dal F.Q., Caso Giulio Regeni :”Perché Pignatone fa l’avvocato di al-Sisi?” di Guido Rampoldi

In una irrituale lettera a due giornali amici, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha rivendicato la linearità dei comportamenti del suo ufficio nell’affiancare gli inquirenti egiziani che indagano, o dovrebbero indagare, sull’assassinio di Giulio Regeni. La collaborazione con il Cairo, scrive in sostanza Pignatone, per quanto sia complicata e tortuosa ci ha messo nelle condizioni di sventare depistaggi, scoprire informatori che avevano segnalato il ricercatore agli apparati di sicurezza, e (ma questo non è detto esplicitamente) identificare poliziotti egiziani coinvolti a vario titolo nel delitto.

PERCHÉ NESSUNO di questi ultimi è stato incriminato? Come per rispondere a questa obiezione Pignatone fa presente che la cooperazione tra le due magistrature ha i suoi tempi e “qualunque fuga in avanti da parte nostra si trasformerebbe in un boomerang in grado di vanificare quanto fin qui con fatica costruito”. Infine il procuratore difende le indagini condotte a Cambridge e accompagnate da gran fracasso mediatico, in quanto avrebbero offerto materiale “utile alle indagini”. Anche se quest’ultima formula pare troppo vaga per non essere furba, la ricostruzione del procuratore nel complesso rispecchia dati di fatto. Il problema è che contiene solo una parte della verità, e non potendo dire la parte mancante Pigantone avrebbe fatto meglio a tacere, essendo una verità a metà di fatto una menzogna.

Per cominciare ciò che rende del tutto anomala la collaborazione tra le due magistrature non è la differenza tra i due ordinamenti, tantomeno la “mentalità araba” chiamata in causa da Pignatone, quanto il paradosso italiano per il quale Roma chiede all’assassino chi sia l’assassino. Ragione per la quale in testa al fascicolo della procura andrebbe scritto a chiare lettere: questa indagine non condurrà mai alla verità. Il Cairo non ci dirà mai come è morto Regeni, chi l’ha materialmente torturato, chi ha dato l’ordine di sopprimerlo, e per- ché. Potremo al più individuare figure di contorno, quelle che peraltro già conosciamo, essenzialmente per merito degli investigatori italiani, carabinieri del Ros e poliziotti del Servizio centrale operativo. Ma appena le indagini arrivassero sulla soglia della camera di tortura, o più esattamente al sistema della tortura e degli omicidi extragiudiziali col quale il regime governa, le informazioni offerte dal Cairo diventerebbero scarse e lacunose: come peraltro è già successo. Se infatti in questa storia c’è una cosa ovvia è che il vertice egiziano sa tutto sulla morte di Regeni dal primo minuto, ma nasconde e mistifica. Questo rende semplicemente farsesca la determinazione a trovare la verità che al-Sisi ripete a italiani compiacenti, politici o ministri.

Di questa indecorosa commedia fa parte anche il Procuratore generale Nabil Sadek, che Pignatone ringrazia pubblicamente nella sua lettera benchè il personaggio sia un magistrato sui generis, e forse neppure un magistrato. Insediato da al-Sisi dopo il golpe in quanto fidatissimo, Sadek garantisce quantomeno col suo silenzio il sistema che ha inghiottito Regeni. Il rapporto di Human Right Watch del 5 settembre scorso de- scrive quel sistema come una gigantesca “catena di montaggio”: “La polizia e gli ufficiali della sicurezza nazionale torturano regolarmente detenuti politici con metodi che includono pestaggi, scosse elettriche, posizioni dolorose e talvolta stupri”; i dissidenti spariscono nel nulla; e le procure, che Sadek ispira, perseguono non queste sistematiche violazioni ma i magistrati e gli avvocati che le denunciano.

IL RAPPORTO di Human Right Watch ammonisce Sadek che questi comportamenti sono configurabili come “crimini contro l’umanità”. Non risulta che il procuratore generale si sia convinto a pentirsi. Il suo predecessore fu fatto saltare in aria nel 2015 da un gruppo di ragazzi alle prime armi, tutti in seguito arrestati, torturati, condannati a morte e ora in attesa di esecuzione. ‘Terroristi’, concorderebbero magistrati egiziani e italiani. Ma eliminarono lo strumento mortale di un regime golpista con un’azione di resistenza armata che l’etica liberale e i principi degli stati di diritto occidentali tendono a considerare legittima. Non immagino quale sia in merito l’opinione di Pignatone ma il procuratore converrà che le speranze di conoscere l’intera verità sulla morte di Giulio Regeni non dipendono dalla buona volontà di al Sisi e della sua banda, incluso l’esimio procuratore generale, semmai dalla possibilità che costoro spariscano presto della scena, e un regime di transizione autorizzi finalmente a indagarne le malefatte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...