L’inchiesta di Repubblica: “La targa rubata dai neofascisti riapre l’omicidio Mattarella” di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

PALERMO
Il mistero di una targa fa riaffiorare il passato siciliano nel giorno dell’Epifania, quel 6 gennaio di trentotto anni fa quando uccisero il presidente della Regione Piersanti Mattarella. La targa di un’auto è diventata uno degli “ spunti investigativi” per provare a dare un volto e un nome al sicario che nel 1980 ha ucciso l’uomo che voleva cambiare la Sicilia, assassinato appena un anno e mezzo dopo l’omicidio di Aldo Moro — di cui era considerato il naturale delfino — e morto fra le braccia del fratello Sergio che oggi è il Capo dello Stato.
È la pista “ nera” già seguita da Giovanni Falcone che viene ripresa dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, pista di killer neofascisti mandati giù in Sicilia per fare un omicidio che è sempre stato attribuito alla regia di Cosa nostra.
Ci sono nuovi accertamenti che potrebbero portare alla riapertura dell’inchiesta su un “delitto eccellente” che è molto particolare, anche rispetto a tutti gli altri avvenuti in Sicilia in quell’epoca. È l’unico — in verità insieme a quello del segretario provinciale della Democrazia cristiana Michele Reina ucciso a marzo del 1979 — del quale non si è mai saputo niente oltre i mandanti della Cupola. Omicidio senza un sicario, descritto dai pochi testimoni presenti quel giorno in via Libertà come uno «dagli occhi di ghiaccio e dall’andatura ballonzolante ». Sparò con una pistola a Piersanti Mattarella e poi fuggì, salendo su una Fiat 127 dove l’aspettava un complice. Anche lui rimasto senza nome. In questi ultimi mesi però c’è stata un’intensa attività investigativa, materia assai complessa visto il tempo passato. E sono apparse sempre più visibili alcune tracce che i magistrati del procuratore capo Francesco Lo Voi stanno seguendo con attenzione, rispolverando vecchi dossier e collegando informazioni che erano state sottovalutate o scartate. Una riguarda proprio quella targa, o meglio gli spezzoni di una targa di un’auto che venne ritrovata il 26 ottobre del 1982 — siamo a due anni e dieci mesi dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella — in un covo dell’estrema destra a Torino dove si era nascosto negli anni precedenti il latitante di “Terza Posizione” Fabrizio Zani.
Lì, in un appartamento di via Monte Asolone, i carabinieri trovarono due targhe automobilistiche tagliate. Un primo spezzone aveva la sigla “ PA” ( come Palermo) e il secondo “PA 563091”. Sono gli stessi numeri, ma composti diversamente, rimasti agli assassini di Piersanti Mattarella, che avevano utilizzato due targhe rubate per camuffare la Fiat 127 del delitto.
Cosa avevano fatto i killer di Palermo? Il giorno prima dell’omicidio, avevano prelevato la 127 targata “PA 536623”. E sempre quel giorno, il 5 gennaio 1980, avevano asportato da una Fiat 124 una targa con questa sigla: “ PA 540916”. Poi avevano “costruito” una nuova targa, con i numeri delle altre due: “ PA 546623”, rimasta attaccata alla Fiat 127 abbandonata dopo il delitto.
Dunque, ai sicari erano rimasti questi spezzoni: “ PA 53” della prima targa e “ 0916” della seconda. “PA 530916”. A Torino, invece, i carabinieri trovarono nel covo nero: “ PA 563091”. Come se l’ultimo numero, il 6, fosse stato spostato di posizione e inserito subito dopo il 5 iniziale.
«Una coincidenza che ha aspetti di stupefacente singolarità » , scriveva già nel 1989 il giudice Loris D’Ambrosio, grande esperto di indagini sui neofascisti, in quegli anni in servizio all’Alto Commissariato antimafia. Il giudice D’Ambrosio compilò un corposo dossier sul delitto Mattarella partendo proprio da quelle targhe ( « L’esito dell’accertamento appare di rilievo » ) e avanzando l’ipotesi che ad uccidere il presidente della Regione fossero stati proprio i “neri”.
