Benedetta Tobagi recensisce (egregiamente) il romanzo “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino: A tavola per Hitler

di Benedetta Tobagi
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TITOLO: LE ASSAGGIATRICI
AUTRICE: ROSELLA POSTORINO
EDITORE: FELTRINELLI
PREZZO: 17 EURO PAGINE: 288
 USCITA: 11 GENNAIO
“La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana”: è nascosta in queste frasi la chiave de Le assaggiatrici (Fetrinelli), il filo di ragno che ti resta addosso e rende tanto perturbante (e avvincente) la lettura del nuovo romanzo di Rosella Postorino. Un caso letterario ancor prima della pubblicazione: acquistato da vari editori stranieri, ha conquistato un ricco anticipo anche negli Usa, dove è stato salutato come il nuovo The Reader.
Lo sfondo, infatti, è ancora una volta il nazismo: il romanzo rielabora letterariamente la storia, vera, di Margot Wölk, qui trasfigurata nella giovane ex segretaria berlinese Rosa Sauer, una delle nove assaggiatrici assunte per testare i cibi destinati a Hitler nella cosiddetta Wolfsschanze, la Tana del Lupo, uno dei quartier generali del Führer, la cittadella-bunker mimetizzata tra i boschi della Prussia orientale (oggi Polonia), dall’autunno del 1943 alla fine del ’44.
A conquistare gli editori al Buchmesse di Francoforte è stata soprattutto l’originalità della voce narrante, capace di schiudere una prospettiva inedita su uno degli scorci di storia più frequentati dalla letteratura e dal cinema. Il crepuscolo di Hitler è scandagliato dal microcosmo che si aggrega attorno a una tavola imbandita sull’orlo dell’abisso, un mondo in cui la normalità si riproduce ostinata, nonostante tutto, tra piccinerie e leggerezza: infatuazioni, invidie reciproche, pettegolezzi, scoperte, tradimenti, e il Führer è un vegetariano nevrotico con cui la protagonista condivide l’intimità della peristalsi e l’urina che puzza di asparagi.
La lingua è corposa, esatta. La narrazione, costruita con maestria, scansa a ogni snodo la prevedibilità e gli esiti consolatori, fino alla sorpresa finale, pur lasciando, a posteriori, la sensazione di un percorso ineluttabile. Diventa assaggiatrice per caso, Rosa. Quando Gregor, il marito, l’ingegnere che era stato il suo capo, si arruola, la fa trasferire nel villaggio rurale dei propri genitori, a due passi dalla Tana del Lupo, e “la berlinese”, com’è apostrofata dagli autoctoni per gli abiti sofisticati da cittadina, è tra le donne selezionate per l’ingrato compito. Perché? Non si sa.
La vita di Rosa è un vuoto a perdere tra tanti, un tubo digerente a disposizione del Grande Capo. Dire di no è impossibile, e poi nella miseria dello sforzo bellico quei pasti sopraffini valgono il rischio del veleno. Non è nazista, Rosa.
Pensa spesso al padre, morto d’infarto a guerra appena iniziata, che da bravo cattolico elettore del Zentrum riteneva il regime un’aberrazione.
Ma nemmeno si oppone. Si fa scegliere, scivola attraverso la vita. Non è amorale: distingue giusto e sbagliato, riconosce crudeltà, vacuità, coraggio. E però, da anni, ogni eroismo le sembra assurdo, ogni forma di slancio, qualunque fede, la imbarazza. Non incarna il male banale dei burocrati, né una dei “volenterosi carnefici” di Goldhagen (come invece le due colleghe che chiama “le invasate”).
Rosa è solo una delle milioni di persone ingolfate nella palude del regime, intimamente corrose da un clima di coercizione e ambiguità morale che tutto avvelena. A livello profondo, con Le assaggiatrici Postorino continua l’indagine letteraria del precedente romanzo,
Il corpo docile: cosa accade agli esseri umani dentro una macchina totalitaria. Là il carcere, inteso alla maniera di Foucault, qui il nazismo.
Di nuovo, lo sguardo è quello di un soggetto fragile, marginale. Una giovane donna qualunque, sola, in balia degli eventi, che non biasima nessuno perché non è nella posizione di farlo, e lo sa, e per questo regala al romanzo uno sguardo scevro di giudizio, spaesato e insieme penetrante. Postorino esplora i labirinti grigi del senso di colpa, della vergogna, del senso d’indegnità.
I monologhi interiori di Rosa si infrangono contro il silenzio: non dire per non essere giudicata, o, semplicemente, perché nulla è più facile da capire, da etichettare (è una fatua egoista, la nobildonna che la invita castello per distrarsi, o la scaltra complice di un complotto contro Hitler?).
Dall’infanzia alla caserma dove assaggia prelibatezze potenzialmente letali, Rosa osserva molto e parla poco, cova segreti che, infangandola davanti agli oggetti d’amore, possano attutire il trauma della perdita, del distacco. I grumi di non detto paralizzano la sua esistenza. Rosa sopravvive, e basta.
C’è l’amore come luogo della vulnerabilità (“una bocca che non morde”), il bisogno di essere desiderata per esistere, in cui scivolano (come troppe donne, da sempre), in modo diverso, la protagonista, la giovane Leni, la matura Heike, l’ottusità dell’amore fisico sans issue, senza uscita, come cantava Gainsbourg, la tenerezza da bambino avido di una SS, l’ambigua attrazione tra Rosa e la fiera, spigolosa Elfriede, uno scatto di ribellione incatenato al senso di colpa del sopravvissuto, più che al coraggio… Postorino è cruda e insieme pietosa, nel sondare il cuore dei personaggi. Tanto a fondo si cala in questo paesaggio umano e psicologico, che, leggendo, ti ritrovi a specchiarti, a immedesimarti.
Perché, sebbene non viviamo in un mondo totalitario, a farci caso si avverte anche troppo bene, ancora oggi, un sentore di dissoluzione, intorno. Ci si abitua a tutto, senza accorgersene.
La normalità piega. Ti scopri a interrogarti su quale sia, nel tuo mondo, la soglia dove l’adattamento sconfina nell’ipocrisia, la quiescenza in complicità. Le assaggiatrici
ti resta addosso, a lungo.

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