Da Repubblica, tema Molestie “Tutti contro Woody i dubbi di Amazon e una carriera in bilico” di ANNA LOMBARDI

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INVIATA A NEW YORK
Il sole ha smesso di splendere sulla carriera di Woody Allen. E quasi certamente non splenderà nemmeno sul suo ultimo film, quel A Rainy Day in New York, un giorno di pioggia a New York, che Amazon avrebbe dovuto distribuire quest’anno dopo averlo prodotto e che invece sembra intenzionata a far sparire. È passato un quarto di secolo dallo scandalo della sua relazione con Soon Yi Previn, la figlia adottiva dell’allora compagna Mia Farrow, 36 anni più giovane, che poi Woody Allen ha sposato. E ne sono passati altrettanti dalla denuncia di un’altra figlia adottiva dell’attrice, quella Dylan che da decenni racconta di essere stata fisicamente molestata dal patrigno mentre a sette anni giocava con un trenino. Ma c’è voluto il clamore del caso Weinstein e la rinnovata attenzione alle parole delle donne che denunciano affinché Dylan tornasse a parlare: « Perché mio padre fu risparmiato? » .
Quelle molestie Woody Allen le ha sempre smentite: « Fantasie che le mise in testa Mia Farrow, furiosa per la mia relazione con Soon Yi già smontate della magistratura » . Ma nell’epoca del movimento # MeToo, nato dall’orrore di quei comportamenti di Weinstein portati alla luce anche grazie all’inchiesta del suo unico figlio naturale Ronan – da sempre dalla parte di madre e sorella – nessuno a Hollywood se la sente più di rischiare. « Qualcosa è cambiato » ammette al New York Times Letty Aronson, sorella del regista e sua storica produttrice. Le accuse non sono nuove: ma le reazioni delle star sì. Tanto da mettere potenzialmente la parola fine alla carriera dell’ormai ottantaduenne regista amatissimo dal pubblico europeo, molto più che da quello americano – privandolo di quella che negli anni è sempre la sua maggior forza: la capacità di scritturare i migliori nomi di Hollywood, dando ai suoi film cast sempre stellari. Hollywood si prepara insomma a riservare al regista lo stesso trattamento già usato verso Weinstein, verso James Toback, verso Kevin Spacey: l’ostracismo e la messa al bando. La prima a pentirsi pubblicamente della sua collaborazione col regista è stata Rebecca Hall: star di quelVicky Cristina Barcelona che valse a Penelope Cruz il primo Oscar ad un’attrice latina. La Hall ha girato una sola scena per il nuovissimo e sfortunato A Rainy Day in New York. E sul suo Instagram fa già mea culpa: « Sono pentita, non lo rifarei » scrive. Annunciando di aver donato il suo compenso alla campagna Time’s Up lanciata dalle attrici di Hollywood per istituire un fondo per la difesa legale delle lavoratrici che denunciano molestie. Un esempio subito seguito dalle altre star del film: Selena Gomez e Timothée Chalamet, fresco di nomina agli Oscar per il suo ruolo in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. E mentre Kate Winslet vede sfumare le sue chance di vittoria dell’Oscar per il suo ruolo nel recente La ruota delle meraviglie, Mira Sorvino, grande accusatrice di Weinstein, che pure ad Allen un Oscar glielo deve per il suo ruolo ne La dea dell’Amore,ha preso carta e penna per scrivere a Dylan Farrow: « Sono terribilmente spiacente di aver lavorato con lui » . La lista di chi lo rinnega è lunga: Greta Gerwig ed Ellen Page protagoniste di To Rome with Love, Chloe Sevigny ( Melinda e Melinda) e ultimo perfino Colin Firth, la star di Magic in the moonlight, che ha dichiarato: « Non lavorerò più con lui » . Unica voce fuori dal coro è rimasta l’attrice Cherry Jones, anche lei protagonista del film che forse non vedremo mai: « C’è chi è a proprio agio nell’avere certezze.
Io no. Non so la verità e quella da molti intrapresa è una strada scivolosa » . Neanche fosse una giornata di pioggia a New York.

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