Repubblica-ROBINSON “Devo tutto ai fumetti se oggi sono Pennac” Intervista di Anais Ginori a Daniel Pennac

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Daniel Pennac apre il portone della casa nascosta in un angolo di Belleville che sembra piena campagna. Sul tavolo del salotto è posata una raccolta delle opere di Hans Christian Andersen dalla quale ha scelto una breve favola — Bavardages d’enfants, chiacchiere tra bambini — da proporre durante la “Notte della Lettura”. La ministra della Cultura, Françoise Nyssen, ha chiamato Pennac per fare da padrino della kermesse culturale. Si conoscono da tempo. Nyssen è editrice, fondatrice insieme al marito di Actes Sud. «Una persona perbene», dice Pennac che, da insegnante, apprezza anche le riforme varate dal nuovo ministro dell’Istruzione. Se su Macron il giudizio è sospeso, il romanziere che ha insegnato per trent’anni apprezza alcune riforme del governo sulla scuola, come bandire i cellulari dalle classi. Siamo venuti per parlare del fumetto Un amore esemplare, ma è Pennac che comincia a fare le domande. Sprofondato in una poltrona di pelle, offre un caffè mentre si versa dal thermos un po’ di tè, in un salotto tappezzato di libri e ricordi. «Come vanno i giornali in Italia?», chiede il romanziere, la cui moglie è stata giornalista. «Immagino abbiate parlato del dibattito che c’è stato in Francia ».
Allude al testo pubblicato da “Le Monde” e firmato da Catherine Deneuve per “la libertà di importunare”?
«È stata mia figlia Alice a leggermelo. Ne abbiamo discusso a lungo, arrivando alla stessa conclusione. È un testo elitario. Se sostituisci la parola “ sesso” con “soldi” diventa molto più chiaro. È come se queste donne volessero dire alle altre: “Fate come noi, siate ricche!”».
Avrebbe voglia di intervenire? Si sentono poche voci maschili…
«Il problema è concettualizzare l’uomo. Chi sono gli uomini di cui stiamo parlando? Sono anche mariti, fratelli, figli? È difficile generalizzare. L’altra difficoltà è provare a dire cose intelligenti in un’epoca che predilige il pensiero binario».
Ci racconti di Jean e Germaine, i protagonisti del fumetto firmato con Florence Cestac. Quando li ha conosciuti?
« Da bambino passavo le estati nell’entroterra di Nizza. I nostri vicini erano una coppia che la borghesia locale guardava con sospetto. Germaine e Jean Bozignac. Avevano più o meno l’età che ho io adesso. Nelle partite di bridge o nei pomeriggi a giocare a bocce, gli adulti avevano sempre qualche maldicenza da scambiarsi su Jean e Germaine. E più ne sentivo parlar male, e più ne ero attratto».
Qual era lo scandalo?
« Jean e Germaine erano stati ripudiati dalle loro rispettive famiglie che non approvavano la loro unione. Lei era un’umile sartina, lui il figlio di una dinastia industriale. Tra loro era stato amore a prima vista. E nonostante gli ostacoli avevano preso una piccola casa davanti a Saint-Paul-de-Vence dove vivevano soli, senza fare niente. Non lavoravano, niente figli. Erano sempre in vacanza».
E il bambino Pennac da cosa era affascinato?
« Il loro amore era straordinariamente improduttivo. Sentivo che, nella loro semplicità, rompevano i codici sociali. Germaine diceva: “ In amore il lavoro è una separazione”. E sul fatto di non avere figli: “ In amore, nessun intermediario”. Per ventidue anni ho passato l’estate insieme a loro».
Era una coppia di bibliofili.
«La loro piccola casa era ricoperta di libri sin dentro la cucina. Avevano una collezione di edizioni originali, alcune rarissime, che non venivano quasi mai toccate. Se dovevamo leggere insieme un libro mi mandavano in cantina a prendere gli stessi titoli ma in edizione tascabile».
È attraverso di loro che ha imparato il gusto per la lettura?
«Per la lettura a voce alta sicuramente. Nel fumetto racconto di quando Jean legge a Germaine un passaggio di Viaggio al termine della notte mentre lei sta facendo il bagno. È una scena che ho visto davvero».
Perché trasformare la loro storia in un fumetto e non in un romanzo?
«Jean e Germaine sono apparsi brevemente nei Malaussène, erano i genitori adottivi dell’ispettore Pastor ne La fata carabina. Credevo che meritassero qualcosa di meglio di un romanzo. Ho pensato a un film ma non ne sarei capace. Il fumetto è a metà tra il romanzo e il cinema, si fa in due e non con una troupe di centocinquanta persone».
