Da La lettura: “Giulio Cesare ha avuto un ictus” di FRANCESCO MARIA GALASSI

Al Festival del mondo antico si discute anche dei morbi che affliggevano le popolazioni del passato. Non è vero che patologie come il cancro e l’aterosclerosi sono recenti: se ne trovano segni nelle mummie egizie e anche sui dinosauri Le malattie dei Rom

L’autore Nato a Rimini nel 1989, medico e paleopatologo, Francesco Maria Galassi lavora all’Università di Zurigo e all’Università di Flinders (Australia). Autore con Hutan Ashrafian del libro Julius Caesar’s Disease («La malattia di Giulio Cesare»), edito nel 2016 da Pen & Sword History, partecipa al Festival del mondo antico l’8 dicembre a Rimini, dibattendo con Kristina Killgrove sulle malattie nel mondo antico (Museo della Città, ore 16.30). Modera Pino Donghi Le foto Alcune immagini della Domus del Chirurgo di Rimini. È l’abitazione di un medico romano, scoperta nel 1989, di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’apertura al pubblico

La paleopatologia (da paleo, «antico»; e patologia, «malattia») studia le malattie nell’antichità con il fine di descriverne la manifestazione storica e il corso evolutivo. Sono tantissime le informazioni che possiamo ricavare sulla salute delle antiche popolazioni attraverso lo studio dei resti mortali, si tratti di ossa o di mummie.

Sino a qualche tempo fa molte persone erano dell’opinione che malattie quali il cancro e l’aterosclerosi fossero un prodotto esclusivo dell’età moderna, il risultato di diete ipercaloriche e stili di vita sedentari e stressanti. In verità, la paleopatologia ci ha dimostrato come il cancro sia antichissimo, malattia rinvenuta tanto in mummie rinascimentali, quanto addirittura in fossili di dinosauro. Lo studio delle mummie egizie sottoposte ad esame Tac ha inoltre dimostrato la presenza di placche aterosclerotiche antiche millenni. In conclusione, queste malattie, tipiche dell’età anziana, esistevano anche nel mondo antico, ma erano molto rare, poiché le persone morivano molto prematuramente a causa soprattutto delle malattie infettive. Dato che quel tipo di mortalità è diminuito, si è verificata una selezione positiva, in termini darwiniani, nei confronti di altre patologie.

A volte, tuttavia, noi paleopatologi disponiamo solo di documentazione storica e archivistica, che analizziamo attraverso le lenti della medicina. La disciplina si chiama «paleopatografia» e si occupa spesso delle biografie dei grandi del passato, soprattutto perché sono i pochi personaggi dell’antichità per cui disponiamo di una ricca documentazione biografica, contenente elementi di natura biomedica, utili alla nostra analisi. La paleopatografia permette, però, anche di gettare luce sulla storia e sui suoi misteri.

È il caso dei grandi condottieri e imperatori romani, primo fra tutti Giulio Cesare, il proconsole che marciò contro la Repubblica, catalizzando la transizione imperiale dello Stato. Per secoli la sua malattia è stata ritenuta essere l’epilessia, il morbo sacro. Tanti però sono i dubbi e gli interrogativi se si riesamina il caso nel dettaglio, come ho fatto assieme al collega britannico Hutan Ashrafian.

Le fonti antiche primarie, soprattutto Plutarco e Svetonio, divergono enormemente nella descrizione della malattia. Per l’autore greco Cesare era di costituzione epilettica, ossia per tutta la sua vita soffrì di epilessia. Per l’autore latino, invece, Cesare godette di buona salute sino agli ultimi anni, in cui soffrì di alcuni problemi: per due volte, mentre svolgeva gli affari di Stato, fu colpito dal morbus comitialis. Ma di che cosa si trattava? Era la malattia delle assemblee, ossia quando una persona cadeva a terra durante un’assemblea, questa veniva interrotta poiché l’evento era interpretato come un segno nefasto degli dèi. Ovviamente l’associazione con l’epilessia può essere solo una delle tante spiegazioni. Qualcuno avrebbe anche potuto simulare lo svenimento per interrompere il pubblico comizio. Inoltre Plutarco, per sua stessa ammissione, aveva una scarsa conoscenza delle sottigliezze della lingua latina: come po-

trebbe aver interpretato quindi il morbus

comitialis delle fonti latine coeve alla vita di Cesare alla luce della sua cultura greca, presso cui una simile malattia era inesistente? Forse l’attacco epilettico era l’unica logica traduzione? Per di più, come è possibile che per un personaggio al centro della vita politica romana come Cesare, se veramente affetto da epilessia, una patologia così appariscente, ci siano così poche descrizioni? Inoltre se, come dicono alcuni, nel mondo antico l’epilessia era solamente considerata «morbo sacro», ossia una «maledizione divina», come è possibile che Augusto, il successore di Cesare, da un lato elevasse il padre adottivo al rango di Divus Iulius, ma non cancellasse uno stigma siffatto dai resoconti storiografici (quando sappiamo bene che esercitò una rigidissima censura sugli storici)?

