Da La lettura: “Un assassino illuminò l’arte” di ALEX CONNOR ( traduzione di Angela Ricci)

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Particolare de Martirio di Sant’Orsola (1610, olio su tela) Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, in mostra a Milano alle Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo

Il nome di Caravaggio evoca subito immagini precise: il genio criminale, la rockstar dell’arte, l’assassino, il bisessuale, il duro. Tutte queste cose sono in parte vere, ma sono anche insulti rivolti a uno dei più grandi pittori mai esistiti. Il punto è che per dare un giudizio veramente obiettivo dobbiamo considerare l’epoca in cui Caravaggio visse.

Quando arrivò a Roma era uno squattrinato giovanotto lombardo di campagna, che cercava fortuna nella Città eterna. Non sapeva che su circa 100 mila abitanti, almeno 10 mila erano artisti. Tutti i pittori dell’epoca aspiravano a diventare ricchi e famosi, e a essere ammirati; c’era tutto da guadagnare, oltre ogni immaginazione. Gli artisti che avevano fatto fortuna avevano protettori come il cardinale Francesco Maria del Monte (Venezia, 5 luglio 1549 – Roma, 27 agosto 1626), oppure il Papa (a cavallo degli anni romani di Caravaggio — tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 — si succedettero sul trono di Pietro Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, Clemente VIII, Leone XI, Paolo V), e ricevevano committenze dalla Chiesa. Ma nessuno poteva pensare di raggiungere tali vette senza lottare, nemmeno Caravaggio. La competizione era feroce. Gli artisti sabotavano le impalcature su cui lavoravano gli altri pittori per farli cadere; avvelenavano i colori che usavano per dipingere; picchiavano e minacciavano i rivali per impedire loro di candidarsi a qualche committenza. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per metterli fuori gioco. Era veramente una gara in cui si vinceva o si moriva. Chi otteneva le committenze aveva da mangiare, chi perdeva il lavoro moriva di fame. Nel famigerato quartiere degli artisti, dove lo squattrinato Caravaggio prese in affitto una stanza appena arrivato a Roma, le risse erano all’ordine del giorno; tutti giravano armati di spade e pugnali, per proteggersi e far intendere, all’occorrenza, che erano in grado di difendersi da soli. Ma a Roma essere scoperti con un pugnale addosso comportava la terribile punizione detta «tratto di corda»: alla vittima venivano legate le braccia dietro la schiena, poi la corda veniva tirata verso l’alto, slogando di solito l’articolazione di entrambe le spalle e impedendo al malcapitato artista di lavorare per diverse settimane, se non per mesi.

Ma la minaccia di questa punizione non intimidì Caravaggio, che portava sempre con sé una lama. Dopotutto veniva da Milano, e i milanesi erano noti per essere ottimi spadaccini. La sua abilità, insieme al suo carattere facile all’ira, in qualche modo lo tennero al sicuro, almeno più di altri. Era davvero un violento? Sì, abbiamo testimonianze di sue risse con altri pittori, di aggressioni immotivate, di liti con donne e di insulti pesanti. Ma Caravaggio era un uomo del suo tempo. Nella fossa dei leoni, solo il più forte sopravvive.

La peste a quel tempo aveva già imperversato per tutta l’Europa e Caravaggio fu colpito dagli ultimi strascichi dell’epidemia, che lo prostrarono al punto da dover essere ricoverato in ospedale. Qui fu relegato in una stanzetta sotterranea, dove tutti si aspettavano che morisse. Solo l’intervento di un frate lo salvò. La fame e la malattia lo avevano debilitato e il pittore soffrì di ulcere e mal di testa per il resto dei suoi giorni. Tuttavia non smise di dipingere e la sua fama continuò a crescere.

Ben presto il suo stile innovativo e l’uso espressivo della luce attirarono l’attenzione del potente cardinale del Monte, che si mostrò disponibile ad accoglierlo come suo protetto. Ma Caravaggio non era un uomo disposto a scendere a compromessi. Era sicuro del proprio genio e la sua fama, in costante ascesa, lo condusse nel giro di poco tempo ad avere una cerchia di fan adoranti, oltre a un circolo ristretto di amici fidati, tutti uomini induriti dalla vita come lui — bevitori abituali, facili praticanti delle risse, con abbondanza di precedenti penali e una certa inclinazione alla frequentazione delle prostitute che lavoravano nel quartiere degli artisti.

Questo ci porta alla questione della sessualità di Caravaggio, un tema che ha affascinato generazioni di studiosi e appassionati.

Era gay o bisessuale?

Ma ha davvero importanza? Era un essere umano che desiderava essere amato. Si portava a letto dei ragazzi, sì. Era innamorato di Mario Minniti e Cecco gli era devoto al punto da diventare un fuggitivo pur di stare con lui. Solo un uomo fuori dal comune poteva suscitare una simile lealtà.

