Il reportagedi Repubblica: Dal Senegal, La grande muraglia di alberi 7.600 km verdi contro il deserto di PIETRO DEL RE,

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 Dall’inviato di repubblica Pietro Del Re
N’GUERMALAL ( SENEGAL) È terra morta quella che circonda l’orticello di Ahmed Diop, con qualche capra smagrita e un vento incandescente che tutto disidrata. «Qui non cresceva nulla dal 1973, ossia dai tempi della prima grande siccità», dice questo contadino di 62 anni che ha ricominciato a piantare carote e cipolle a N’Guermalal, nel nord del Senegal, in quel Sahel che era una volta una ricca regione agricola e che oggi, per via del surriscaldamento e dell’avanzare del Sahara, è diventato anche lui un infertile deserto. «Sono anni che da qui gli uomini scappano verso le città o verso l’eldorado dell’Occidente, ma con la “Grande muraglia verde” sta finalmente tornando la speranza».
Con questo simbolico epiteto Diop si riferisce al faraonico progetto promosso dall’Unione africana nel 2007 che prevede la creazione di una striscia boschiva lunga 7.600 chilometri e larga quindici, dalle coste atlantiche del Senegal a quelle dell’Oceano Indiano di Gibuti.
Una porzione di questo muro verde l’incrociamo a una decina di chilometri dal misero borghetto di Diop. Consiste in oasi di alberelli appena piantati, alti poco più di un metro. «Sono tanti boschetti di 500 ettari, al momento recintati di fil di ferro per proteggere le giovani piante dagli animali», spiega l’uomo.
Gli alberi non servono soltanto a fermare il vento riducendo l’erosione del suolo, ma anche a conservare l’umidità e a riempire i pozzi necessari all’agricoltura. In altre parole, questa lunga barriera vegetale potrebbe rivelarsi la soluzione migliore per arrestare la desertificazione dell’area sud-sahariana, rigenerandone il suolo e impedendo che la carestia funesti le sue popolazioni e le spinga a migrare.
Gli inizi non sono stati facili per gli undici Paesi firmatari del progetto ( Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Niger, Ciad, Sudan, Eritrea, Etiopia e Gibuti) per via delle enormi difficoltà logistiche, soprattutto nelle zone disabitate dov’è impossibile sorvegliare la crescita degli alberi. Avendone già piantati tredici milioni in una superficie di circa cinquantamila ettari, è proprio il Senegal la nazione che più ha contribuito alla sua realizzazione. « Sono ancora pochi rispetto agli ottocentomila previsti per il percorso senegalese, ma il tasso di riuscita del rimboscamento è del 75%, sarebbe a dire molto soddisfacente vista l’estrema siccità della zona » , dice Fatou Sylla, funzionario della società che sovrintende il progetto.
« Mettiamo a dimora circa due milioni di alberi l’anno, dopo aver selezionato le specie che meglio s’adattano a questo clima estremo, che sono l’acacia senegalese e la palma da dattero » .
Diop ancora ricorda quanto una volta fosse rigogliosa la sua regione. « Poi s’è cominciato ad abbattere alberi e a prosciugare i pozzi, noncuranti del clima che si faceva sempre più secco.
Quando nel 2008 vidi i primi alberelli recintati ne capii subito l’importanza. Cominciai ad accudirli come se fossero miei e a difenderli dai pastori nomadi che volevano farne foraggio per le loro capre». Il contadino di N’Guermalal non si sbagliava perché assieme alla striscia verde il progetto prevedeva la creazione di piccoli orti polivalenti dove oggi fa crescere di tutto, carote e cipolle ma anche angurie, manghi, mandarini e pompelmi. E poi, perché in questo nuovo mosaico di alberi e fazzoletti di terra coltivata sono tornate quelle specie selvatiche, quali lepri e gazzelle, scomparse da decenni.
La popolazione dell’Africa sub-sahariana, che oggi conta 645 milioni di persone, si prevede che raggiungerà le 1,4 miliardi unità nel 2055. Oltre alle migrazioni, le conseguenze del degrado della terra e quindi dell’impoverimento della regione sono anche i massacri di Boko Haram intorno al lago Ciad e gli attacchi di Al Qaeda in Mali. «Già, perché quando non ci sono né soldi né lavoro i terroristi arruolano con grande facilità. Dobbiamo perciò accelerare la nostra tabella di marcia. Abbiamo già piantato il 15% dell’intera striscia, dove stiamo rendendo coltivabili le aeree divenute troppo aride», dice il funzionario Sylla. Nel Sahel, due persone su tre abitano ancora in zone rurali. Ora, questi contadini che sopravvivono a stento dei prodotti della loro terra, non hanno nessuna responsabilità delle emissioni a effetto serra, ma sono i primi a subire le devastanti conseguenze degli sconvolgimenti climatici del pianeta.
Lastriscia di palme e acacie dovrebbe essere ultimata nel 2030 con un costo previsto che sfiora gli 8 miliardi di dollari, forniti da Ue, Onu, Banca Mondiale e Unione Africana.
L’obiettivo è che la “Grande muraglia verde” riesca a dare cibo e lavoro a tutti quei disgraziati che alla ricerca di una vita migliore sono oggi costretti ad attraversare il deserto e ad avventurarsi per mare su un gommone malconcio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Una lunga striscia di bosco con palme e acacie dalle coste atlantiche fino all’Oceano Indiano
Così l’Africa cerca di fermare l’erosione che provoca carestie e spinge i popoli a migrare
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