Da “La lettura” alcune considerazioni interessanti sul film The square

Ora lo so, l’elemosina è un affare mio

Ci sono film che ti cambiano la vita. A me è successo con «The Square», la commedia che ha vinto a Cannes Presentato come una satira sul mondo dell’arte, è una metafora della sordità delle società occidentali verso chi chiede aiuto

Ci sono film che ti cambiano la vita. Magari non sono neanche grandi film, però finiscono per essere importanti per te, o magari lo diventano solo perché incrociano un pensiero che già ti frullava nella testa, o scongelano un grumo che avevi nel petto. Per esempio The Square, la strana commedia surreale del regista svedese Ruben Östlund che ha vinto a Cannes, ha cambiato il modo in cui guardo ai mendicanti.

Da tempo avevo risolto il dilemma morale che assale ognuno di noi di fronte a chi chiede l’elemosina, dorme per strada, se ne sta accovacciato per terra al freddo vestito di stracci (ce ne sono sempre di più da qualche tempo, almeno a Roma o a Milano). Seguivo le i ndicaz i oni del l e t a nte c hari t y , dei gruppi di volontariato che si occupano degli homeless, apprese negli anni in cui vivevo a Londra, dove il fenomeno è diffusissimo e genera un allarme molto maggiore che da noi: se volete aiutarli, non date loro ciò che vi chiedono. Non date soldi. Comprategli un pasto, pagategli una tazza di latte caldo, regalategli una giacca a vento o un paio di scarpe calde, dategli le informazioni necessarie a raggiungere un centro di assistenza: ma non date mai soldi. Rischiereste in quel modo di tenerli solo più a lungo sulla strada, finanziando e cronicizzando la loro condizione, o addirittura il loro vizio: se bevono, spenderanno la vostra elemosina per bere ancora; se si drogano, ci compreranno la roba. I vostri soldi dateli a noi, associazioni benefiche, che sappiamo come occuparci di loro; e, se ce la fate, dateci anche qualche ora del vostro tempo in volontariato.

Tutto giusto. Razionale. Politicamente molto corretto. In fin dei conti anche il Vaticano, dopo un po’, ha sciolto la piccola baraccopoli che era sorta sotto il colonnato di San Pietro: bisogna aiutare gli homeless a lasciare la strada, non a restarci per sempre. Per conto mio avevo aggiunto una particolare determina- zione a non dare mai soldi a mendicanti che portassero con sé un minore, dal momento che i bambini devono stare a scuola e che l’obbligo vale per tutti, e dunque neanche i genitori hanno diritto a sfruttarli per chiedere l’elemosina.

Poi ho visto The Square. Che per brevità è stato presentato come una satira sul mondo dell’arte contemporanea. Ma che invece a me è parsa una grande metafora della sordità raggiunta dalle società affluenti e sofisticate dell’Occidente nei confronti delle richieste di aiuto che ci vengono dai «diversi», da chi è fuori, o viene da fuori, o vive fuori, o sta sotto, così sotto di noi che per guardarlo dobbiamo affacciarci su un abisso e non ne abbiamo voglia, o abbiamo perso la capacità di farlo senza provare vertigini e nausea.

Accompagnando le strampalate vicissitudini del protagonista, un fascinoso e intelligente curatore di mostre e performance, membro di una società ricca di distinzione, di gusto e cultura prima ancora che di soldi, ormai interessata solo al superfluo e stufa del necessario, lungo tutto il film si sente ogni tanto la voce di qualcuno che in svedese chiede aiuto (« Hjälp! Hjälp! »). Una volta è un bambino che il nostro eroe ha involontariamente e indirettamente offeso, un bambino dai capelli così neri che di sicuro non può essere un nativo scandinavo, e che non tollera di essere sospettato di aver rubato un portafoglio e un telefonino. Un’altra volta è un performer deforme che si ribella alla messa in scena del museo e trasforma l’eccitante recitazione del selvaggio tra i borghesi in una scena di vera violenza rivolta contro il consesso di panciuti finanziatori a cena. Un’altra volta sono le sue bambine che, afferrandosi per i capelli e litigando furiosamente, gli stanno dicendo papà dove sei, e lui non c’è mai, le ama, ma se le porta in giro come pacchi di spese natalizie. Un’altra volta ancora è più semplicemente una donna con cui ha fatto l’amore, e che vorrebbe spiegargli che per lei è stato qualcosa che si avvicina alla passione, non l’educata e sbrigativa pratica sessuale di cui lui gode con serialità.

