Da Repubblica-Robinson una bella intervista a Philip Roth di Charles McGrath

Io, Philip Roth sedotto dal Boss

È il più grande scrittore vivente (a riposo, per scelta) e il Nobel, per ora, gliel’ha soffiato un certo Dylan. Ma lui non si dà pace di ben altro: “Com’è possibile che ho apprezzato l’autobiografia di Springsteen?”. Trump, Weinstein, Lucrezio e la Wolf: ecco a voi l’ultimo lamento di Portnoy
Intervista di Charles McGrath
Dalla morte di Richard Wilbur a ottobre, Philip Roth è il decano del dipartimento di letteratura dell’American Academy of Arts and Letters, la gloriosa Hall of Fame di Audubon Terrace a Manhattan, il tempio dell’arte, come Cooperstown lo è del baseball. Roth ne è membro da tempi remoti, tanto che ricorda l’ingresso di personaggi ormai dimenticati come Malcolm Cowley e Glenway Wescott — luminari canuti di un’altra epoca. Da pochissimo Roth rientra assieme a William Faulkner, Henry James e Jack London nella ristretta rosa di autori americani inseriti nella collana di classici della francese “ Bibliothèque de la Pleiade” e anche Mondadori sta pubblicando la sua opera nella collana “ Meridiani”. Si mostra sia fiero che divertito da tutti questi riconoscimenti, compreso il premio spagnolo “ Principe delle Asturie” ottenuto nel 2012 e la nomina a comandante della francese Légion d’honneur nel 2013. « Guardi qui » , mi ha detto mostrandomi la preziosa e voluminosa edizione Mondadori che racchiude titoli come Lamento di Portnoy e Zuckerman satenato.
« Chi legge libri del genere? » .
Nel 2012, ormai prossimo agli ottanta, Roth fece scalpore annunciando di essersi ritirato dall’attività ( in effetti aveva smesso di scrivere già da due anni). Da allora si è impegnato a fare chiarezza. Ha scritto una lunga lettera di fuoco a Wikipedia, per esempio, contestando l’assurda tesi dell’enciclopedia online secondo cui non sarebbe stato fonte attendibile riguardo alla sua stessa opera ( alla fine Wikipedia ha ceduto e rielaborato completamente la voce incriminata). Roth è inoltre in contatto costante con Blake Bailey, che ha nominato suo biografo ufficiale e che ha già accumulato mille e novecento pagine di appunti per un libro che sarà lungo la metà. Recentissimamente ha curato il decimo e ultimo volume della sua opera omnia edita da Library of America, un’antologia dal titolo Why Write? che contiene una serie di saggi letterari degli anni Sessanta e Settanta, il testo completo di
Chiacchere di bottega, la raccolta del 2001 di conversazioni e interviste con altri autori, molti europei, e una parte dedicata a saggi e discorsi di commiato, alcuni inediti. Non a caso il libro termina con la frase “ Eccomi qui”, ossia tra i volumi rilegati. In genere però oggi Roth conduce una vita tranquilla da pensionato nella Upper West Side ( la casa del Connecticut, in cui era solito isolarsi per scrivere, la usa ormai solo in estate). Frequenta gli amici, va ai concerti, controlla la posta elettronica, guarda vecchi film su FilmStruck. Non molto tempo fa è andato a trovarlo David Simon, ideatore di The Wire, che sta realizzando una mini- serie in sei puntate di Il complotto contro l’America e Roth si è detto in seguito sicuro che il suo romanzo sia in buone mani. Lo scrittore è in buona forma fisica, nonostante i numerosi interventi chirurgici subìti per frequenti problemi alla schiena e ha l’aria allegra e soddisfatta. È meditativo, ma sa essere molto divertente quando vuole.