E ha subito pensato alla disegnatrice Florence Cestac?
«Con Florence siamo amici da tempo».
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Pennac si alza dalla poltrona, va a prendere una scatola di camembert in cui l’etichetta è un ritratto dello scrittore paffuto e con il nasone. Mostra una bottiglia di vino, sempre con l’effigie del suo volto. «Buffi no? Sono regali di Florence ».
Avete l’abitudine di pranzare regolarmente nello stesso ristorante, come raccontate all’inizio del libro?
«Peccato che quel ristorantino ora abbia chiuso… Comunque sì, ed è durante uno dei nostri pranzi che abbiamo parlato di Jean e Germaine. Florence era scettica all’inizio. Sosteneva di non essere interessata alle storie d’amore. Ma questa non è una storia qualsiasi».
Un amore esemplare: perché?
«Sono due persone che si bastano. Non hanno bisogno di nient’altro, né del successo professionale, né del riconoscimento sociale. È una forma di amore assoluto e trasgressivo nella nostra società di consumo. Quando sono morti mi hanno lasciato in eredità la loro macchina, una Dauphine rossa. Aveva fatto solo tremila chilometri. Era anche un amore sedentario».
Perché sta sorridendo?
«Ancora oggi, se penso a loro, mi commuovo. Hanno vissuto così per quarantaquattro anni. Sulle loro tombe non è scritta la data di nascita, ma quella in cui si sono incontrati: sono nati in quel momento. Riesce a immaginare qualcosa di più bello?».
È successo anche a lei?
«Jean e Germaine sono un modello che mi ha perseguitato per tutta la mia gioventù. Per colpa loro mi sono lasciato con alcune fidanzate. Obiettivamente è un modello abbastanza irripetibile».
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Come ha lavorato con la disegnatrice?
« Abbiamo deciso di procedere insieme, pagina dopo pagina. Raccontavo a voce alta, lei disegnava ».
Jean e Germaine assomigliano ai disegni di Cestac?
« Per una volta, Florence ha fatto un’eccezione. Anziché disegnare Jean con il solito nasone a patata dei suoi personaggi, ha ripreso il profilo più aquilino, con il monocolo penzolante, la pipa. E Germaine invece è piccola e riccioluta. Li ho visti resuscitati. Florence non cerca le somiglianze ma raffigura le persone per come sono nella vita».
È difficile raccontare in vignette?
«Il fumetto è l’arte dell’ellissi. Venti pagine di un romanzo possono essere concentrate in una tavola. In compenso, c’è una certa rigidità grafica».
Negli anni Novanta ha lavorato con un altro grande disegnatore, Jacques Tardi.
« Mia moglie era stata licenziata dalla redazione di Marie- Claire. Durante la causa, abbiamo frequentato il tribunale del lavoro. Pensavo di fare un saggio di denuncia contro la brutalità economica e sociale, ma rischiavo di essere letto da pochi intellettuali. Mi è venuto in mente il fumetto e Tardi».
Il risultato è stato un noir sociale, “La Débauche”, gioco di parole tra licenziare ed essere dissoluti.
«Tardi è uno dei più grandi disegnatori francesi, ha uno stile inaudito. Con lo stesso tratto riesce a fare un orizzonte e un primo piano. È il contrario di Florence: ha senso della prospettiva e della somiglianza».
Legge molti fumetti?
«Amo i grandi classici, come Hugo Pratt, Hergé. Sono pronto a sfidare chiunque in “Tintinologia”, conosco alcune battute a memoria. Ho alcuni libri di culto. Conosce Little Nemo? (Pennac si alza e va a prendere un libro enorme, l’edizione originale della favola pubblicata all’inizio del Novecento da Winsor McCay, ndr). Per me è uno dei più bei fumetti di tutti i tempi, insieme al Libro dei Sogni di Federico Fellini, che è qui aperto in bella vista nel mio salone».
Ha mai avuto voglia di disegnare?
«Aspetti, le faccio vedere un’altra cosa».
Lo scrittore si alza di nuovo, sale le scale e torna con una serie di cartoline. Piccoli disegni fatti a china. Sono variazioni intorno alla penna stilografica: mentre dorme, respira, si anima come un corpo davanti a un foglio. «Li ho fatti durante un periodo in cui non riuscivo più a scrivere » . Pennac ci saluta, non prima di aver preso, nella sua casa che sembra uno scrigno di tesori, un altro piccolo libro, un pop-up con i disegni di Gérard Lo Monaco, nel quale sono raccolti I dieci diritti del lettore. Il decalogo comincia così:
“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare, il verbo sognare…”.
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