Donatella Di Pietrantonio per Repubblica-Robinson: “L’Arminuta a Rigopiano”

Recensione di Donatella Di Pietrantonio a  “Il peso della neve. Storia della nostra famiglia sotto la valanga di Rigopiano” di Adriana e Giampiero Parete (Mondadori, 196 pagine, 18 euro)  che esce il 16 gennaio a un anno dalla tragedia in Abruzzo: un racconto a due voci sull’angoscia di quegli istanti fatali. E sulla difficoltà di tornare a vivere
Sono salita in montagna qualche giorno fa, dopo la prima debole nevicata della stagione. A un anno dalla valanga che ha travolto l’albergo come fosse una casetta del presepe esce per Mondadori Il peso della neve, scritto a quattro mani dai coniugi Parete, “quelli che non sono morti all’hotel Rigopiano”. Quattro mani e due voci, per una coppia separata da una quantità inimmaginabile di neve silenziosa, scesa dritta e precisa come una palla da biliardo in buca sull’unico edificio dove poteva uccidere. Giampiero Parete è rimasto fuori, solo sfiorato mentre si trovava nel parcheggio a prendere qualcosa dalla macchina. Adriana invece resta intrappolata nell’albergo crollato, in una bolla d’aria dove il figlio di otto anni riesce a raggiungerla passando sotto una trave obliqua. Ludovica, la bambina di sei anni, non è nella stessa stanza.
Il libro è un resoconto dei fatti, così come sono stati vissuti da chi ha avuto la fortuna di poterli raccontare. Ma è una fortuna pesante quanto la neve. I miracoli si scontano, soprattutto se per troppe ore hai condiviso ossigeno e paura con persone che non ci sono più. Alcune non sono morte subito. Gridavano nello stesso buio, all’inizio. Poi più nulla. Fin dalla prima pagina la signora Parete parla di sensi di colpa, del disagio di essere vivi, dell’imbarazzo che segue ogni momento di felicità. “ La gente” vede solo il miracolo, il pericolo scampato. Ma la vita in più, successiva a una grazia ricevuta, non dimentica quello che è stato. Di notte a volte basta una “lama di luce” che filtra da fuori per ferire. Per riportare alla memoria quell’angoscia, lì sotto, e riprovarla. La prossimità fisica