La verità è che nel mondo antico, come ci suggerisce lo Pseudo-Aristotele nell’opera I problemi, l’epilessia era considerata sia punizione divina sia una forma di condizione superomistica, associata a tutti i grandi da Eracle in poi. Cesare, a 56 anni in un mondo dove si moriva molto presto, era già relativamente anziano e veniva da anni di grande stress dovuto alle campagne militari in Gallia, Italia, Grecia, Egitto… Alla fine della vita tutte le fonti concordano su una qualche forma di decadimento fisico. Il padre e un suo avo erano morti di una morte improvvisa, come racconta Plinio il Vecchio, la cui descrizione ci fa pensare, prima ancora che a rare malattie, a un attacco cardiaco o a un ictus. Il quadro di Cesare è compatibile con quello che noi medici chiamiamo «evento cerebrovascolare», un ictus, verosimilmente nel suo caso non di grado severo (Cesare era di certo acciaccato, ma fino all’ultimo non c’è evidenza di gravissime conseguenze sulla sua lucidità). Non potendo negare il proprio decadimento, per Cesare, un uomo sul palcoscenico del potere, in una società antica caratterizzata da una profonda superstizione, almeno a livello della plebe, sarebbe stato preferibile ammettere di soffrire di una malattia comune, banale, troppo umana, o di una condizione, per quanto invalidante, l’epilessia, che lo ammantava di un’aura di misticismo e lo elevava nell’augusto concilio degli dèi, già da vivo?

Cesare morirà poi assassinato il 15 marzo del 44 a.C., ma il riesame delle sue condizioni di salute a partire dal nostro lavoro scientifico del 2015, poi elaborato nel libro Julius Caesar’s Disease, sta aprendo una nuova breccia negli studi sui suoi ultimi anni di vita.

Un imperatore che soffrì quasi sicuramente di una patologia cardiaca e che morì di uno scompenso cardiaco, risultante in un edema (gonfiore causato da ritenzioni di liquidi nel corpo) è Adriano, di cui tutti ricordiamo i soavi versi « Ani

mula vagula blandula… », immortalato dal romanzo di Marguerite Yourcenar. Non solo le fonti ci descrivono un chiaro quadro di malattia cardiaca progressiva e invalidante, ma le sue statue stesse, molto realistiche all’epoca, presentano il tipico «segno di Frank», un solco a livello del lobo auricolare, associato dalla medicina moderna non solo all’invecchiamento, ma alle malattie cardiovascolari, di cui ho recentemente scritto in merito alla morte del cardinale rinascimentale Ludovico Trevisan, deceduto di edema conseguente a patologia cardiovascolare e sul cui ritratto, eseguito da Mantegna, si nota ine- quivocabilmente il segno auricolare. Non sorprende affatto che lo stile di vita stressante e iperattivo dell’imperatore Adriano lo abbia condotto a una patologia del genere.

In aggiunta, il cugino e predecessore di Adriano, Traiano, morì, come racconta Dione Cassio, di un ictus che lo lasciò paralizzato. Si può ipotizzare, pertanto, come per Cesare — e qui in maniera molto più precisa — un background familiare di predisposizione alle malattie cardiovascolari.

Sarebbe molto interessante poter studiare questi corpi antichi, ricavandone dati utili alla medicina moderna. Solo poche settimane fa, assieme a un team internazionale, combinando evidenza anatomica e radiologica su di una mummia della metà del Settecento con documentazione archivistica originale, ho dimostrato il primo caso di ictus in paleopatologia. Morbus apopleticus dice la fonte antica, i segni del quale si rinvengono sul corpo del sacerdote Giovanni Arcangeli, che le particolari condizioni microclimatiche ci hanno preservato. Nel caso degli imperatori romani, i loro resti mortali furono cremati, come era l’usanza dell’epoca, e riposti in urne poi perdute in seguito alle devastazioni che portarono alla caduta dell’Impero. L’analisi può pertanto essere solo storico-clinica o medico-filologica.

Concludiamo questa serie di casi celebri con l’acromegalia, una condizione in cui nell’organismo umano continua a essere immesso in circolo l’ormone della crescita, che causa una deposizione di nuovo osso a livello del volto e delle estremità (mani e piedi) e un’abnorme dimensione dei visceri, tra cui il cuore, la cui non più fisiologica dimensione porta spesso alla morte dell’individuo. Una sua variante giovanile è il gigantismo. In entrambi i casi, spesso il volto assume una strana forma, con un mento allungato e sporgente, con un lungo naso ricurvo, quasi una maschera demoniaca.

L’imperatore Gaio Giulio Vero Massimino, noto anche come Massimino il Trace (regnò nel triennio 235-238 d.C.), è ricordato come un uomo dalla statura enorme, gran mangiatore e bevitore (polidipsia e polifagia sono sintomi ben noti agli endocrinologi), le cui effigi marmoree, e soprattutto la monetazione, mostrano i tipici tratti facciali dell’acromegalia. Si tratta probabilmente di un caso di questa malattia. Casi ancora più antichi sono quello di uno scheletro ritrovato nel Nuovo Messico nel 1923, risalente a 9.500-11.500 anni fa, e il faraone gigante Sa-Nakht, in cui i miei colleghi egittologi e io abbiamo descritto il più antico caso al mondo di gigantismo, che presenta nello scheletro del volto un habitus, una forma decisamente acromegaloide.

Che si tratti di morbi più comuni o più rari al giorno d’oggi, la paleopatologia, quasi come una macchina del tempo, ci permette di comprendere la storia e l’evoluzione delle malattie e la loro continua interazione con le popolazioni umane. I progressi della medicina moderna avrebbero forse salvato la vita ad Adriano, mentre per Cesare e Massimo l’ars medi

ca avrebbe potuto poco contro i pugnali, tuttavia le loro ricche biografie ci permettono di imparare molto sulle patologie antiche, facendoci guardare alle sfide della medicina moderna con maggiore sicurezza e consapevolezza.

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