da Repubblica-Robinson: La riscoperta dell’inconscio: “Ma chi mi credo di essere” di Massimo Recalcati

Testo di Massimo Recalcati
Davvero l’inconscio è l’oscuro, il sottosuolo, lo schizofrenico, il bestiale, il selvaggio che vive in noi? Il suo rapporto con la vita della coscienza è lo stesso che troviamo in atto nella scissione tra il dottor Jekyll e mister Hyde? È questa una visione ancora romantica, irrazionalista, pre-freudiana dell’inconscio. Il grande passo che Freud ci ha invitato a fare è di pensare all’inconscio in un altro modo. Sembra un paradosso: non l’esperienza dell’oscuro ma quella del chiaro. Pensiamo ai nostri sogni che appaiono nella forma del rebus. Non è, appunto, il rebus una costruzione complessa del senso? Non sono forse i sogni — almeno nella loro interpretazione freudiana — i luoghi dove si manifesta una intelligenza e un linguaggio differente più che il caos brutale di istinti ribollenti? Non è questa la vera invenzione che Freud ci consegna?
L’inconscio è un logos. Certo, un logos diverso da quello che ha ispirato la ragione della filosofica classica. Quando il logos dell’inconscio viene ignorato, respinto, mantenuto separato dalla vita psichica, iniziano i guai. Nella vita individuale come in quella collettiva. Il passo che Freud ci invita a fare è invece quello di pensare l’inconscio come una opportunità. Non come una minaccia oscura, ma come un chiarore che dovremmo accogliere come un vero auspicio. Seguire la sua voce — la voce dell’inconscio — significa rispondere alla voce (“indistruttibile”) del nostro desiderio più proprio. Accogliere il logos dell’inconscio significa allargare la nostra nozione di identità in modo tale che comprenda e non escluda l’alterità del desiderio. Vivere l’inconscio come una minaccia è invece il prodotto di una politica dell’Io solo segregativa; confinare il discorso differente, deviante, non blindato dalla coscienza e dall’Io, relegarlo nei bassifondi della vita psichica. Contro questa politica segregativa la psicoanalisi tende a favorire politiche dell’inclusione.
Fare amicizia con l’inconscio non significa colonizzarlo attraverso i presidi “militari” della coscienza. Si tratta piuttosto di trasformare il concetto e l’esperienza stessa dell’identità: fluidificare i confini, dare luogo a una democrazia interna la più larga possibile, dove la voce dell’inconscio non sia vissuta come una minaccia all’ordine costituito dell’Io, ma come un’occasione di allargamento della propria visione del mondo. Per questa ragione chi crede nell’esistenza dell’inconscio avversa ogni forma di fondamentalismo e si mantiene distante da versioni inflessibili, rigide, ideologiche, imperiture, dogmatiche dell’identità. Si tratta di un vero e proprio antidoto all’aggressività narcisistica: più le porte si aprono al logos dell’inconscio più la vita diventa tollerante con sé stessa e con quella dell’altro. La lezione dell’inconscio è sempre una lezione di umiltà, di indebolimento dell’identità. Il narcisismo e l’aggressività dell’Io vengono ridimensionate perché l’Io deve riconoscersi innanzitutto non padrone in casa propria.
Il logos dell’inconscio bussa con violenza alle porte dell’Io se queste vogliono restare ermeticamente chiuse. Se invece si aprono e accolgono l’ospite straniero la vita psichica si arricchisce, guadagna in pluralità, flessibilità, laicità. Per questa ragione nei nostri sogni non dobbiamo vedere solo il passato più doloroso e traumatico che insiste nel ripetersi, ma “qualcosa” che pensa in modo diverso dalla coscienza. Un pensiero che sa “osare”, come direbbe Elvio Fachinelli. Pensiero che prova a pensare pensieri nuovi, inediti, non ancora pensati, impossibili da pensare per l’Io. Pensiero che sa rinunciare ai propri totem, ai propri idoli, pensiero che sa avventurarsi verso terre ignote. Anche in questo senso l’inconscio è un’occasione per non credere troppo all’Io che crediamo di essere. E, in questo, è un nome della libertà.

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