Da Robinson, inserto cultura di Repubblica, Dashiell Hammett: “Nero Natal”

Nero Natal
Racconto di Dashiell Hammett
La luce della luna, entrando di taglio dalla finestra, disegnava un motivo bianco sul pavimento della stanza in cui Norman Bacher si risvegliò. La caraffa sul comodino era vuota: aveva bevuto spesso durante quella notte agitata. Cercando a tentoni le sue pantofole, scese dal letto. Lo specchio dello scrittoio lanciò un riflesso nella sua direzione.
Nella luce soffusa, i capelli arruffati e la faccia più pallida del normale, la faccia che vedeva nello specchio era troppo simile a quella di Eric per non spaventare Norman. Si passò una mano sulla fronte e alitò bruscamente. Quella che per un istante era stata una macchia scura sul sopracciglio riflesso era solo una ciocca di capelli pendente. Studiò la faccia nello specchiò finché il polso non riprese un ritmo regolare. Poi prese la sua acqua e tornò a letto. Ma non riusciva a dormire.

Sapeva che quello che restava di suo fratello non sarebbe mai stato trovato, che non sarebbe mai stato cercato. Sapeva che nessuno poteva sospettarlo di aver assassinato suo fratello. Eric Bacher e circa quindicimila dollari della banca erano svaniti nello stesso momento. Eric lo sconsiderato dalle mani bucate, con il suo debole per il gioco d’azzardo, sempre indebitato fino alla punta dei capelli, assunto in banca qualche mese prima solo perché suo fratello lo aveva chiesto insistentemente. C’erano persone — tante — a Bradton che  preferivano la compagnia di Eric a quella di Norman, ma neanche la più affezionata di loro poteva sospettare Norman di aver avuto qualche ruolo nella scomparsa di suo fratello e del denaro. Il parsimonioso, industrioso Norman, con trent’anni di morigerato grigiore e dodici anni di fedele servizio in banca a suo merito. Le probabilità che il disastro arrivasse dall’esterno erano senza dubbio scarse. Dall’interno… si era cautelato anche contro questa eventualità.

Conosceva tutti i suoi punti deboli, anche minimi. e aveva pianificato il suo crimine tenendo adeguatamente in considerazione ogni capriccio della sua natura. Notti di insonnia, attacchi di vigliaccheria, perfino l’occasionale rimorso, che poteva essere fugato solo pensando a quello che significavano per lui le migliaia di dollari rubati — non erano per comprare delle fesserie, quei dollari, ma per instradarlo verso la ricchezza e il potere di cui sognava — tutte queste cose le aveva considerate, soppesate e misurate prima di agire. Ma c’era questa cosa che non aveva previsto.
Nessuno dei due gemelli Bacher era mai stato scambiato per l’altro. Neanche il più occasionale dei conoscenti avrebbe potuto fare questo errore. La faccia di Norman era pallida, grave, con la bocca stretta e sulle sue e lo sguardo fisso del giovane che prende sul serio la sua carriera. La faccia di Eric aveva colore, movimento, e la sua bocca era sempre aperta o sul punto di aprirsi, un uomo dalla parlantina sciolta e dalla risata fragorosa. Ciononostante, le loro fattezze — viste quando il sonno, per esempio, li spogliava delle loro espressioni diurne — erano molto simili. Le differenze erano tutte nella tensione di certi muscoli o certi altri, su ordine di due identità tanto dissimili come solo i fratelli possono essere. Nell’incoscienza, la faccia di un fratello era quella dell’altro, tranne per il colorito: Eric aveva la pelle rosa e la bocca rossa.
Ma la faccia di Eric, subito prima che la pallottola colpisse, e subito dopo, era contorta e sbiancata — prima per la paura e poi per un breve spasimo di dolore, forse — in una maschera che si addiceva più a suo fratello. A Norman era sembrato di guardare la sua faccia morente sul corpo di Eric. Nella sua mente era rimasta l’impressione della sua faccia distorta dalla paura della morte — che non gli era estranea — con una macchia rossa sulla fronte, nel punto in cui una pallina di metallo si era conficcata nel cervello di Eric. Era a Eric che aveva sparato ed era Eric che era morto, ma attraverso il sopracciglio di Norman il sangue era colato sulla faccia di Norman.
