Stefano Massimi piange la scomparsa di “zio Ingvar”-Mister Ikea: ADDIO AL FARO DELLA MIA VITA

Stefano Massini, 42 anni, è l’autore di teatro italiano più rappresentato al mondo. Ha scritto per Mondadori i romanzi “Qualcosa sui Lehman” e “L’interpretatore dei sogni”

Mi scusi una domanda: con quante viti si assemblano le nuvole?». Pare sia stato questo, poche ore fa, l’esordio di Ingvar Kamprad in un Walhalla di infinite scaffalature. Dopodiché, impartite agli angeli varie dritte sulla cerniera delle ali, il novantunenne fondatore di Ikea si è dileguato ai piani alti, dove era atteso da anni per assemblare a San Pietro la scrivania Skarsta. Nel frattempo, sul pianeta Terra, non siamo in pochi a sentirci spaesati, come capita al decesso di un vecchio zio vichingo di terzo o quarto grado, al quale nonostante la distanza scopri comunque d’essere legato.
E sei perfino disposto a perdonargli certe piccole fissazioni che ne rendevano inconfondibile il tratto, come le stoffe color dentifricio, i peluche a forma di squalo, le lanterne natalizie a Ferragosto, e soprattutto quella tirannide olfattiva di zenzero, cannella e salmone marinato. Il punto è: chi piangiamo oggi? Un mobiliere? Per favore, non scherziamo. Come Alessandro Magno con le sue lance seppe unire il mondo antico, così mister Ikea con le sue brugole si è esteso dalle tundre alla savana, e non è lecito non commuoversi all’idea di quante librerie Billy figurino in questo istante, identiche, nelle più disparate dimore, dal grattacielo di New York al monolocale di New Delhi, dall’attico di Singapore alla chiatta sul Tevere, fino addirittura — ci piace pensare — all’igloo sulla banchisa e alla capanna dei Masai.
E come sempre accade, ogni impero porta con sé una visione del mondo. Così è per me, lo confesso: con il buon zio Ingvar perdo un maestro di vita, un faro luminoso risplendente dal mar Baltico, per cui mi accingo ad appenderne il ritratto accanto a quello di Soren Kierkegaard. Certo, la sua dottrina etica non è affidata a un volume, ma si trova dispersa in centinaia di istruzioni al montaggio. È lì il suo scandinavo Vangelo. Vi è narrata la buona novella che non esiste al mondo complessità, e che ogni cosa può essere per noi elementare, a patto che la si affronti attenendosi alla morale Ikea. Essa ti insegna che nella vita il futuro si conquista risolvendo il presente. E dunque devi prima concludere la struttura A per procedere con l’accessorio B, senza scorciatoie arbitrarie, senza impazienza, altrimenti è catastrofe: come la più spietata metafora esistenziale, la poltrona Poäng ti si sfascerà sotto il sedere non appena vi porrai le terga.
C’è poi — nel credo di noi adepti al guru Kamprad — una celebrazione del ruolo essenziale della scelta: il montaggio di ogni mobile Ikea comporta in genere l’esperienza traumatica di un bivio, dove ti vengono presentati due elementi simili eppure sottilmente diversi, con l’avvertenza che fra i due dovrai procedere solo e soltanto con quello indicato. È una prova iniziatica, messa lì apposta per forgiarti l’anima: vi sopravvive chi resta padrone dei sensi, mentre stuoli di intemperanti si inerpicano sul sentiero sbagliato (ed è un errore irreversibile, perché il letto Släkt o la cassettiera Kullen si vendicano con l’ira di Thor su chiunque deroga).
Come scordare poi quella lezione sul reciproco rispetto? Ti è chiesto di fidarti pienamente di chi ti sta fornendo quel numero esatto di viti e di rondelle: non ne troverai una sola in più del necessario, per cui dovrai farne tesoro come un dono del Cielo. E anche dei consigli altrui dovrai fidarti: se sta scritto di usare un cacciavite, tu non osare — mai e poi mai — affondare la vite a colpi di martello, perché il divano Ektorp tuonerà peggio di Odino. Insomma: bando agli egoismi, sii un essere in ascolto, sempre. Pura saggezza. Mi mancherai, zio Ingvar.

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