Negli anni ho intervistato Roth varie volte e il mese scorso gli ho chiesto se potesse esserci un’altra occasione. Come molti dei suoi lettori mi chiedevo cosa pensasse l’autore di Pastorale Americana, Ho sposato un comunistae Il complotto contro l’America dello strano periodo che stiamo vivendo. Inoltre ero curioso di sapere come passasse le giornate. Sudoku? Televisione? Mi ha concesso l’intervista a patto che fosse via mail. Gli serviva un po’ di tempo, ha detto, per riflettere su cosa dire.
Tra pochi mesi compirà ottantacinque anni. Si sente ormai un anziano? Come è stato invecchiare?
«Eh sì, questione di pochi mesi e lascerò la senilità per entrare nella senilità profonda — addentrandomi ogni giorno di più nella terribile Valle dell’ombra. Ora come ora mi sorprende ritrovarmi qui alla fine di ogni giornata, andare a letto la sera e pensare sorridendo: “ Ho vissuto un altro giorno”. E mi sorprende di nuovo svegliarmi otto ore più tardi e vedere che è la mattina dopo e che sono ancora qui. “Sono sopravvissuto a un’altra notte”, mi dico, e al pensiero sorrido ancora. Mi corico col sorriso e mi sveglio col sorriso. Sono felicissimo di essere ancora vivo. Inoltre il ripetersi di tutto questo, settimana dopo settimana e mese dopo mese, da quando sono andato in pensione, ti dà l’illusione che non finisca mai, anche se so ovviamente che può finire in un attimo. È un po’ come giocare d’azzardo, ogni giorno, puntando molto, un gioco a cui per ora, anche contro ogni probabilità, continuo a vincere. Vedremo fino a quando reggerà la mia fortuna».
Da romanziere in pensione le manca la scrittura, ha mai ripensamenti?
« No, niente affatto. Perché la situazione che mi ha portato a smettere di scrivere narrativa sette anni fa non è cambiata. Come dico in Why Write?, nel 2010 mi è venuto il forte sospetto di aver ormai prodotto le mie opere migliori, e che qualunque altra cosa avessi scritto non sarebbe stata altrettanto buona. Non mi sentivo più in possesso del vigore intellettuale, dell’energia verbale e della forma fisica necessarie per sferrare e portare a compimento un attacco creativo su larga scala a una struttura complessa ed esigente come quella del romanzo. Ogni talento ha i suoi termini contrattuali — una propria natura e portata e forza, e anche una fine, una durata, un decorso. Non tutti possono essere fecondi per sempre».
Che ricordo ha dei suoi oltre cinquant’anni di vita da scrittore?
«Euforia e cruccio. Frustrazione e libertà. Estro e incertezza. Abbondanza e vuoto. Brillare e cavarsela alla meno peggio. Il repertorio quotidiano di contrasti variabili che ogni talento affronta — e anche terribile solitudine. E il silenzio: cinquant’anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, a racimolare quando andava bene la mia razione minima giornaliera di prosa utile».
In “ Why Write?” è contenuto il suo famoso saggio “ Writing American Fiction”, in cui sostiene che la realtà americana è folle al punto da superare quasi la fantasia dello scrittore. Era il 1960. E oggi? Si è mai aspettato un’America come quella in cui viviamo?
«Nessuno che io sappia si è mai aspettato un’America così. Nessuno (eccetto forse il sarcastico H. L. Mencken, che ha dato la famosa definizione della democrazia americana come “adorazione degli sciacalli da parte dei somari”) avrebbe potuto immaginare che la catastrofe del Ventunesimo secolo che doveva abbattersi sugli Usa, il più degradante dei disastri, non si sarebbe manifestata nei panni terribili di un Grande Fratello orwelliano, ma del personaggio ridicolo e sinistro del buffone strafottente della commedia dell’arte. Quanto sono stato ingenuo nel 1960 a pensare che l’epoca in cui vivevo da americano fosse assurda! Che idea amena! Ma cosa potevo saperne nel 1960 del 1963 o del 1968, del 1974 o del 2001 o del 2016?».