Per due volte, nel corso della giornata, questa faccia morente aveva guardato Norman: dalla vetrina di un negozio a Broadway, quel pomeriggio, e ora dallo specchio dello scrittoio, stavolta resa orribilmente reale da quella cicatrice fasulla sulla fronte. La speranza diceva che questa cosa di vedere Eric nelle sue sembianze era uno scherzo giocato dai nervi sovreccitati, che avrebbe perso la sua orripilante efficacia una volta che i nervi, poco a poco, si fossero rilassati e fossero tornati alla normalità. La paura diceva che con questo scherzo i nervi troppo tesi avrebbero distrutto se stessi e il loro proprietario, che ogni ripetizione dell’illusione avrebbe accresciuto la tensione, e che con il crescere della tensione l’illusione sarebbe diventata più reale e frequente, fino all’inevitabile tracollo.
Che avesse ragione la speranza o che avesse ragione la paura, Norman Bacher sapeva che non poteva nascondersi da questa cosa. Tutto il suo piano era basato sul principio che le ombre ti inseguono più in fretta se fuggi da loro. Scese dal letto e si mise seduto di fronte allo scrittoio, alla luce della luna, guardando nello specchio leggermente inclinato verso il basso. Doveva schiacciare questa illusione per evitare il disastro: si conosceva fino alla più infima delle sue debolezze. Dopo un po’ si addormentò, la testa poggiata sullo schienale della sedia. Nello specchio non aveva visto nient’altro che la sua faccia. Più tardi si risvegliò con il collo indolenzito e si rimise a letto.
Due volte, il giorno successivo, vide la faccia morente di Eric, in una finestra della banca e in un distributore di chewing-gum sulla 1ª strada. Ogni volta guardava in faccia il riflesso finché il nervosismo non si calmava, nella sicurezza che si trattava della sua faccia e non di quella del fratello. Comprò una visiera verde. La sua scrivania, in banca, era di fronte a una finestra che diventava uno specchio offuscato quando la tenda da sole veniva abbassata, nel pomeriggio. Non aveva ancora visto la faccia di Eric in quella finestra, e non aveva nessuna voglia di vederla.

Tornando a casa dalla banca, quel pomeriggio, fece il primo passo per rifuggire dal volto di suo fratello. Il distributore di chewing-gum della 1ª strada, con il suo vetro riflettente, era lungo il suo percorso. Mentre si avvicinava teneva lo sguardo fisso sulla macchinetta, finché non fu arrivato. Poi avvistò la signora Dunan, la moglie del presidente della banca, che veniva verso di lui e frettolosamente distolse lo sguardo dallo specchio. Temeva che se avesse visto Eric nel vetro una seconda volta si sarebbe spaventato, e si sarebbe tradito conqualche gesto momentaneo. Perciò rivolse lo sguardo verso la signora Dunan e sollevò il cappello: ma nello stesso momento in cui distolse gli occhi dallo specchio colse per un attimo il viso di Eric. Proseguì, camminando veloce, scappando per la prima volta dall’illusione. Dopo quell’episodio, la certezza che fosseun’illusione non l’avrebbe più avuta.

Era sabato. Quella sera tolse tutti gli specchi che c’erano in casa e li accumulò in cantina. A mezzanotte scese di nuovo in cantina e portò su in camera da letto quattro degli specchi più grandi, appoggiandone uno su ogni parete. Al centro della stanza si mise seduto su una sedia e girò il viso da uno specchio all’altro, guardando nei quattro riflessi di un viso che era innegabilmente il suo. Soltanto quando la luce del giorno se ne fu andata lasciò perdere e andò a letto. Quando sollevò la testa per sistemarsi il cuscino in modo più comodo, la faccia bianca di Eric lo stava guardando. Non era la faccia di Eric quando si tirò su a sedere sul letto e scrutò lo specchio nella luce declinante del crepuscolo. Era la sua. La domenica, per tutto il giorno, si aggirò guardingo per la casa dove suo fratello era morto; al piano di sopra e al piano di sotto, senza posa, senza scopo, camminava; dalla soffitta polverosa alla cantina umida, con il suo cumulo di vetri rotti dove aveva distrutto gli specchi a colpi di ascia. Ogni luce bruciava, e tutto quello che poteva rimandare un riflesso era coperto da un tappeto, una tenda, un lenzuolo, un asciugamano o un tessuto di qualche tipo. Le due finestre della soffitta non avevano tapparelle. Si era allontanato per trovare qualcosa per coprirle, ma aveva paura di quello che avrebbero potuto mostrargli al ritorno. Un candeliere era appoggiato su un baule lì accanto: lo usò per rompere il vetro delle finestre.