Questo report di Loris D’Ambrosio — mai approfondito a sufficienza — è finito adesso anche alla procura generale di Bologna, quella che il 26 ottobre del 2017 ha avocato l’inchiesta sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980 — ad otto mesi dall’omicidio di Mattarella — dopo che gli avvocati di parte lesa avevano presentato al giudice delle indagini preliminari una memoria per riaprire l’inchiesta. La procura della repubblica aveva avanzato una richiesta di archiviazione, la procura generale a sorpresa ha richiamato a sé l’indagine e ha avuto altri due anni per continuare le investigazioni. I “contesti” criminali fra la strage alla stazione e l’omicidio Mattarella sembrano davvero molto vicini, c’è un filo nero che lega la Palermo e la Bologna del 1980.
« Finalmente, sono emersi elementi di prova che collegano come mandanti del delitto Mattarella e della strage di Bologna la P2 e spezzoni deviati dei servizi di sicurezza ad essa riferibili», dice Nicola Brigida, uno dei legali di alcuni familiari della strage del 2 agosto. E spiega il suo collega Andrea Speranzoni, che con gli avvocati Giuseppe Giampaolo e Roberto Nasci assiste tanti altri parenti: « Per i mandanti del 2 agosto 1980, così come per l’omicidio Mattarella, a trentotto anni di distanza, riteniamo che sia diventato possibile fare luce in modo pieno».
La pista nera è sempre stata quella privilegiata da Giovanni Falcone. Dopo una lunghissima istruttoria e dopo avere raccolto le confessioni di Cristiano Fioravanti, Falcone portò a giudizio il fratello Giusva indicandolo come uno dei killer del giorno dell’Epifania. Giusva Fioravanti fu però assolto da una corte di assise. Ma i sospetti di Falcone su di lui, anche dopo le investigazioni intorno ad altri “delitti eccellenti” siciliani, si rafforzarono ancora di più negli anni successivi.
Ora, nel trentottesimo anniversario dell’omicidio Mattarella, si recuperano indagini che sembravano archiviate per sempre. C’è il mistero della targa, ma c’è anche dell’altro. Una seconda traccia per lungo tempo dimenticata. È un frammento d’impronta ritrovata « nella parte interna dello sportello sinistro della Fiat 127 dei killer, sotto al vetro » , pure questo elemento contenuto nel dossier di D’Ambrosio. Di tempo n’è passato tanto. Chissà se all’ufficio “ corpi di reato” del tribunale di Torino ci sono ancora quegli spezzoni di targa e se a quello di Palermo si troveranno ancora i frammenti dell’impronta. Di certo, è che in procura non hanno mai smesso di cercare una verità sulla morte di Piersanti Mattarella. Quello che è emerso dalle inchieste e dai processi è la condanna dei soliti capi della Cupola, Totò Riina e gli altri macellai che avrebbero deciso l’eliminazione del presidente per “ l’azione di rinnovamento” che stava portando avanti nel suo partito e alla Regione. Un movente che racconta tutto e niente. L’uccisione di Mattarella — il primo magistrato che indagò è l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso, pm di turno il 6 gennaio 1980 — già da quell’Epifania aveva tutte le caratteristiche di un delitto “strategico”.
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Di che cosa stiamo parlando
Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, fu ucciso in un agguato mafioso il 6 gennaio del 1980 a Palermo. Per il delitto sono stati condannati all’ergastolo i vertici di Cosa nostra: in particolare, i boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Il fratello di Piersanti Mattarella, Sergio, è il capo dello Stato L’agguato
La scena del delitto di Piersanti Mattarella, in una foto della Polizia Scientifica. È il 6 gennaio 1980: sul marciapiede di via Libertà la Fiat 132 del presidente ucciso
La 127 dei sicari
L’auto dei killer di Piersanti Mattarella (sopra) con la targa falsa abbandonata a poca distanza dal luogo del delitto

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