con la morte, e per Giampiero, lì fuori, la certezza di aver perso la famiglia.
Queste pagine o decidi di non leggerle oppure, se cominci, non le lasci più. Anche se sai dalla cronaca come va a finire. È inevitabile essere proiettati in quel volume nero e angusto, dove la poca aria è densa di polvere e fumo, la temperatura glaciale, dove ogni momento è buono per morire. Chi legge, magari comodamente seduto su un divano, regredisce e sperimenta nelle zone più arcaiche del suo cervello umano la paura dell’animale caduto in trappola. Non è il punto di vista del fruitore di un prodotto letterario. È il punto di vista del topo. In fondo è anche per questo che un libro così risulta tanto avvincente, perché ci dà la possibilità di provare da una posizione di sicurezza la più antica delle angosce, quella di morte.
Giampiero Parete non era con i suoi quando è scesa la valanga e ha potuto dare l’allarme per telefono, anche se all’inizio e per troppo tempo è rimasto inascoltato. È stato un caso fortunato che lui si trovasse all’esterno dell’albergo, ma per sua figlia Ludovica, prigioniera nella sala biliardo con gli altri piccoli ospiti dell’hotel, il papà era semplicemente assente. Aveva visto la madre per ultima, poi il crollo l’aveva separata anche da lei e dal fratello. Ludovica si è sentita abbandonata. I genitori se ne sono accorti più tardi, a casa, nel difficile ritorno alla normalità. Alla famiglia Parete è rimasta la vita, e un trauma da elaborare.
La scrittura può essere uno strumento, uno stato fisso e oggettivo per la conservazione dei ricordi, a cui si può accedere poi in ogni momento. Dimenticare è impossibile e non è sano, ma rendere testo definitivo quello che ci agita in forme imprevedibili e fluttuanti può disinnescare il potenziale devastante della memoria. Riportata su una pagina anche una valanga diventa forse più controllabile. Nello stesso tempo la stesura del libro può essere stata per i Parete l’occasione per rinominare l’accaduto in una modalità emotivamente meno intensa rispetto alla narrazione orale. All’inizio « vivevamo come se fossimo sospesi nell’incredulità di essere vivi. Come se temessimo che, parlandone, si potesse spezzare l’incantesimo» dice Adriana. Ma con quel racconto negato era andata persa la fiducia di Ludovica che non aveva trovato spiegazioni all’assenza del papà al momento in cui era “diventato tutto buio”. Forse la parola scritta ha ri-generato quella detta, più necessaria per la bambina.
Altre famiglie hanno da elaborare lutti. Figli, genitori, fratelli, sorelle. Una sorella per Fabio. Fabio era il manutentore dell’hotel, stava portando il pellet alla caldaia quando è venuto giù l’inconcepibile. È uscito in qualche modo, ha trovato Parete e lo ha estratto dalla neve in cui era sprofondato fino al collo. Insieme hanno aspettato i soccorsi, per lunghe ore. Poi il suo contributo alla localizzazione dei sopravvissuti è stato decisivo, grazie alla mappa mentale dell’albergo, che all’inizio solo lui aveva. E in quella mappa c’erano Adriana e gli altri adulti, i bambini nella sala biliardo. C’era anche la posizione di Linda, sua sorella. Lavorava lì pure lei, l’ultima volta l’aveva vista a dare una mano in cucina. Non era più di turno, ma era rimasta bloccata, come tutti. Aspettava che la strada venisse liberata e intanto lavava i piatti per ingannare il tempo, gli ultimi suoi minuti di vita.
Una fortuna quel resort per i ragazzi della zona, finalmente un po’ di lavoro, a pochi chilometri da casa. Con il comparto dell’abbigliamento in crisi, la riduzione di personale alla Brioni, la chiusura di tante piccole imprese locali, era proprio una fortuna essere assunti al Rigopiano.
Linda abitava a qualche centinaio di metri dai miei genitori, Fabio ci abita ancora. Silenzioso e triste, lo sguardo azzurro e magnetico. Li conoscevo appena, loro sono giovani e io da tanto non vivo più nella contrada. Prima che le mani e la forza delle braccia magre sono stati gli occhi di Fabio a salvare Parete dalla buca nella neve. Giampiero li racconta nel libro, “sgranati e fissi” su di lui. Poi l’attesa dei soccorsi, insieme. Chissà cosa passa tra due uomini che condividono molto da vicino il freddo, la paura, la probabile morte dei rispettivi familiari. La disperazione di Giampiero, più manifesta nel suo stesso racconto, e quella trattenuta di Fabio. Non gliel’ha detto subito della sorella rimasta lì sotto, all’altro.
Linda si sarebbe sposata nel maggio scorso, aveva già tutto pronto. So che indossava l’abito bianco dentro la bara che è stata subito chiusa. Sono passata a salutarla in chiesa, alla veglia funebre. Il fidanzato a capo chino accarezzava il legno squadrato, spigoli e superfici, come fossero parti di lei, il viso, le braccia. Nessuno osava accostarsi, distoglierlo da quell’ultima intimità. Fuori ho incontrato Fabio, con quegli occhi persi di sopravvissuto senza colpa.
A Rigopiano, sotto l’insegna intatta dell’hotel i familiari delle ventinove vittime hanno posto una bacheca con le fotografie e la scritta MAI PIÙ. Ho cercato subito Linda, tra gli altri. A terra un presepe di pietre gelate, di sicuro quelle del posto. Mi sono voltata dalla parte del mare, dove abitano i Parete e in silenzio ho augurato loro tutta la serenità possibile.
Da noi la lettura del libro sarà diversa che altrove, non facile. Distesa lì la montagna era lo sfondo immutabile delle nostre vite. La Bella Addormentata o Gigante che dorme, dipende dai punti di vista. Con il brutto tempo appare arcigna, minacciosa a guardarla, come mai prima. Porta nel suo corpo roccioso la traccia ora bianca della valanga, che taglia netta il bosco di faggi. In quella striscia niente è ricresciuto. Somiglia alla ferita che dopo un anno ancora non sappiamo curare. ?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La tragedia
Il 18 gennaio 2017 una valanga di 120mila tonnellate di neve e detriti si abbatte sull’albergo Rigopiano nell’omonima località in provincia dell’Aquila. Ventinove persone rimangono uccise. Un mese dopoRepubblica racconta l’evento inaugurando la nuova serie di inchieste Super8: nel primo dossier di 8 pagine, il destino delle 40 persone nell’hotel, le loro storie, quelle di chi ha lottato per soccorrerle e di chi non ha impedito la tragedia

Un pensiero su “Donatella Di Pietrantonio per Repubblica-Robinson: “L’Arminuta a Rigopiano”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...