Da «poeta furibondo» a narratore. Ecco il Vassalli prima di Vassalli  

Sebastiano Vassalli negli anni 60. A destra: il manoscritto della Notte della cometa e i volumi delle edizioni autoprodotte Ant. Ed.

Nel percorso degli scrittori c’è spesso un momento di svolta in cui tutto o almeno qualcosa cambia nel rapporto con il lettore: si avverte un’accoglienza che prima non c’era, e forse una comprensione più ampia. È anche questione di numeri. Prendiamo Sebastiano Vassalli. Il suo nome oggi, per il pubblico, coincide con La chimera, il romanzo storico del 1990 che narra la vita e la morte della giovane Antonia, la strega di Zardino vittima dell’Inquisizione. Quel libro, uscito da Einaudi con una bella immagine di copertina (un ramo autunnale, con sopra un corvo nero, disegnato da Giuliano della Casa), ha vinto il premio Strega, è diventato prima un bestseller poi un tascabile, infine un longseller che ha circolato nelle scuole e ha superato il milione di copie. Da allora Vassalli si è imposto come autore di romanzi storici di ampio respiro ambientati nella Roma augustea, nel Settecento veneziano, durante la Grande Guerra, nell’epoca dei movimenti studenteschi eccetera.

Ma chi era Vassalli prima del successo arrivato quando aveva cinquant’anni? Questo Vassalli prima della Chimera, ovvero per molti il Vassalli prima di Vassalli, è illustrato in una bella mostra intitolata La nascita di uno scrittore e allestita, fino all’11 dicembre, alla Biblioteca Civica Negroni di Novara. Giovanni Tesio, che scrive una presentazione al catalogo curato da Roberto Cicala e da Linda Poncetta, spiega bene i vari passaggi che portano dal «poeta e narratore furibondo» al «narratore di storie», senza dimenticare alcuni snodi biografici: la nascita a Genova nel 1941 da madre toscana e da padre lombardo; la gran parte della vita vissuta nel Novarese; l’università a Milano, la laurea con Cesare Musatti, l’insegnamento nelle scuole fino al 1979, la contemporanea attività di pittore e di autore di testi teatrali, di poeta sperimentale vicino al Gruppo 63, il gioco verbale, la rabbia rivoluzionaria, la satira distruttiva ma anche lo «scetticismo cosmico» che non lo abbandonerà mai: neanche quando, lasciandosi dietro i primi romanzi anni Settanta, la sua vena si è fatta più tradizionale e i ripensamenti ideologico-letterari si sono ampiamente compiuti se non ribaltati.

Con Arkadia, del 1983, Vassalli dichiara il proprio disinganno per le consorterie, guardando al «babbo matto» Dino Campana come la vittispazi ma designata della cultura del suo tempo. Ne nasce il romanzo-verità La notte della cometa (1984), il libro cruciale, bilancio e insieme proiezione verso il nuovo Vassalli, che nel rifiutare il «latte acidulo e verdastro» della propria esperienza poetica, non abbandona la fede nella letteratura come strumento (per chi legge e per chi scrive) utile a «tenere lontano la disperazione, l’angoscia, la paura, il buio». Il Sebastiano burbero e scorbutico (aggettivi di Guido Davico Bonino) farà i conti con la figura del padre e in fondo con l’eterno fascismo italiano ne L’oro del mondo (1987). Vassalli aveva già abbandonato l’insegnamento, aveva preso casa a Pisnengo, un piccolo borgo in campagna, aveva deciso di fare il venditore ambulante di libri, stampe e oggettistica d’arte, comperando un furgone e adattando a magazzino gli di un’ex canonica. Sarà l’amico editore Giulio Bollati a dissuaderlo e a dargli la fiducia che gli mancava. La mostra testimonia anche la lunga «vita di coppia» con casa Einaudi, dal ’67 in poi: una convivenza, come racconta Andrea Kerbaker, tutt’altro che idilliaca. Oltre alle fotografie inedite dell’infanzia e della giovinezza milanese, sono esposte le copertine, le lettere editoriali, i materiali di lavoro, gli schemi e gli appunti preparatori, come la scaletta cronologica che raccoglie le tappe biografiche di Campana e l’elenco delle date che scandiscono L’oro del mondo; i manoscritti corretti attraverso l’incollatura progressiva di cartigli sovrapposti alla prima redazione. Un uomo tormentato, una scrittura tormentata da cui alla fine non doveva trasparire nessuna fatica.

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