Il suo romanzo del 2004, “ Il complotto contro l’America”, sembra oggi un’infausta premonizione. Quando uscì alcuni lo interpretarono come una critica all’amministrazione Bush, ma allora non esistevano neppure lontanamente tutti i parallelismi di oggi.
«Per quanto Il complotto contro l’America possa sembrarle premonitore, esiste senza dubbio una singola enorme differenza tra la situazione politica degli Usa del 1940, frutto della mia fantasia, e la disgrazia politica che oggi tanto ci sgomenta. È la differenza di statura tra il presidente Lindbergh e il presidente Trump. Charles Lindbergh, nella realtà come nel mio romanzo, sarà anche stato un vero razzista antisemita suprematista bianco simpatizzante del fascismo, ma — grazie alla straordinaria impresa della trasvolata atlantica in solitario all’età di venticinque anni — era anche un vero eroe americano tredici anni prima che io nel romanzo gli faccia conquistare la presidenza. Nella storia Lindbergh è il giovane pilota coraggioso che nel 1927 per la prima volta attraversò l’Atlantico, da Long Island a Parigi in trentatré ore e mezza, su un monoplano monoposto e monomotore, diventando una sorta di Leif Ericson del Ventesimo secolo, un Magellano aeronautico, uno dei primi fulgidi esempi dell’era dell’aviazione. Trump, a confronto, è un gigantesco impostore, la somma maligna dei suoi difetti, carente in tutto, a parte la vuota ideologia del megalomane».
Il desiderio sessuale maschile — più spesso il desiderio frustrato — nelle sue numerose manifestazioni rientra tra le tematiche ricorrenti della sua opera. Cosa pensa della realtà di oggi in cui tante donne si fanno avanti a denunciare uomini molto in vista per molestie e abusi sessuali?
« Come lei osserva giustamente, non sono estraneo, da romanziere, alle furie erotiche. Gli uomini inghiottiti dal desiderio sessuale sono uno degli aspetti dell’esistenza maschile di cui ho scritto in alcuni miei libri. Uomini sensibili all’insistente richiamo del piacere sessuale, preda di desideri vergognosi e della irriducibilità della libidine ossessiva, sedotti persino dal richiamo del proibito — per decenni ho immaginato una piccola cerchia di uomini inquieti, posseduti da forze incendiarie al punto da dovervi venire a patti. Ho tentato di essere intransigente nel ritrarre ciascuno di questi uomini per come è, per come si comporta, eccitato, stimolato, famelico in preda alla passione della carne, confrontato con tutta la serie dei dilemmi psicologici ed etici posti dalle esigenze del desiderio. In queste storie non ho risparmiato la cruda realtà dei fatti, il perché, il come e il quando uomini turgidi agiscono come agiscono, anche quando non sono in sintonia con l’immagine che una campagna maschile di pubbliche relazioni — se esistesse — forse preferirebbe. Sono entrato non solo nella mente maschile, ma nella realtà di quelle pressanti pulsioni che, persistendo ostinate, sono in grado di mettere a rischio la razionalità del singolo, intense al punto da poter essere persino vissute come una forma di follia. Quindi nessuno dei comportamenti più estremi di cui ho letto recentemente sui giornali mi ha meravigliato».
Prima di cessare l’attività lei dedicava moltissimo tempo al lavoro, da quando non scrive più come passa le giornate?
« Stranamente, o forse non così stranamente, ora leggo pochissima narrativa. Ho trascorso l’intera mia vita lavorativa a leggere narrativa, insegnare narrativa, studiare narrativa e scrivere narrativa. Fino a sette anni fa ho pensato a questo e poco altro. Da allora trascorro una buona parte di ogni giornata a leggere storia, soprattutto storia americana, ma anche storia europea moderna. La lettura ha sostituito la scrittura e rappresenta la parte predominante, lo stimolo, della mia attività intellettuale».
Cosa legge?
