Da La Stampa: è sempre più cat-power “Nei palazzi del potere dove comandano i gatti”

Gli ultimi arrivati nei palazzi del potere si chiamano Nomi e Noé, arruolati dal ministero degli Esteri francese. Come tutto il resto di Parigi, anche il sontuoso palazzo sul Quai d’Orsay è infestato dai topi. Il rischio che vengano rosicchiati gli originali della Pace di Westfalia o del Trattato di Versailles è troppo grande. La coppia di gatti Nomi & Noé ha quindi l’incarico di derattizzare il ministero. Una soluzione ecologica e economica, praticamente pagante e affettivamente appagante.
È l’ennesima conferma di una tendenza chiara: è sempre più cat power. Il ribaltamento delle gerarchie a quattrozampe è ormai completo. Un tempo, l’animale del potere era il cane, simbolo di fedeltà e compagno nello sport nobile per eccellenza, la caccia. Tiziano ritrae Carlo V in piedi mentre accarezza un magnifico cagnone. Nonostante la sua massima, «A teatro bambini e cani sono roba da ruffiani», Luchino Visconti nel Don Carlo faceva entrare Filippo II accompagnato da due elegantissimi levrieri. Elisabetta II, sovrana agée anche come usi, si circonda di cani corgi, non potendo tenere in salotto gli esseri più amati, che per lei sono sempre stati i cavalli.
Però sempre di più i gatti conquistano posizioni di vertice: un potere dunque più morbido, felpato, discreto, benché capace di colpire con unghiate di chirurgica precisione. Proprio nel Regno Unito i media sono pieni delle gesta di Larry, il gatto del primo ministro, arruolato per la caccia ai topi da Cameron, confermato dalla May ma che resterà al numero 10 di Downing street anche se andranno al potere i laburisti visto che, come dichiarò nel 2016 Cameron ai Comuni, Larry è un «civil servant», non una proprietà privata del premier. Larry passa il tempo a cacciare (troppo poco, è l’accusa: il solito dipendente pubblico scansafatiche) e ad azzuffarsi con Palmerston, il gatto del Foreign Office, che abita all’11. Una loro rissa finì su tutte le prime pagine, come pure la foto di Palmerston che partecipava sonnecchiando a una riunione di ambasciatori di Sua Maestà. Cresce intanto la popolarità di Gladstone, il micio del cancelliere dello Scacchiere. Per il momento, però, Larry è ancora il gatto più celebre del Regno. Ha 154 mila followers su Twitter, contro i 19.700 del nemico Palmerston e i 13.600 del terzo incomodo Gladstone. Larry ha anche scritto un libro a quattro zampe con un giornalista del Guardian ed è titolare di una rubrica a fumetti sul Sunday Express.
La Chiesa cattolica non è da meno, nonostante in passato non siano stati facili i suoi rapporti con i gatti, spesso vittime di cacce alle streghe, e non in senso metaforico. Chissà se Papa Francesco ha per gli animali la stessa simpatia del suo omonimo di Assisi. Di certo, il suo predecessore Benedetto è un gattolico fervente e tuttora praticante. Pochi giorni fa, monsignor Georg Gänswein, il suo ex segretario, ha postato su Facebook una foto di Ratzinger con in braccio un delizioso gattino bicolore.
Qui il precedente celebre è quello di Leone XII della Genga, regnante dal 1823 al ’29, che era solito dare udienza tenendo in grembo il gatto Micetto. Alla morte del Pontefice, fu un problema nei Sacri Palazzi, perché la figura del gatto papale non era contemplata dal protocollo. Lo si risolse regalando il gatto all’ambasciatore di Francia, il grande scrittore François-René de Chateaubriand, che se lo portò in patria.
Il risultato per Micettò fu l’immortalità letteraria, perché compare in una pagina dei Mémoirs d’outre-tombe dove il visconte fa dei romanticismi sul povero micio che, nato nelle stanze di Raffaello sotto il bel cielo d’Italia e così via, finisce deportato nella tetra tenuta di campagna dell’autore, oltretutto funestata dalla presenza di madame Chateubriand.
Sarebbe un errore, tuttavia, limitarsi alla politica. I gatti conquistano meritate posizioni anche in ambito culturale. Il gatto piace alla gente che piace, quindi l’elenco di scrittori, artisti, musicisti gattomuniti di ieri e di oggi è infinito. Qui si può segnalare che l’albergo più «letterario»di New York , l’Algonquin, quello dove viveva e scriveva Dorothy Parker, ha dagli Anni Venti un gatto in residenza. Non lo stesso, beninteso, però tutte le femmine di chiamano Mathilda e tutti i maschi Hamlet. Mathilda III è purtroppo morta nell’ottobre scorso; oggi troneggia su un apposito divano accanto alla reception il suo successore, Hamlet VIII. Da vero Vic, Very Important Cat, ha una pagina Facebook che piace a 12.417 persone. E dove ieri, spaparanzato tipo Garfield cui del resto somiglia, dichiarava che «il Natale è estenuante». Come dargli torto…
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Gli ultimi arrivati nei palazzi del potere si chiamano Nomi e Noé, arruolati dal ministero degli Esteri francese. Come tutto il resto di Parigi, anche il sontuoso palazzo sul Quai d’Orsay è infestato dai topi. Il rischio che vengano rosicchiati gli originali della Pace di Westfalia o del Trattato di Versailles è troppo grande. La copia di gatti Nomi & Noé ha quindi l’incarico di derattizzare il ministero. Una soluzione ecologica e economica, praticamente pagante e affettivamente appagante.
