“Per combattere la corruzione italiana la battaglia da fare è prima di tutto culturale” Sergio Rizzo recensisce Pane sporco

Il libro

Pane sporco di Vittorio V. Alberti Rizzoli pagg. 222 euro 17

 da Repubblica
Simile alle manifestazioni più pericolose di criminalità, in molti casi anche la corruzione si è organizzata, coinvolgendo cerchie ampie e coese di corrotti, corruttori, complici e conniventi», dice Don Luigi Ciotti. «E a farne le spese sono i principi stessi su cui si regge una democrazia. Non può esservi uguaglianza nel diritto dei cittadini di accedere ai servizi sociali essenziali quando la pratica della corruzione trasforma l’amministrazione pubblica nel regno dell’arbitrio e del privilegio». Sono frasi tratte dalla postfazione a un libro che esce domani in libreria per Rizzoli.
Si intitola Pane sporco: le due parole che Francesco ha usato l’8 novembre del 2013 a Santa Marta in una durissima requisitoria contro la corruzione che ha aperto l’offensiva della Chiesa contro quella che lo stesso Papa ha definito “un male più grande del peccato”, come ricorda nella prefazione il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.
Di questa offensiva le 231 pagine di Pane sporco sono una specie di manifesto, la cui stesura è stata affidata al filosofo Vittorio Alberti, coordinatore della consulta internazionale sulla giustizia.
Che affonda subito i colpi: «In Italia la corruzione è di sistema. La Repubblica, la società, come sono organizzate, determinano la corruzione che, anche nel suo legame con le mafie, non corrompe solo i suoi protagonisti, ma le relazioni generali. I corrotti sono l’effetto della causa che è, al nocciolo, nel funzionamento del nostro Paese». E a leggere queste pagine ispirate dalla denuncia di Francesco torna alla mente quel titolo dell’inchiesta di Manlio Cancogni sull’Espresso che scosse l’Italia nel 1955: “Capitale corrotta, nazione infetta”. Scrive Alberti: «La capitale d’Italia è pervasa dalla corruzione. Roma ne è ormai un prototipo anche culturale.
Approssimazione, incoerenza fra parola data e fatto conseguente, prepotente ignoranza, maleducazione, esasperazione, volgarità del linguaggio, ottusa chiusura, sciatteria, superficialità ciarliera, pregiudizi, viltà e disonestà sono i tentacoli che strangolano la città dei Fori, dell’umanesimo, del barocco.
Il primo problema? La deresponsabilizzazione che non permette di individuare chi sia l’autore di un processo». Il dito è puntato anche verso l’indifferenza del mondo della cultura: «È grave che sulla corruzione non vi sia un qualificato dibattito tra intellettuali in grado di educare, di fare da modello». Ma le responsabilità più pesanti sono della politica, ed è inevitabile il riferimento all’articolo 49 della Costituzione e alla situazione cui assistiamo settant’anni dopo, così com’e descritta in Pane sporco: «Oggi siamo fermi al dopo Berlino (la caduta del Muro,ndr) e al dopo Tangentopoli. L’adesione a un partito ha il respiro corto perché è agganciata a interessi percepiti come privati, non generali. Non è corruzione, questa? Che modello si è offerto ai giovani nati dopo Berlino? Una politica logorroica, ignorante, incapace, fatta di polli di batteria senza educazione, valore e idee, funzionali a capi anch’essi senza molto valore, ma proprio per questo attenti a non farsi ombra. Oggi i partiti e i movimenti politici hanno potere, ma che credibilità hanno?
Nessuna. Poiché riflettono un personale impreparato e arrogante, privilegiato e non di rado corrotto, nel senso più ampio del termine. I partiti restano validi strumenti della democrazia, ma occorre invertire il processo in base al quale l’ascesa è riservata a cortigiani inetti, tanto più utili e innocui se non hanno formazione, decoro e onore». Arrivando alla conclusione che «il problema è prima di tutto culturale» e per combattere la corruzione servirebbe “un’onda culturale” in grado di contrastare anche il cedimento dei valori estetici, oltre che di quelli etici. Argomenta Alberti: «La cultura contro la corruzione richiede tempi lunghi, ma senza una prospettiva ampia non c’è progetto, né futuro, né senso».

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