Poco dopo la mezzanotte, era in cantina a rovistare tra gli specchi distrutti, finché non trovò un frammento triangolare abbastanza grande da restituirgli il riflesso della sua faccia. Lo portò di sopra e lo mise in piedi sul tavolo, appoggiato contro due libri. Si mise seduto e lo fissò, i gomiti poggiati sul tavolo, la faccia sulle mani. Mentre sedeva guardando la faccia, che era indiscutibilmente la sua e non di suo fratello, gli occhi si fissarono con una rigidità ipnotica. Avrebbe potuto staccarli dallo specchio solo con un grande sforzo, ma non fece nessuno sforzo. Tutto se stesso era concentrato su quello che si vedeva in quel pezzetto di vetro scomposto. Il suo respiro divenne pesante e distanziato in modo meccanico. Gli occhi si rivoltarono all’insù e all’infuori, ma le palpebre non si chiusero.
Qualche tempo dopo tornò in sé, con un sussulto convulso. Il vetro rifletteva la sua faccia, bianca e stravolta, e senza cicatrici sulla fronte. Ricominciò a fissare il riflesso: doveva essersi appisolato per un istante, forse, sognando… Nel silenzio delle prime ore del lunedì mattina risuonò il battito dell’orologio del Municipio. Lui non lo sentì. I suoi occhi erano fissati vitrei, inflessibili, sul vetro. L’orologio batté di nuovo le ore successive. Il sole si insinuò attraverso la tapparella abbassata disegnando strisce dorate parallele sul pavimento. Lui non sentiva né vedeva.
Un gomito scivolò. La testa gli ricadde, rovesciando lo specchio. Saltò su in piedi ribaltando la sedia, gridando in preda a un terrore folle. Poi si guardò intorno nella stanza che si stava rischiarando e scoppiò in una risata stridula. La notte era passata. Non era successo nulla. Improvvisamente si sentì infantile, sciocco, si vergognò di aver preso così sul serio le illusioni.
Qualcosa gli solleticò il dorso del naso. Quando tolse la mano era rossa. Sentiva un bruciore al centro della fronte. Riprese spasmodicamente lo specchio. Il volto di Eric, bianco e distorto dal terrore, lo guardava. Dal foro nella fronte di Eric gocciolava ancora il sangue.
Urlando, Norman Bacher si precipitò fuori dalla casa. Due uomini, un telegrafista e un frenatore, erano dall’altro lato della strada e camminavano verso la stazione. Corse freneticamente da loro e cominciò a strillare la sua confessione davanti alle facce attonite dei due. Gesticolava come un pazzo. Il frammento di specchio triangolare, con la sommità affilata come un rasoio macchiata di sangue fresco, gli volò via dalle mani e si frantumò sul marciapiede con un tintinnio che era come le risate di bambini in lontananza.
© 1925 BY DASHIELL HAMMETT. COPYRIGHT RENEWED BY THE DASHIELL HAMMETT LITERARY PROPERTY TRUST. REPRINTED BY PERMISSION OF THE JOY HARRIS LITERARY AGENCY, INC. PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH ROBERTO SANTACHIARA LITERARY AGENCY
Novembre 1925: Dashiell Hammett ha trentun anni, una moglie incinta, una figlia di quattro anni e una malattia tubercolare che oscilla tra l’appena gestibile e il debilitante. Finanziariamente è sempre sul filo del rasoio e la sua fonte di reddito primaria, insieme al sussidio di invalidità per veterani di guerra, viene dai racconti che pubblica sulla rivista “ Black Mask”, diretta da un uomo spilorcio e pedante. Nel tentativo di allargare la sua base letteraria e rimpolpare i magri introiti, quell’anno riesce a far pubblicare due racconti su “ Sunset”, una rivista che promuove il turismo sulla costa del Pacifico e promette ai suoi lettori “ le storie migliori al prezzo più abbordabile”. Scrive recensioni e critiche per “ The Editor” e “ The Forum”, pubblicazioni rivolte a un pubblico più colto che stimolano dibattiti su tematiche umanistiche.