Caravaggio amava anche le donne? Sì, amò la gentile Lena e anche la violenta, distruttiva, alcolizzata e carismatica Fillide Melandroni. La loro relazione fu fugace e maledetta. Era inevitabile che Caravaggio l’amasse: lei era la sua immagine speculare. Il suo viso straordinario compare più volte (lo abbiamo visto nelle pagine precedenti) sulle tele del pittore. Purtroppo Fillide non era un tipo fedele e il suo protettore era Ranuccio Tomassoni, un giovane dissoluto che Caravaggio disprezzava. Il giovane dissoluto che Caravaggio uccise. Questa parte della storia è vera. Quindi Caravaggio era davvero un assassino, l’uomo malvagio e perverso della leggenda?

No, e la storia in realtà è falsa. La rissa fu provocata da Ranuccio Tomassoni, l’omicidio fu accidentale e Caravaggio dovette fuggire da Roma con una taglia sulla testa. Scappò per salvarsi la vita, scappò perché contro di lui era stato emesso un «bando capitale»: chiunque avesse riportato a Roma la sua testa avrebbe ricevuto una ricompensa. Tutti gli avrebbero dato la caccia, e Caravaggio era destinato a fuggire per il resto della vita. Come avrebbe fatto a dormire sapendo che in qualsiasi momento qualcuno poteva tagliargli la gola? Come avrebbe trovato il coraggio di imboccare un vicolo male illuminato? O di oltrepassare una porta? Ogni passo che faceva poteva costargli caro. Quanto a lungo si può vivere così?

Caravaggio ci riuscì per quattro anni. Ci vuole fegato per riuscirci. E per tutto questo tempo continuò a dipingere. Non sono molti i pittori in grado di realizzare capolavori con una taglia sulla testa.

Adesso proviamo a guardare alla vita di Caravaggio in un’ottica diversa da quella dei secoli passati. Proviamo a pensare a un ragazzino rifiutato da tutti, abbandonato a se stesso nelle strade di Roma, in cerca di affetto ovunque ci fosse modo di trovarlo. Sempre affamato, ingaggiato per dipingere pastiche, trattato con condiscendenza da uomini di minor talento, preso in giro dalle donne e spesso coinvolto in risse. Durante il periodo che trascorse in ospedale i suoi quadri furono rubati e gli amici lo abbandonarono. Ma nonostante tutte le avversità, Caravaggio non perse mai di vista il suo obiettivo: diventare il più grande pittore di Roma. Mise in gioco la sua vita per inseguire quel sogno.

Credo sia per questo che Michelangelo Merisi da Caravaggio ci affascina così tanto, con la sua aria da sbruffone carismatico e arrogante, la sua riluttante fede in Dio, il rapporto violento con i suoi protettori. Caravaggio non dipingeva per compiacere, dipingeva la gente che conosceva, con le unghie sporche e i corpi sgraziati. Le sue Madonne sono prostitute romane, perché erano quelle le donne che lui frequentava. Altri pittori realizzavano Vergini angeliche e cherubini sorridenti, semplici pastiche che non offendevano nessuno. Ma Caravaggio se ne fregava se i suoi dipinti offendevano qualcuno. Lui aveva visto e sperimentato sulla sua pelle le asprezze della vita; le sue Marie Maddalene sono colpevoli e schiacciate dal peso dei peccati, i suoi santi antichi sono sconcertati e sofferenti. Il suo mondo è eroico e patetico allo stesso tempo, proprio come l’umanità. Al pubblico di oggi e di allora, Caravaggio mostra la realtà della vita nella sua ferocia e nella sua bellezza.

Genio del crimine, rockstar dell’arte, assassino, bisessuale, duro — certo, era tutto questo. Ma è solo metà dell’uomo Caravaggio, il resto è avvolto nelle ombre. Caravaggio non era un pazzo, sapeva esattamente cosa non voleva mostrare. Si nascondeva, come in tanti suoi dipinti. Ma guardando un po’ più da vicino, tra le ombre scorgiamo il ragazzo perduto, l’uomo sofferente in cerca di amore, l’artista che nessuno, nemmeno lui stesso, riusciva a contenere. In ambito artistico le mode vanno e vengono, ma passano gli anni e Caravaggio continua a rimanere, a pugni serrati, l’unico e solo fulmine accecante del mondo dell’arte.

Alex Connor è un’autrice inglese di thriller e fiction storica, dove ha (ri)messo in scena le vite di Rembrandt, Goya, Bosch, Tiziano («Il dipinto maledetto» ha vinto il Premio Roma per la narrativa straniera), Hogarth. E di Michelangelo Merisi, protagonista di «Cospirazione Caravaggio», uscito in Italia nel 2016. «Caravaggio enigma», adesso in libreria, è il primo romanzo di una nuova trilogia. Per «la Lettura» ha riassemblato la biografia del genio lombardo, cercando di ripulire la realtà dall’inevitabile leggenda

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