Una riflessione di Valeria Luiselli sugli eufemismi, e cosa nascondono: “Quando il treno degli orfani lasciava New York”

Adesso è difficile immaginarlo, ma nel 1850 c’erano più di 30 mila bambini che vivevano nelle strade di New York: mangiavano ciò che trovavano nella spazzatura, si aggiravano come branchi famelici, dormivano sotto i ponti o tra i ponteggi degli edifici in costruzione. I genitori erano morti, o più semplicemente li avevano abbandonati. Molti erano bambini appena sbarcati dai transatlantici europei: bambini tedeschi, irlandesi, italiani.

La città di New York risolse il problema di questi bambini con una trovata disumana: perché non metterli tutti sui treni che ogni giorno partivano diretti verso l’enorme e ancora spopolato West? Lì, forse, avrebbero trovato una famiglia adottiva che si sarebbe presa cura di loro. L’idea riprendeva una soluzione già presa qualche anno prima, nel 1830, quando era iniziata l’espulsione di decine di migliaia di indigeni americani dalle loro terre che, a bordo di treni, erano stati trasportati fino alle riserve dove avrebbero vissuto confinati. L’idea funzionò: tra il 1854 e il 1929, più di 200 mila bambini partirono da New York e dalle città vicine diretti verso l’interno del Paese.

Il meccanismo venne chiamato placing out («sistemare fuori»). Ma «sistemare» è un verbo molto più gentile rispetto all’azione di mettere dei bambini su un treno sperando che uno sconosciuto li accolga per farli vivere poi chissà come. Qualche bambino «sistemato fuori» della città trovò una famiglia che effettivamente lo adottò. Ma molti finirono vivendo in condizioni di schiavitù, sottoposti ad abusi inimmaginabili, come mano d’opera gratuita nelle fattorie e nelle piantagioni.

Non è sorprendente che sia stato usato un eufemismo del genere. La storia statunitense è piena di eufemismi sulla violenza istituzionale esercitata contro gruppi di persone espulse dal grande sogno americano. Nel XIX secolo, per esempio, al posto di «schiavitù» si utilizzava l’espressione «la nostra peculiare istituzione». I due verbi che si utilizzarono per descrivere lo sterminio e le deportazioni degli indigeni americani furono «trasferire» e «rimuovere». Ancora oggi si usa l’eufemismo «rimuovere». Ma non significa più «espellere e confinare gli indigeni nelle riserve», ma «deportare gli stranieri».

Forse si può raccontare la storia di una società attraverso i suoi eufemismi: ciò che non vuole dire del suo passato e del suo presente. Gli eufemismi nascondono e, facendolo, permettono che si perpetuino gli atti di violenza che pretendono di nascondere. I governi degli Stati Uniti hanno «rimosso» più di 2,5 milioni di persone e «sistemato fuori» migliaia di bambini — solo che ora viaggiano in aereo e non in treno. Un eufemismo di successo è più che una strategia retorica: è un’arma molto pericolosa.

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