Da Repubblica-Cultura, Nicola Lagioia resencisce Roberto Bolaño: “Lo spirito della fantascienza”

Casi letterari

Il Bolaño venuto dalla fine del mondo

di NICOLA LAGIOIA

Benché sia morto nel 2003, Roberto Bolaño è fino ad ora il più grande innovatore del XXI secolo nel campo della letteratura d’invenzione.
Romanzi come I detective selvaggi e 2666 hanno riaperto tutti i giochi che il postmoderno aveva portato a saturazione.
Negli Stati Uniti, specie dopo l’11 settembre — conclusa l’età d’oro che aveva visto scrittori come David Foster Wallace, Don DeLillo, Philip Roth dare il meglio di sé — l’arte di scrivere romanzi sembrava essersi impantanata in un ottimo livello medio sostenuto dai dipartimenti universitari, le scuole di scrittura, gli sproporzionati anticipi editoriali. Il che (per chi ritiene che la letteratura sia una forza in grado di cambiare la vita) equivaleva più o meno a un vicolo cieco. Così ecco spuntare dal nulla questo cileno che alle borse di studio Fulbright aveva preferito l’università della vita, che dopo aver visto i sogni della propria adolescenza infrangersi contro la dittatura di Pinochet, e aver trascorso una giovinezza felice e scapestrata in Messico — nel cuore autori come Julio Cortázar e Malcolm Lowry, nei polpastrelli la lezione assimilata del modernismo europeo – aveva scelto la Spagna per la propria età adulta. Qui, a Blanes (una cittadina della Costa Brava), prima da scrittore anonimo, poi da autore di culto, infine da leggenda vivente, era riuscito a ribaltare a suon di capolavori l’idea che della forma romanzo si stavano facendo in troppi, riportandola — dall’esercizio di stile o di intrattenimento a cui sembrava condannata — tra territori di oscura bellezza, inquietante mistero e profonda vitalità che sarebbero stati congeniali al capitano Achab o al Kurtz di Cuore di tenebra.
Per chi voglia capire come, dai tentativi degli esordi, Bolaño sia riuscito a costruire in breve tempo una poetica personalissima e un’imponente cosmogonia che sembra ancora in espansione, il lettore affezionato può adesso leggere Lo spirito della fantascienza, in uscita in Italia da Adelphi nella traduzione della sempre ottima Ilide Carmignani. Lo si potrebbe definire il nuovo romanzo di Bolaño risalente a trent’anni fa.
Al tempo stesso si tratta di un libro che (proiettato verso un futuro di cui Bolaño era ovviamente all’oscuro mentre scriveva) sembra averne generati molti altri.
Lo spirito della fantascienza esce postumo. Dall’archivio dello scrittore — un enorme giacimento di lettere, manoscritti, hard disk, fotografie, appunti — sono venuti fuori questa volta tre quaderni a spirale in bella copia, e alcuni quaderni di appunti risalenti all’epoca in cui Bolaño non lavorava ancora al computer. Il risultato è il romanzo ora pubblicato, che il nostro scrisse nei primi anni Ottanta.
Leggendolo si sente l’energia del giovane scrittore impegnato a prendere le misure a se stesso, ad accordare uno dopo l’altro gli strumenti che imparerà a far suonare tutti insieme di lì a qualche anno.
Lo spirito della fantascienza
racconta le avventure di Jan e Remo, due giovani poeti cileni che arrivano a Città del Messico, e qui si perdono. Il tentativo di diventare lo scrittore che si spera di essere, le sbronze con gli amici, i primi amori (per Remo è Laura, ragazza molto pericolosa per chiunque decida di donarle il cuore), la vita aspra dell’artista senza un soldo nel notturno sudamericano degli anni Settanta scandiscono questa parte del libro. A inframmezzare ciò che altrimenti sarebbe una narrazione lineare ci sono le lettere che Jan scrive ai suoi autori di fantascienza preferiti (un po’ come il Moses Herzog di Bellow evocava fantasmi in via epistolare), e un’intervista proveniente dal futuro in cui uno scrittore ormai famoso (probabilmente sempre Jan) risponde alle domande di una giornalista. Non è difficile individuare in Jan e Remo i futuri Ulises Lima e Arturo Belano dei Detective selvaggi. Se, come molti non hanno mancato di notare, le storie di Bolaño sono organizzate secondo una struttura a frattali, ossia costruite su figure che si ripetono a cascata su scale diverse, Lo spirito della fantascienza è un momento di singolarità, nonché il prototipo della meravigliosa macchina narrativa che si rivelerà negli anni successivi.
Il vero miracolo è tuttavia il modo in cui Bolaño sa immergere il lettore in un’atmosfera quasi soprannaturale, in balia di una voce che sembra venire dall’oltretomba, o da un futuro inattingibile. I capolavori della letteratura sono spesso il risultato dello scontro tra la nostra percezione del mondo e la dimensione parallela in cui sono stati scritti. Così, mentre Lo spirito della fantascienza è per tre quarti un romanzo giovanile, nell’ultima parte, intitolata
Manifesto messicano, quel tipo di voce finalmente viene fuori. Così come Ernesto Sabato in Sopra eroi e tombescrisse un romanzo nel romanzo ( Rapporto sui ciechi) in cui esplorava il cuore sconosciuto di Buenos Aires addentrandosi nei sotterranei della città, Roberto Bolaño spinge Remo e Laura, ormai coppia di giovani amanti, in una sorta di viaggio iniziatico tra i bagni pubblici di Città del Messico, un labirinto fatto di mistero, sensualità, sporcizia e vapore acqueo in cui l’amore, il tradimento, la perdita di sé e la scoperta di un mondo infero sono tutt’uno. Credevamo di esserci persi in un centro commerciale e invece il centro della terra era sempre a portata di mano. Bastava sollevare una botola. Roberto Bolaño ci ha aiutato a farlo.

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