« Ultimamente ho divagato, leggendo una raccolta eterogenea di libri. Ne ho letti tre di Ta-Nehisi Coates, il più efficace sotto il profilo letterario, The Beautiful Struggle, il memoriale del confronto adolescenziale con il padre. Leggendo Coates sono venuto a conoscenza dell’antologia di Nell Irvin Painter dal titolo provocatorio
The History of White People.
Painter mi ha riportato alla storia americana, a American Slavery, American Freedom di Edmund Morgan, la grande storia accademica del “ connubio tra schiavitù e libertà”, come Morgan lo definisce, esistente in Virginia alle origini. Da Morgan sono arrivato per vie traverse ai saggi di Teju Cole, ma non prima di compiere una grande deviazione leggendo Il manoscritto di Stephen Greenblatt, sulle circostanze del ritrovamento nel quindicesimo secolo del manoscritto del sovversivo De rerum natura di Lucrezio, per poi affrontare alcune parti del lungo poema di Lucrezio, scritto nel primo secolo a. C., nella versione in prosa di A.E. Stallings. Da lì sono passato a Will in the World, il saggio di Greenblatt su “come Shakespeare è diventato Shakespeare”. Come nel bel mezzo di tutto questo io sia arrivato a leggere ed apprezzare l’autobiografia di Bruce Springsteen, Born to Run, non so spiegarlo altrimenti se non dicendo che parte del diletto che provo nell’avere tanto tempo a disposizione per leggere qualunque cosa mi capiti è fonte di sorprese non premeditate. Mi vengono recapitate regolarmente per posta copie di libri in anteprima, ed è così che ho scoperto Pogrom: Kishinev and the Tilt of History di Steven Zipperstein. L’autore individua il momento in cui all’inizio del ventesimo secolo la difficile situazione degli ebrei in Europa divenne fatale, tanto da presagire la fine di tutto.
Pogrom mi ha portato a scoprire un saggio recente di storia interpretativa, The Jewish Century di Yuri Slezkine che sostiene che “L’età moderna è l’età ebraica e il ventesimo secolo in particolare è il secolo ebraico”. Ho lettoImpressioni personali di Isaiah Berlin, i ritratti dei protagonisti del ventesimo secolo che aveva conosciuto o osservato. Contiene un cameo di Virginia Woolf in tutta la sua spaventosa genialità, e pagine particolarmente avvincenti sul suo primo incontro nella Leningrado pesantemente bombardata del 1945 con la straordinaria poetessa russa Anna Akhmatova, allora cinquantenne, isolata, sola, odiata e perseguitata dal regime sovietico. Scrive Berlin: “Leningrado nel dopoguerra non era per lei che un vasto cimitero, la tomba dei suoi amici… Il racconto della completa tragedia della sua vita superava tutto ciò che mi avessero mai descritto a parole”. Parlarono fino alle tre o alle quattro del mattino. È commovente quanto una scena di Tolstoj. Non più tardi della setttimana scorsa ho letto i libri di due miei amici, la piccola, sapiente biografia di James Joyce di Edna O’Brien e Confessions of an Old Jewish Painter, una stimolante, eccentrica autobiografia ad opera di uno dei miei più cari amici defunti, il grande artista americano R. B. Kitaj. Molti miei cari amici sono morti. Parecchi erano romanzieri. Non trovo più i loro nuovi libri nella posta e ne sento la mancanza».
Nell’intervista rilasciata a Dario Olivero, il 2 dicembre scorso, lo scrittore rispondeva a una domanda sul futuro della narrativa:
«In questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine.
Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello schermo. Prima lo schermo cinematografico, poi lo schermo televisivo, e ora lo schermo più invasivo di tutti, lo schermo elettronico in tutte le sue allettanti incarnazioni…
gli scrittori continueranno a scrivere, ma il pubblico diminuirà sempre più, fino a quando un bel giorno la setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago»

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