremo valore costituzionale della laicità dello Stato! Cosa che, politici chierichetti spesso e volentieri mettono tra parentesi.

Nel 1984 il patto concordatario era rinnovato per volontà del capo del governo Bettino Craxi, che s’impegnava nella restaurazione socio-politica post ’68, e per questo offriva alla Chiesa l’opportunità di riconquistare il terreno perduto in una società sempre più laicizzata e secolarizzata, che otteneva con le sue lotte leggi di civiltà: dal divorzio alla legalizzazione della pillola, al nuovo diritto di famiglia, all’interruzione volontaria di gravidanza, allo Statuto dei diritti dei lavoratori….

In questo contesto anche il Concordato era ritenuto superato e nel Paese cresceva la mobilitazione per la sua eliminazione anche all’interno del mondo cattolico.

Di contro, il rinnovo craxiano, offriva alla Chiesa un formidabile trampolino per tornare a permeare la società italiana: «riconoscendo i principi del cattolicesimo parte del patrimonio storico del popolo italiano». Una formulazione che legittimava in tutto e per tutto quella sovranità indiretta che già il Concordato mussoliniano aveva consentito al Vaticano, tributando addirittura, adesso, una pariteticità Stato-Chiesa nella «reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese».

Dove in quella «promozione dell’individuo» si ribadiva l’identità di essere umano con l’essere cattolico, con cui la Chiesa da S. Paolo ai nostri giorni giustifica il suo universalismo.

Con la revisione craxiana del Concordato, l’emancipazione della nostra Repubblica dal Vaticano, richiesta dal paese reale si allontanava ancora una volta.

La religione cattolica, non più religione dello Stato italiano (questo veniva espressamente affermato), paradossalmente lo permeava come parte integrante del popolo.

La Chiesa veniva riconosciuta puntello della Nazione, fulcro dell’identità-nazione di ogni cittadino. Un falso ideologico, che legittimava la Chiesa a parlare non solo a nome e per conto dei suoi fedeli, ma addirittura per tutti gli italiani.

Anche ben oltre il nuovo “uomo della provvidenza”, unti dal signore e coorti di untorelli all’olio santo, si lanciavano, e si sarebbero lanciati negli anni, per erogare sempre più privilegi e fiumi di denaro alla Chiesa vaticana. Si pensi al sistema paritario d’istruzione introdotto nel 2000, che apriva al finanziamento delle scuole private, elevandole a “paritarie”. Un paradosso giuridico per aggirare la Costituzione che individua nella scuola statale un proprio organo costituzionale, e per questo esclude con quel «senza oneri per lo Stato» all’articolo 33 che le scuole private posano essere finanziate col pubblico denaro. Oppure si pensi all’immissione in ruolo nel 2003 degli insegnanti di religione cattolica, che pur continuando a dipendere in tutto e per tutto dai vescovi – tranne che per lo stipendio da sempre a carico dello Stato, e per giunta più alto di quello degli altri docenti – adesso possono finanche transitare su altre cattedre e posti dirigenziali. (Insomma, le “infinite vie del signore” passano per quelle clientelari vaticane!)

Il nuovo Concordato del 1984, fin dalla sua promulgazione evidenziava il vergognoso favoritismo di Stato almeno per due sfacciati meccanismi: Il prelievo fiscale dalle imposte degli italiani pro Chiesa cattolica (8 ‰) e quello della facoltatività dell’insegnamento della religione cattolica (IRC).

Il primo era quel perverso e truffaldino meccanismo dell’8 ‰ che spacciava per democrazia la destinazione di questa quota individuale di imposta sul reddito (Irpef) alla propria chiesa, ma che in realtà consentiva a quella cattolica di fare l’asso pigliatutto, grazie all’introduzione di questa formuletta dalla parvenza garantista: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Allora, nonostante sia solo mediamente un 30% di italiani a firmare pro Chiesa cattolica, questa minoranza, rappresentando la maggioranza delle scelte espresse, fa sì che Santa Romana Chiesa arrivi a intascare il 90% dell’intero 8 ‰ in una moltiplicazione esponenziale di denari, che attualmente, solo con l’8 ‰, arriva a oltre un miliardo di euro ogni anno. Inoltre, diversamente da quanto le suadenti campagne pubblicitarie della Conferenza Episcopale italiana vorrebbero far credere, questo gruzzolo viene impiegato soprattutto per il mantenimento del clero e dei suoi apparati. Quindi, anche per il mantenimento delle strutture degli scandali più disgustosi: dalle centrali dello Ior a quelle della pedofilia clericale.

L’altro meccanismo riguardante l’ora di religione nelle scuole statali, propagandato al pari del primo come libertà di scelta, ha creato nelle scuole lotte di religione incredibili, con intervento della Magistratura, per arrivare fino alla Corte Costituzionale, onde consentire a chi non sceglieva l’IRC di non essere sequestrato a scuola mentre i compagni frequentavano l’ora di dio.

La Suprema Corte chiariva infatti, non solo la legittimità di non seguire l’ora di cattolicesimo, ma neppure un insegnamento ad esso alternativo. (sentenza n°203 del 1989). E la sentenza n° 13 del 1991 avrebbe fissato definitivamente la non negoziabilità dello «stato di non obbligo» a restare dentro le mura scolastiche.

Vale appena sottolineare che attualmente, soprattutto alle scuole superiori (licei) ci sono intere classi dove nessun ragazzo ha scelto di avvalersi dell’IRC. Ma, mistero della fede, le nomine dei docenti di religione sono in aumento!

Per uscire da questa e da altre operazioni di colonizzazione vaticana c’è solo una cosa da fare: abrogare il Concordato. Per realizzare finalmente la separazione tra stati e chiese, per la costruzione di mondo senza dogmi né padroni. E la Chiesa il vizio del dogmatismo e del totalitarismo li ha entrambi.

(5 dicembre 2017)

2 commenti

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Ugo Agnoletto Susegana

nella chiesa si può dire e fare tutto quello che si vuole, basta non mettere in discussione i soldi. Quindi è più facile che i preti si sposino piuttosto che abolire il Concordato. Infatti soldi e potere sono strettamente collegati e la chiesa sa che i soldi servono per il potere. Quindi, anche se lo volesse, Bergoglio non accetterà mai di rivedere il Consordato. Dovrebbe farlo la politica, ma anche i politici non possono e non vogliono farlo. L’appoggio della chiesa torna sempre utile. Allora: una chiesa che ha bisogno dello statao, uno stato che ha bisogno della chiesa, è chiaro la chiesa starà sempre dalla parte di chi comanda e i politici si guarderanno bene dall’inimicarsi la chiesa. Unico neo: se crolla questa politica, crollerà anche la chiesa.

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Ugo Agnoletto Susegana

può essere libera una chiesa che è pagata o meglio comprata dallo stato? Direi di no perché deve fare gli interessi di chi la paga. Neanche il diavolo è riuscito a fare tanto! E qualche prete si è mai lamentato perché il loro capo, il cardinal Bagnasco, era pagato come generale dell’esercito? No, perché mangiano alla stessa mangiatoia, fatta eccezione per alcuni preti operai.

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