È l’ennesima conferma di una tendenza chiara: è sempre più cat power. Il ribaltamento delle gerarchie a quattrozampe è ormai completo. Un tempo, l’animale del potere era il cane, simbolo di fedeltà e compagno nello sport nobile per eccellenza, la caccia. Tiziano ritrae Carlo V in piedi mentre accarezza un magnifico cagnone. Nonostante la sua massima, «A teatro bambini e cani sono roba da ruffiani», Luchino Visconti nel Don Carlo faceva entrare Filippo II accompagnato da due elegantissimi levrieri. Elisabetta II, sovrana agée anche come usi, si circonda di cani corgi, non potendo tenere in salotto gli esseri più amati, che per lei sono sempre stati i cavalli.
Però sempre di più i gatti conquistano posizioni di vertice: un potere dunque più morbido, felpato, discreto, benché capace di colpire con unghiate di chirurgica precisione. Proprio nel Regno Unito i media sono pieni delle gesta di Larry, il gatto del primo ministro, arruolato per la caccia ai topi da Cameron, confermato dalla May ma che resterà al numero 10 di Downing street anche se andranno al potere i laburisti visto che, come dichiarò nel 2016 Cameron ai Comuni, Larry è un «civil servant», non una proprietà privata del premier. Larry passa il tempo a cacciare (troppo poco, è l’accusa: il solito dipendente pubblico scansafatiche) e ad azzuffarsi con Palmerston, il gatto del Foreign Office, che abita all’11. Una loro rissa finì su tutte le prime pagine, come pure la foto di Palmerston che partecipava sonnecchiando a una riunione di ambasciatori di Sua Maestà. Cresce intanto la popolarità di Gladstone, il micio del cancelliere dello Scacchiere. Per il momento, però, Larry è ancora il gatto più celebre del Regno. Ha 154 mila followers su Twitter, contro i 19.700 del nemico Palmerston e i 13.600 del terzo incomodo Gladstone. Larry ha anche scritto un libro a quattro zampe con un giornalista del Guardian ed è titolare di una rubrica a fumetti sul Sunday Express.
La Chiesa cattolica non è da meno, nonostante in passato non siano stati facili i suoi rapporti con i gatti, spesso vittime di cacce alle streghe, e non in senso metaforico. Chissà se Papa Francesco ha per gli animali la stessa simpatia del suo omonimo di Assisi. Di certo, il suo predecessore Benedetto è un gattolico fervente e tuttora praticante. Pochi giorni fa, monsignor Georg Gänswein, il suo ex segretario, ha postato su Facebook una foto di Ratzinger con in braccio un delizioso gattino bicolore.
Qui il precedente celebre è quello di Leone XII della Genga, regnante dal 1823 al ’29, che era solito dare udienza tenendo in grembo il gatto Micetto. Alla morte del Pontefice, fu un problema nei Sacri Palazzi, perché la figura del gatto papale non era contemplata dal protocollo. Lo si risolse regalando il gatto all’ambasciatore di Francia, il grande scrittore François-René de Chateaubriand, che se lo portò in patria.
Il risultato per Micettò fu l’immortalità letteraria, perché compare in una pagina dei Mémoirs d’outre-tombe dove il visconte fa dei romanticismi sul povero micio che, nato nelle stanze di Raffaello sotto il bel cielo d’Italia e così via, finisce deportato nella tetra tenuta di campagna dell’autore, oltretutto funestata dalla presenza di madame Chateubriand.
Sarebbe un errore, tuttavia, limitarsi alla politica. I gatti conquistano meritate posizioni anche in ambito culturale. Il gatto piace alla gente che piace, quindi l’elenco di scrittori, artisti, musicisti gattomuniti di ieri e di oggi è infinito. Qui si può segnalare che l’albergo più «letterario»di New York , l’Algonquin, quello dove viveva e scriveva Dorothy Parker, ha dagli Anni Venti un gatto in residenza. Non lo stesso, beninteso, però tutte le femmine di chiamano Mathilda e tutti i maschi Hamlet. Mathilda III è purtroppo morta nell’ottobre scorso; oggi troneggia su un apposito divano accanto alla reception il suo successore, Hamlet VIII. Da vero Vic, Very Important Cat, ha una pagina Facebook che piace a 12.417 persone. E dove ieri, spaparanzato tipo Garfield cui del resto somiglia, dichiarava che «il Natale è estenuante». Come dargli torto…
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Gli ultimi arrivati nei palazzi del potere si chiamano Nomi e Noé, arruolati dal ministero degli Esteri francese. Come tutto il resto di Parigi, anche il sontuoso palazzo sul Quai d’Orsay è infestato dai topi. Il rischio che vengano rosicchiati gli originali della Pace di Westfalia o del Trattato di Versailles è troppo grande. La copia di gatti Nomi & Noé ha quindi l’incarico di derattizzare il ministero. Una soluzione ecologica e economica, praticamente pagante e affettivamente appagante.