Pubblica anche poesie su “ The Lariat”, una piccola rivista dedicata alla poesia seria. È alla disperata ricerca di compensi, per piccoli che siano.
Sul numero di “ The Editor” del maggio 1925, riassumeva così la sua carriera di scrittore fino a quel momento: “ Circa metà della narrativa che ho scritto ha a che fare con il giallo, ma da un po’ di tempo, curiosamente, mi sto impratichendo con i polizieschi. E se questo tipo di racconti, con la connivenza della rivista “ Black Mask”, negli ultimi due anni mi è servito a pagare gran parte dell’affitto e dei conti dal droghiere, ho venduto almeno uno o due esemplari di quasi tutti gli altri generi a una serie di riviste abbastanza variegata, anche se non particolarmente estesa”. Quarant’anni di ricerche appassionate, passando al setaccio i registri delle opere coperte da diritto d’autore, analizzando la corrispondenza di Hammett, visitando e studiando il suo archivio di manoscritti all’Harry Ransom Center dell’Università del Texas ( sede di Austin), intervistando parenti, segretarie e soci di Hammett, hanno portato alla scoperta di pubblicazioni su quattordici riviste, oltre a “ Black Mask”. Pensavamo di averle trovate tutte.
Poi, nel settembre del 2017, la nipote di Hammett, Julie Rivett, che ha curato insieme a me “ The Big Book of the Continental Op”, ha inviato una mail dicendo che aveva appena letto un avviso sulla pagina Facebook del Dashiell Hammett Reading Group, postato da Kevin Burton Smith, fondatore del sito “ The Thrilling Detective Web Site”, in cui affermava che un fan di cui non faceva il nome si era imbattuto in un racconto di Hammett non repertoriato prima sulla rivista “ True Police Stories”. Il titolo, “ The Glass That Laughed”, “ Lo specchio che rideva”, e la rivista non ci erano noti. Julie chiese a Kevin di metterla in contatto con il suo corrispondente. Il giorno successivo ricevetti una telefonata da Daniel Robinson, pompiere e scrittore, che accettò di vendermi il numero di novembre 1925 di “ True Police Stories”, un mensile che ebbe vita breve, dal maggio 1924 all’aprile 1926, “ sotto gli auspici dell’International Police Conference” come “ organo del Dipartimento di polizia di New York”. Tre giorni dopo il pacco arrivò. Era un Hammett, senza alcun dubbio.
La pubblicazione originaria di “ The Glass That Laughed” sarà conservata nella Dashiell Hammett Collection della biblioteca Thomas Cooper, nell’Università della Carolina del Sud.
di Richard Layman e Julie M. Rivett curatori di “The Big Book of The Continental Op”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dashiell Hammett è nato nel 1894 nella contea di St. Mary, nel Maryland, ed è morto a New York nel 1961. Cresciuto a Baltimora, lasciò la scuola a 14 anni per fare i lavori più diversi: fattorino, strillone, commesso, centralinista e stivatore, prima di diventare detective per l’agenzia di investigazioni Pinkerton.
Servì come sergente nell’esercito durante la Prima e la Seconda guerra mondiale.
Alla fine degli anni Venti, diventò il padrone incontrastato del giallo hard- boiled in America. Nel Falcone maltese (1930) compare per la prima volta il suo famoso investigatore privato, Sam Spade. L’uomo ombra (1934) lanciò un altro detective immortale, Nick Charles.
Piombo e sangue (1929), Il bacio della violenza (1929) e La chiave di vetro (1931) sono fra i suoi romanzi più celebrati.

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