da Repubblica-Robinson: La magia della fiaba “C’era una volta (e ci sarà ancora)” di Melania Mazzucco

Testo di Melania Mazzucco
Raccontare una storia significa fare un dono, e ascoltarla (o leggerla, o guardarla) significa accettarlo. Scambiarsi, dunque, molto più di un flusso di parole, personaggi, episodi, imprese, sorrisi, paure. Bisogna essere almeno in due, ma si può essere una moltitudine, perché la storia è un balsamo che cicatrizza e cura e una bussola che orienta la persona e la comunità. Significa infatti anche stabilire un patto di alleanza e riconoscere un orizzonte comune. Fino a qualche decennio fa, più generazioni di individui cresciuti nello stesso contesto, o nello stesso luogo, o nella stessa lingua, avevano in comune davvero non il sangue, il suolo, le idee, ma le storie (le fiabe, i miti). I figli avevano letto, o ascoltato, o condiviso in qualunque forma, quelle dei genitori, e questi quelle dei nonni, e così via, fino a chissà quando — perché le storie (le fiabe, i miti) non hanno davvero inizio e non dovrebbero avere fine. Le storie possiedono una vita propria, come le foglie o i pollini soffiati dal vento. Non appartengono davvero a nessuno, ma sono di tutti. E poi circolano, si associano, si riproducono, invecchiano e si rigenerano: insomma vivono, proprio come noi.
Questo reticolo di nomi, immagini, simboli, questo filo invisibile della ragnatela che ci connette e ci contiene si è logorato e in qualche caso spezzato. Difficile dire quando e come sia successo. Facile dare la colpa alla tecnologia, all’espropriazione del tempo (esteriore e interiore), che tutti subiamo e abbiamo subìto, al dinamismo e alla velocità che contraddistinguono l’era contemporanea, al rinnovamento dei codici espressivi e al tramonto di quelli che sembravano perpetui, o addirittura a un presunto mutamento antropologico della psiche dell’homo sapiens sapiens. Come del resto già periodicamente avvenuto più volte in passato, tanto è ora tenuto in considerazione l’elemento scientifico e razionale, quanto screditato quello mitopoietico e immaginario. Illude e consola l’idea di poter disvelare ogni meccanismo del reale, tenere il mondo sotto controllo. La verità della scienza viene brandita come un’arma, e bandita l’impostura della narrazione. Ché in effetti la parola “narrazione”, abusata in ogni contesto, ha perduto di valore e senso fino a parere una moneta fuori corso, e perfino un pretesto e una fregatura.
Invece — ovunque si dispongano le costellazioni — non posso concepire una buona annata astrale senza una buona storia. Da leggere, ascoltare, guardare al cinema o alla televisione, o da raccontare io stessa. In un’epoca sfuggente e senza forma, liquida e torbida come la melma, la storia mi appare come un antidoto ai veleni che trangugio ogni giorno. Anche se faccio sempre più fatica a trovarne una che sia capace di illuminarmi, di deliziarmi, di irritarmi, di procurarmi piacere o dolore — di “muovermi”, come dicevano gli antichi — continuo a cercarla, quella storia, e la desidero. Ne ho, come tutti, bisogno. L’identità di ciascuno di noi è formata dagli eventi cui abbiamo preso parte, o che abbiamo immaginato: siamo la nostra mitologia e i nostri sogni. Ma il 2018 sarà stata davvero una buona annata solo se il prossimo capodanno, di storie, ne ricorderò più di quante ne ricordo ( per averle lette, viste e ascoltate) in questo. Così tra i buoni propositi per l’anno nuovo, che in questi corti giorni decembrini invariabilmente mi propongo, c’è quello di poterlo salutare, tra dodici mesi, con la frase insieme orgogliosa e augurale che concludeva tutte le fiabe: “Dite la vostra, che ho detto la
mia”…

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