Tratto dalla prefazione a “Lucky” di Alice Sebold

Da repubblica-Robinson  “Narrate donne la vostra storia”  di Alice Sebold

Sono passati trentasei anni da quando sono stata violentata, diciotto dalla prima edizione di Lucky, e solo due mesi da quando un molestatore seriale nonché orgoglioso palpeggiatore di figa è stato eletto quarantacinquesimo presidente di questi Stati Uniti. Come molte altre donne sopravvissute a un’aggressione sessuale, sono rimasta atterrita, anche se forse non esterrefatta, dall’esito delle elezioni. Nella vita della maggior parte delle vittime di stupro un’indescrivibile ingiustizia è la norma. L’esito della mia storia personale resta, a trentasei anni di distanza, più equo di quanto non avvenga nella maggior parte dei casi. La mia vicenda ha avuto l’inizio, lo svolgimento e la fine che la maggior parte dei processi per stupro non ha. Lo stupratore è stato arrestato, processato, condannato e ha scontato quasi vent’anni di galera. Paragonate tutto questo a certe sentenze da due o tre mesi a cui abbiamo assistito di recente e comincerete a capire che ho scelto il titolo Lucky sia perché in effetti sono stata molto fortunata, sia perché l’ironia contenuta nel nostro modo di definire la “fortuna” sembra non finire mai.
Nel 1981, subito dopo il mio stupro, promisi a me stessa che se fossi sopravvissuta ne avrei scritto. Ero una matricola diciottenne e scrivevo e leggevo ossessivamente poesia. La poesia per me era ossigeno. Perfino ai miei occhi questa frase appare oggi un po’ sgradevole, ma a diciott’anni nutrivo una fede assoluta in quello che, detto in termini generali e in base alla mia concezione dell’epoca, è “il potere dell’arte”. Anche se la mia fede appassionata nella poesia poteva sembrare ingenua, forse la dimostrazione più impressionante di quanto fossi innocente era che a diciott’anni credevo ancora in un mondo giusto. Inoltre, a differenza della maggior parte delle donne e degli uomini con cui sono entrata in contatto dopo la pubblicazione di Lucky, sapevo in modo istintivo che ciò che mi avevano fatto dentro quella galleria era sbagliato. Infine, ecco un altro colpo di fortuna: mi avevano picchiata talmente tanto che non c’era modo di nasconderne i segni.
Alla fine mi ci sono voluti altri diciott’anni per scrivere un libro sul mio stupro, nonché, lungo il percorso, un passaggio dalla poesia alla prosa. E anche se nessuna bambina sognerà mai di crescere, essere violentata e poi scrivere un libro sulla sua esperienza, non mi dispiacque quando il mio fu pubblicato. Ho usato l’espressione “non mi dispiacque” perché ciò che volevo scrivere era un romanzo, non un memoir, e anche se quel romanzo avrebbe visto la luce due anni più tardi e avrebbe venduto abbastanza da permettere a Lucky di raggiungere un numero più ampio di lettori, ora sono convinta che il mio destino fosse scrivere Lucky. Molti di noi hanno uno scopo che non scelgono, ma che al contrario va a stanarli con l’ostinazione tipica di questo genere di fenomeni. Mi sono servita della cosa che amavo di più, ovvero la lingua, per tradurre in prosa la peggiore violenza che avessi mai conosciuto. Sottrarsi a questo, alla fine me ne sono resa conto, non era possibile, per il mio bene e per quello di tutte le vittime ridotte al silenzio dalla vergogna o da imperativi familiari o culturali.
Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la mia storia divenne di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita di Amabili resti, cominciai a entrare in contatto con uomini e donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati, e rimasi travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di lettere che ricevevo, contenenti resoconti dettagliati di stupri e incesti. Senza volerlo, avevo creato uno spazio in cui chi aveva subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria storia. E per molti io ero la prima persona a cui l’avessero mai raccontato. Le rivelazioni affrettate durante le code per gli autografi, le lunghe, fittissime lettere battute a macchina e, forse perfino più toccanti, le calligrafie ancora infantili sui fogli a righe contenevano spesso la frase: “Quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te”. Eppure i racconti di abusi sessuali che seguivano mi parevano spesso molto più tremendi della mia vicenda.
Ricevetti un numero scioccante di lettere da parte di ragazze e ragazzi abusati da familiari, convinti che a me fosse accaduto di peggio perché ero stata violentata da uno sconosciuto. Un’ulteriore prova, nel caso ce ne fosse bisogno, di come uno stupratore può violentare non solo il corpo ma anche la mente. Ora capisco che “ quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te” fa parte di un modello di pensiero che entra in azione negli istanti immediatamente successivi all’aggressione. Se ti spingono a fondo sott’acqua fai qualunque cosa pur di tornare in superficie e inspirare più aria che puoi per sopravvivere. Compreso sminuire o attenuare la gravità dell’esperienza subìta per prendere le distanze dall’orrore e, in alcuni casi, dall’aver rischiato la morte. La polizia disse che ero stata fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento fosse successo a me e non a mia sorella perché io ero più forte. Ed ecco un’altra frase ricorrente: “ Sono contento che mi sia capitato perché altrimenti non sarei la persona che sono oggi”. È un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io.
L’amara verità è questa: se potessi avere una gomma magica e cancellare quella notte del 1981, lo farei in un batter d’occhio, e se potessi dire a qualunque ragazza o ragazzo violentato da un parente che rispetto a lui o a lei sono stata davvero fortunata, lo avrei già fatto. Ma tutto ciò che potevo fare era scrivere un libro e raccontare una singola storia. Sfortunatamente non c’è modo di ricominciare daccapo, e dopo essersi salvati la sfida più grande rimane vivere con la consapevolezza della vita che ti hanno sottratto. (…) Alla luce di un’elezione presidenziale in cui l’esperienza delle donne è stata considerata irrilevante, se non addirittura falsa, da milioni di americani, uomini e donne, è stato difficile scrivere questa prefazione con animo lieto. Forse è proprio l’emergere di un numero sempre maggiore di episodi di stupro e aggressione sessuale a rappresentare il nostro più grande progresso. È ovvio che questo progresso sia insufficiente e tardivo, e che vi siano ancora troppi casi…..
continua sul quotidiano Repubblica di oggi 14 gennaio 2018

2 pensieri su “Tratto dalla prefazione a “Lucky” di Alice Sebold

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