da La Lettura: “Questa quercia è Michael, mio marito” di Paola De Carolis

Oltre le vetrate, in fondo al giardino, c’è un posto dove il vento recita sussurrando, i rami salutano con un inchino e le foglie, agitate dall’aria, applaudono i versi di Shakespeare. È lì che Judi Dench, attrice premio Oscar, tesoro nazionale del Regno Unito, si rifugia a ridere e piangere, non in solitudine, ma circondata dagli spiriti di parenti, amici e colleghi: una comunità di anime che l’aiuta nei momenti belli o brutti.

Non è un film come i tantissimi che ha interpretato (tra di essi: Shakespeare in Love, per cui vinse l’Oscar, Lady Henderson presenta, Philomena, Assassinio sull’Orient Express, ora nelle sale, oltre ad essere stata M, il capo dei servizi segreti in sette film di James Bond). Quel posto è la realtà di una donna che nella natura ha trovato il modo di ammortizzare la perdita di una persona cara. Pianta un albero quando qualcuno se ne va ed è come se quella persona non l’abbandonasse mai. Il suo santuario è un bosco segreto nella tenuta del Surrey che per anni ha accudito con il marito, l’attore Michael Williams. Nel 2001, da custode Michael è passato a custodito: Judi continua a parlargli, a raccontargli ciò che le succede. Lo coccola, lo accarezza.

«Per lui ho scelto un albero antico, del quale ci eravamo occupati insieme».

Una quercia magnifica e possente, dalle radici ampie e profonde, che troneggia in mezzo agli altri cari estinti.

La forza rigeneratrice, l e capacità di t r asmettere fiducia attraverso la rinascita stagionale, la calma delle sue distese: il sollievo offerto dalla natura è da sempre riflesso nella letteratura. Nel mormorio di un soffio di vento gli eroi di Omero coglievano le premesse necessarie per continuare l’impresa, le protagoniste perseguitate delle Metamorfosi di Ovidio a volte conquistano la pace tramutandosi in alberi, i personaggi di Jane Austen si concedono passeggiate nel verde per riordinare i pensieri. La fioritura dei ciliegi, in Giappone, così come i colori dell’autunno nel New England sono oggi forze economiche che attraggono milioni di visitatori l’anno. I giardini della rimembranza sono un punto fermo delle maggiori città mondiali. In Inghilterra, dove anche il principe Carlo ammette di parlare alle piante, la tradizione di coltivare un albero per una persona cara è consolidata, tanto che in alcuni parchi di Londra c’è una lunga lista di attesa.

Judi Dench: My Passion For Trees
“I think of trees as my extended family, living, breathing and social, like us,” she explains, gazing up through the sheltering branches. “Whenever I can, whatever the season, this is where I escape to.”

Nonostante ciò, l’esistenza del bosco di Judi Dench è rimasta segreta per trent’anni, da quando l’attrice e il marito si trasferirono nella tenuta di Outwood, vicino a Redhill, e cominciarono a occuparsi del giardino, percependo, tra gli alberi ai margini della loro tenuta, una differenza nell’aria, un legame antico con la terra. «Penso ai miei alberi come a una famiglia allargata», racconta l’attrice nel documentario My Passion for Trees («La mia passione per gli alberi»), trasmesso il 20 dicembre dalla Bbc. «Questo è Stephen Hanley, un attore meraviglioso, un cantante fantastico. Abbiamo fatto insieme A Little Night Music al National Theatre. Anche la forma me lo ricorda. Stephen era alto, magro, un po’ pallido. Come questo albero». C’è un albero per Alan Rickman, l’attore scomparso lo scorso gennaio, e uno per Jeffery Dench, Geoff, fratello di Judi, attore della Royal Shakespeare Company per cinquant’anni. «Quando ero piccola — ricorda Judi — venivo portata a vedere le recite dei miei fratelli a scuola, a York, e non volevo altro che farne parte anch’io». C’è un albero per l’attore Ian Richardson e uno per Natasha Richardson, la figlia di Vanessa Redgrave morta in un incidente sciistico nel 2009. «Ho fatto la scuola di recitazione con Vanessa, ci conosciamo da una vita». «E questo… questo è Michael», dice accarezzando il suo albero.

Se la dimensione spirituale del bosco è nota a Dench da diverse decadi, il documentario ha fornito all’attrice la prova scientifica delle sue impressioni. Con l’aiuto di Tony Kirkham, di Kew Gardens (i Giardini botanici reali di Kew, un esteso complesso di serre e giardini tra Richmond upon Thames e Kew), ha scoperto la vita segreta delle sue piante: ha ascoltato lo scorrere della linfa, ha appurato l’età dei suoi giganti — una sua quercia, ad esempio, ha circa due secoli —, ha capito che, proprio come sospettava, gli alberi non operano da soli, ma in gruppo: «Sono in grado di trasmettere informazioni sul terreno, i più forti aiutano i più deboli. Sono una comunità». A lei è sempre piaciuto pensare che anche in sua assenza il bosco continuasse a parlare. «Ho capito che in parte è vero».

Il progetto è nato da un incontro casuale con il produttore Anthony Geffen, in passato collaboratore del divulgatore e naturalista britannico Sir David Attenborough. A Geffen, Dench ha confidato passioni e convinzioni sul suo bosco. «Quando le ho proposto il documentario — ha sottolineato i l produttore — ho notato una certa riluttanza. Ho capito che si trattava di u n argomento molto privato e che Judi, forse, aveva timore di interpretare sé stessa». È un progetto personale e raro per Dench, che in genere parla poco del privato e che nell’arco del documentario rivela che al suo fianco, oggi, ad accudire gli alberi c’è un altro uomo, David Mills, ex allevatore e fondatore del British Wildlife Centre.

«Il ricordo con questi alberi diventa una cosa viva, la memoria un atto continuo che ogni giorno si trasforma», spiega. «Non sarò più in grado di attraversare un bosco senza pensare alla vita di questi alberi, ai labirinti delle loro radici, ai chilometri di rami che si intrecciano, al loro passato e futuro. Ci sono più alberi sulla Terra che stelle nella galassia».

Un popolo enorme che vive, da sempre legato a noi e alla nostra cultura. «Shakespeare per me è un grande amore e ora sono in grado di cogliere il suo legame con la natura». Non è un caso che Orlando, in Come vi piace, lasci le poesie d’amore per Rosalinda nella foresta di Arden, attaccandole agli alberi. Se in Spoon River, di Edgar Lee Masters, è il cimitero di una cittadina del Midwest americano a ridare vita ai personaggi, duecento vite che tornano a popolare la terra con i loro sogni, le loro ambizioni, i loro sentimenti, a volte basta una passeggiata in un bosco per ricollegarsi allo spirito di chi ci ha lasciato. «Una foresta — sottolinea Dench — è un posto molto socievole». Basta saper ascoltare.

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