Dovunque nel film compaiono dei mendicanti. Ma sembrano un semplice memento di che cosa non c’è più nelle nostre vite: l’altro. Di come ci sembra lontano e differente da noi. Nessuna agiografia della povertà, anzi: nel film spesso chi chiede l’elemosina si rivela petulante, sgradevole, perfino meschino, come ogni essere umano sa essere. Ma piuttosto uno sbatterci di fronte qual è il problema delle nostre società occidentali: che non sono neanche i medicanti, o i poveri, o gli emarginati, ma il fatto che noi non sappiamo più guardare a ciò che loro significano e ci dicono, e cioè che non siamo i soli a vivere, che le nostre cene e pranzi di lavoro e riunioni di marketing e campagne pubblicitarie e articoli di giornale e successo e seduzione non sono niente, confrontati alla vita vera. E questo ci dà un immenso dolore, quando lo avvertiamo, perché ci impedisce per qualche istante di continuare a considerarci il fulgido culmine della civiltà umana, così colti, così eleganti, capaci di apprezzare con tanta squisitezza la vita e di stare sempre nel giusto, aperti a ogni causa buona e di progresso; e perciò la prima reazione che induce in noi è di rifiutarci la vista di ciò che ci addolora, in una parola volgere lo sguardo, magari dandoci la razionalissima spiegazione che è meglio lasciar fare ai professionisti dell’aiuto, a cui stasera stessa invierò una sottoscrizione con vaglia postale.

È questo spaesamento che manda fuori giri il nostro protagonista, così elegantemente scarmigliato, così sciattamente raffinato. Dopo una serie di incontri ravvicinati con l’altro, con la realtà caotica, sporca, convulsa, irriverente e imprevedibile, il suo mondo interiore va in pezzi. Dentro il civilizzato quadrato di sanpietrini-opera d’arte, lo square che dà il titolo al film, vigono le regole affettate del dialogo e dell’altruismo; tutto intorno, nel mondo vero, invece no, è tutto un homo homini lupus. Perde il lavoro. Perde l’autostima. Perde la voglia di danzare indifferente sull’esistenza come sul ponte di un Titanic. Perde la sua hybris e vuole solo chiedere scusa. Ma non trova più il ragazzo che ha offeso, e solo le sue figlie lo accompagnano nel viaggio finale tra i miserabili di Copenaghen, giusto fuori dal centro, nei palazzoni della povera gente che chissà da dove viene e dove se n’è andata. Come nella storia del principe Siddharta, che viveva recluso dal padre nel palazzo principesco perché non vedesse la morte, la malattia e la miseria; e quando le vide ne fu così sconvolto che si ritirò dal mondo e meditò.

Dubito che il curatore di un museo di arte contemporanea danese possa trasformarsi in un moderno Buddha, però di certo ora medita anche lui. Il film non ci dice con quali esiti, ma ce lo mostra con le spalle piegate, silenzioso, mentre si allontana alla guida della sua auto ecologica.

Dicevo che The Square ha cambiato il mio modo di guardare ai mendicanti. Ho smesso di considerarli un problema sociale da risolvere. Prima vedevo la foresta, ora mi vengono in primo piano gli alberi. Individui in carne e ossa, con i loro occhi, le loro mani. Ora chiedono aiuto proprio a me, prima mi sembrava che lo chiedessero a tutti. Ora io mi chiedo che cosa devo fare io, non cosa dovrebbero fare gli altri. Non so ancora come finirà, ma due ore e mezza al cinema, stavolta, non sono passate invano.

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