Da Repubblica: Joanne Chory “Le mie superpiante salveranno l’ambiente” di GIULIANO ALUFFI

SCIENZE
L ’ A L T R A P A G I N A
Il personaggio
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ROMA
Il mondo salvato dai ceci. È questa la visione che ha permesso alla più autorevole scienziata delle piante, l’americana Joanne Chory, di vincere il Breakthrough Prize in Life Sciences, premio da 3 milioni di dollari fondato nel 2012 da big della Silicon Valley come Sergey Brin e Mark Zuckerberg. Per Chory, direttrice del laboratorio di biologia delle piante al Salk Institute di La Jolla (California), si tratta solo del più recente tra i tanti riconoscimenti avuti in 30 anni di carriera, nei quali ha rivoluzionato la genetica delle piante con l’idea di produrre mutanti, studiare quelli che mostrano “superpoteri” utili, e ricostruire all’indietro il processo molecolare con cui li hanno acquisiti. La sfida in cui Joanne Chory è impegnata è la più importante di tutte: invertire il cambiamento climatico puntando sulle piante.
Soltanto sulle piante, professoressa Chory?
«È utopistico pensare di ripulire l’atmosfera agendo solo sui nostri comportamenti. E la tecnologia, da sola, può poco: le soluzioni di geoingegneria ambientale sembrano non funzionare, e gli impianti che pompano CO 2 nelterreno sono inutili perché la CO 2
risale in superficie e nell’atmosfera. Il mondo sarà salvato, invece, dalle piante, che da milioni di anni tolgono CO 2 dall’aria con la fotosintesi: se solo riservassimo il 5% dei terreni coltivabili alle piante che stiamo studiando potremmo dimezzare l’impatto delle emissioni umane».
Come ci aiuterà la genetica delle piante?
«I combustibili fossili che oggi estraiamo e bruciamo sono antichissimi depositi di carbonio che erano al sicuro nel sottosuolo.
La mia idea è riportare quanto più carbonio possibile nel sottosuolo, con piante che immagazzinano in radici voluminose gran parte del carbonio assorbito dall’aria. Grazie a un polimero naturale, di cui oggi sappiamo molto ma non tutto, detto suberina».
Perché la suberina è preziosa per il pianeta?
«La suberina è sughero: atomi di carbonio imprigionati in una struttura stabilissima. Se una pianta, invece di trasformare quasi tutto il carbonio in zucchero, lo deposita nella suberina, quel carbonio non viene più rilasciato nell’atmosfera. La maggior parte delle piante, oggi, non ne produce tanta come le querce da sughero o certe piante acquatiche. Possiamo però ingegnerizzare le piante per aumentare fino a 20 volte la loro produzione di suberina nelle radici. L’ideale sono i legumi, perché non impoveriscono i terreni e hanno un alto contenuto proteico che ci permetterà allo stesso tempo di combattere fame e riscaldamento globale. La risposta a questi due grandi problemi prenderà la forma di un cece, o di una lenticchia».
Il Breakthrough Prize celebra il suo genio scientifico. Ci ricorda un suo momento “Eureka”?
«Il primo: non avevo una cattedra, alla ricerca disperata di idee nuove, pensai: “Magari possiamo trovare delle piante che non sanno di essere al buio, e crescono lo stesso”. Feci esperimenti con sostanze che producono mutazioni nel genoma.
Ciò che le piante fanno quando sono al buio è crescere come un germoglio che sale verso l’alto cercando luce e rimane senza foglie. Alcuni dei mei mutanti erano tozzi e verdi: producevano foglie e alcuni hanno anche provato a mettere fiori. Si comportavano proprio come se fossero esposti al sole. Una scoperta che ha tenuto il programma del mio laboratorio attivo per tutto questo tempo.
Perché – si è pensato – se mutando un solo gene fra 30.000 si può ottenere una simile magia, vale davvero la pena di continuare a investigare sulle piante mutanti per scoprire cos’altro si può fare. E si può fare tanto: per esempio, salvare il mondo».

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