Enrico Franceschini, per Repubblica, intervista John Le Carré: “ Smiley va in pensione. Non ci sono più le spie di una volta”

LONDRA.
A volte ritornano. « Ma questa è l’ultima » , promette John le Carré, esaminando la carta dei vini – ne ordina due bottiglie, che per la fortuna di questa intervista non finiremo – nel suo pub preferito di Hampstead, il quartiere londinese in cui abita quando non è nella fattoria affacciata al mare in Cornovaglia dove trascorre la maggior parte del tempo.
L’ultima volta, intende il grande scrittore inglese, che George Smiley, archetipo della spia britannica letteraria e anti- James Bond per eccellenza, appare in uno dei suoi libri. Ne è stato un personaggio ricorrente, da La spia che venne dal freddo, il thriller che lanciò le Carrè oltre mezzo secolo fa, a La talpa; e deve la sua popolarità, come lo 007 di Ian Fleming, anche ai film che sono stati tratti dalle sue imprese. Ora lo ritroviamo, anziano e in pensione, in Un passato da spia, nuovo romanzo dell’ottantaseienne maestro della spy- story ( in Italia lo pubblica Mondadori): prova definitiva della sua tesi secondo cui lo spionaggio non è un mondo in bianco e nero « in cui si affrontano i buoni, noi occidentali, e i cattivi, tutti gli altri » , bensì contiene perlomeno cinquanta sfumature di grigio. Nella vicenda in questione, i figli delle vittime sacrificate in La spia che venne dal freddo
fanno causa al servizio segreto. E così il servizio segreto ha bisogno di Smiley e dei suoi colleghi per difendersi dall’accusa di avere mandato a morire inutilmente un agente.
Perché ha sentito la necessità di scrivere ancora una volta di Smiley?
«Perché aveva una missione e oggi non ce l’ha più. Tutto quello per cui ha lottato sembra diventato futile nel giorno di oggi. Le spie dell’Occidente pensavano di avere vinto la guerra fredda salvando il pianeta dal comunismo, ma se guardiamo a cosa sono diventati la Russia, l’America, l’Europa, non è più così chiaro per che cosa abbiamo combattuto».
Il suo nuovo libro torna a esaminare l’operazione al centro del primo romanzo su Smiley, chiamando i protagonisti di allora a rispondere del cinismo con cui muovevano le loro pedine sullo scacchiere della guerra fredda. Eppure l’impressione è che lei tratti le vecchie spie, o meglio ex spie, con maggiore benevolenza degli agenti segreti odierni.
«La differenza è che Smiley e gli agenti della sua generazione credevano in qualcosa. I loro successori sono guidati soltanto dalla paura, dal desiderio di sopravvivenza».
I burocrati che interrogano l’ex braccio destro di Smiley risultano quasi comici nella loro stupidità.
«Non è semplice stupidità. È la distanza che corre fra uccidere un uomo con le proprie braccia e farlo uccidere da un drone».
Come è noto, lei stesso è stato a lungo una spia. Per questo cominciò a scrivere con lo pseudonimo di John le Carrè, invece di usare il suo vero nome, David Cornwell?
«Naturalmente. In verità non ero affatto sicuro che l’Mi6 (il servizio di spionaggio britannico, ndr) avrebbe autorizzato la pubblicazione dei miei primi romanzi, scritti mentre ero ancora una spia attiva. Ma si resero conto che non contenevano segreti di Stato e diedero via libera. Per precauzione li firmai con uno pseudonimo. E con il successo che hanno avuto è diventato inevitabile continuare a firmarli così».
C’è una parte di lei in Smiley?
«È indubbiamente il mio alter ego. Ma anche la mia croce. Mi è stata affibbiata dall’inizio l’etichetta della spia diventata scrittore. Avrei preferito essere considerato uno scrittore che per un po’ ha fatto la spia. Ma ormai non ha più importanza».
C’è un tema comune a tutti i suoi romanzi?
«La domanda in fondo è sempre la stessa: fino a dove possiamo spingerci nella difesa dei nostri valori di libertà e democrazia, senza rischiare di abbandonarli nel corso del cammino?».
La risposta che arriva da “Un passato da spia” non è confortante.
«Non può esserlo. Pensiamo alla guerra illegale in Iraq, alla tortura usata come mezzo di interrogatorio, alle bugie di Trump. L’Occidente si è smarrito, ha perso certezze, identità, ideologia».
A proposito di bugie, lei ha raccontato nelle sue memorie di essere cresciuto nella menzogna: è stata una buona scuola per fare la spia prima e lo scrittore di spy-story poi?
«La mia famiglia, più che alla classe media, apparteneva alla classe criminale. Mio padre era un truffatore, finito più volte in prigione per i suoi imbrogli.
Entrare nello spionaggio, per me, è stato anche cercare una stabilità familiare, un’istituzione paternalistica che a casa non avevo mai avuto».
Uno scrittore deve scrivere soltanto di ciò che conosce da vicino?
«Non pretendo che valga per tutti, ma per me sì. Se avessi fatto il marinaio, avrei scritto di avventure di mare. Ho fatto lo spia e ho scritto di spionaggio.
Ma è stato un mezzo per raccontare qualcosa che va oltre lo spionaggio. Se ci sia riuscito o meno, lascio deciderlo ai lettori».
I critici ritengono di sì, sostenendo che ha elevato la spy-story a letteratura.
«Confesso che ho smesso da tempo di leggere le recensioni dei miei libri. Comunque si diceva la stessa cosa anche di Graham Greene. Mi fa sentire in buona compagnia».
Tornando a “Un passato da spia”, il vero nemico di questa storia è la Brexit?
«In un certo senso sì. Smiley domanda al proprio amico e collega per cosa si sono battuti.
Per l’Inghilterra? Troppo piccola e poi quale Inghilterra. Per la corona, la monarchia?
Non scherziamo. Si sono battuti per un’idea d’Europa, per liberare quella dell’Est ed riunificarla con il resto del continente. Ora la Brexit sospinge il nostro Paese, come una nave, verso il mezzo dell’Atlantico. Un’isola che aspira all’isolamento. È questo che rende inutile la missione del mio protagonista » .
Gliene darà un’altra, per riscattarlo?
«Non è Smiley che ha bisogno di riscattarsi: è l’Inghilterra, l’Europa, l’Occidente. In ogni modo, questa è l’ultima volta che compare in un mio romanzo. È davvero troppo vecchio per andare avanti».
E lei si sente troppo vecchio o continuerà a scrivere?
«Sono sicuramente vecchio quanto Smiley, ma spero di avere ancora un altro romanzo dentro di me. Non voglio continuare a pubblicare all’infinito, intendo fermarmi prima che la qualità declini.
Conto su una cerchia di persone che mi direbbero: fai meglio a smettere. Ma non smetterei comunque di scrivere. È l’unica cosa che so fare. Non posso vivere senza».
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