È l’ennesima conferma di una tendenza chiara: è sempre più cat power. Il ribaltamento delle gerarchie a quattrozampe è ormai completo. Un tempo, l’animale del potere era il cane, simbolo di fedeltà e compagno nello sport nobile per eccellenza, la caccia. Tiziano ritrae Carlo V in piedi mentre accarezza un magnifico cagnone. Nonostante la sua massima, «A teatro bambini e cani sono roba da ruffiani», Luchino Visconti nel Don Carlo faceva entrare Filippo II accompagnato da due elegantissimi levrieri. Elisabetta II, sovrana agée anche come usi, si circonda di cani corgi, non potendo tenere in salotto gli esseri più amati, che per lei sono sempre stati i cavalli.
Però sempre di più i gatti conquistano posizioni di vertice: un potere dunque più morbido, felpato, discreto, benché capace di colpire con unghiate di chirurgica precisione. Proprio nel Regno Unito i media sono pieni delle gesta di Larry, il gatto del primo ministro, arruolato per la caccia ai topi da Cameron, confermato dalla May ma che resterà al numero 10 di Downing street anche se andranno al potere i laburisti visto che, come dichiarò nel 2016 Cameron ai Comuni, Larry è un «civil servant», non una proprietà privata del premier. Larry passa il tempo a cacciare (troppo poco, è l’accusa: il solito dipendente pubblico scansafatiche) e ad azzuffarsi con Palmerston, il gatto del Foreign Office, che abita all’11. Una loro rissa finì su tutte le prime pagine, come pure la foto di Palmerston che partecipava sonnecchiando a una riunione di ambasciatori di Sua Maestà. Cresce intanto la popolarità di Gladstone, il micio del cancelliere dello Scacchiere. Per il momento, però, Larry è ancora il gatto più celebre del Regno. Ha 154 mila followers su Twitter, contro i 19.700 del nemico Palmerston e i 13.600 del terzo incomodo Gladstone. Larry ha anche scritto un libro a quattro zampe con un giornalista del Guardian ed è titolare di una rubrica a fumetti sul Sunday Express.
La Chiesa cattolica non è da meno, nonostante in passato non siano stati facili i suoi rapporti con i gatti, spesso vittime di cacce alle streghe, e non in senso metaforico. Chissà se Papa Francesco ha per gli animali la stessa simpatia del suo omonimo di Assisi. Di certo, il suo predecessore Benedetto è un gattolico fervente e tuttora praticante. Pochi giorni fa, monsignor Georg Gänswein, il suo ex segretario, ha postato su Facebook una foto di Ratzinger con in braccio un delizioso gattino bicolore.
Qui il precedente celebre è quello di Leone XII della Genga, regnante dal 1823 al ’29, che era solito dare udienza tenendo in grembo il gatto Micetto. Alla morte del Pontefice, fu un problema nei Sacri Palazzi, perché la figura del gatto papale non era contemplata dal protocollo. Lo si risolse regalando il gatto all’ambasciatore di Francia, il grande scrittore François-René de Chateaubriand, che se lo portò in patria.
Il risultato per Micettò fu l’immortalità letteraria, perché compare in una pagina dei Mémoirs d’outre-tombe dove il visconte fa dei romanticismi sul povero micio che, nato nelle stanze di Raffaello sotto il bel cielo d’Italia e così via, finisce deportato nella tetra tenuta di campagna dell’autore, oltretutto funestata dalla presenza di madame Chateubriand.
Sarebbe un errore, tuttavia, limitarsi alla politica. I gatti conquistano meritate posizioni anche in ambito culturale. Il gatto piace alla gente che piace, quindi l’elenco di scrittori, artisti, musicisti gattomuniti di ieri e di oggi è infinito. Qui si può segnalare che l’albergo più «letterario»di New York , l’Algonquin, quello dove viveva e scriveva Dorothy Parker, ha dagli Anni Venti un gatto in residenza. Non lo stesso, beninteso, però tutte le femmine di chiamano Mathilda e tutti i maschi Hamlet. Mathilda III è purtroppo morta nell’ottobre scorso; oggi troneggia su un apposito divano accanto alla reception il suo successore, Hamlet VIII. Da vero Vic, Very Important Cat, ha una pagina Facebook che piace a 12.417 persone. E dove ieri, spaparanzato tipo Garfield cui del resto somiglia, dichiarava che «il Natale è estenuante». Come dargli torto…
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