dal Fatto quotidiano: Mercato delle sentenze al Consiglio di Stato

 

 

Ansa
Palazzo Spada L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato; sotto, l’ex presidente di sezione Riccardo Virgilio

Il tempio della giustizia amministrativa profanato dal baratto. Per i pm di Roma c’è “un sinallagma funzionale tra la funzione pubblica e le utilità ricevute”. Chi in questa storia veste il ruolo dello Stato è Riccardo Virgilio, Presidente della IV Sezione del Consiglio di Stato, in pensione da gennaio 2016. Chi invece tende la mano, le “utilità”, sono invece due avvocati, non di primo pelo: Piero Amara, 48enne, in passato anche difensore dell’Eni, e Giuseppe Calafiore, entrambi siciliani.

È solo la prima tappa di un’inchiesta entrata fin dentro il Consiglio di Stato, il secondo e ultimo grado del giudizio amministrativo dove di fatto si decide l’assegnazione degli appalti pubblici. Ieri ci sono stati i primi arresti ma l’indagine è più ampia. L’avvocato Amara è finito in carcere, mentre Calafiore è ai domiciliari. Per Virgilio invece la Procura aveva chiesto una misura minore, l’obbligo di firma, ma il gip non l’ha concessa. Per tutti l’accusa è di corruzione in atti giudiziari.

Arrestato anche Fabrizio Centofanti, socio e amministratore di fatto della Nuove Energie Srl, accusato di far parte con Amara e altri sette persone dell’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Ai domiciliari è invece finito anche Enzo Bigotti. L’imprenditore piemontese è diventato famoso quando il suo nome è stato citato negli atti dell’inchiesta Consip. L’ex amministratore delegato di Consip aveva raccontato al pm napoletano Henry John Woodcock che insieme a Denis Verdini e proprio ad Amara, Bigotti era andato a pranzo con lui per perorare la causa delle sue società in Consip.

IN QUESTA INCHIESTA è indagato per la presunta bancarotta fraudolenta della Ge.Fi. Fiduciaria e per false fatture.

Tutto inizia con una segnalazione di operazione sospetta dell’Uif, l’Ufficio di informazione finanziaria della Banca d’Italia: 751 mila euro che a dicembre del 2014 passano da un conto svizzero intestato al giudice Virgilio (causale del trasferimento: “Finanzimento socio”) a un conto intestato alla Investment Eleven Ltd, società maltese. Secondo la segnalazione, titolare di questa società era tale Marco Salonia. I pm lo interrogano il 3 maggio 2017 e Salonia spiega di “aver agito (…) come presta-

nome” dei due legali Amara e Calafiore. I magistrati romani non contestano al giudice Virgilio i 751 mila euro, che erano suoi (ancorché probabilmente non dichiarati al fisco, secondo il giudice), ma la “veicolazione” e la “garanzia” dell’investimento.

Scrive il giudice: “Virgilio aveva interesse a mantenere occulta la somma di danaro detenuta sul conto svizzero agli organi dello stato italiano”. Non solo: “Amara e Calafiore, a garanzia del debito contratto dalla società con Virgilio, rilasciavano una fideiussione con la quale garantivano sia il capitale investito che gli interessi, nel caso di default della società beneficiaria del finanziamento”.

In cambio di questo doppio favore, secondo i pm, Virgilio metteva a disposizione la sua funzione di giudice del Consiglio di Stato in vari procedimenti “verso soggetti i cui interessi erano seguiti” proprio dai due legali. Nell’ipotesi dell’accusa sono ben 18 i procedimenti amministrativi sospetti. Riguardano due gruppi societari i cui interessi erano seguiti dai due legali: la cooperativa bolognese Ciclat e la Exitone di Ezio Bigotti. Le sentenze emesse dai collegi in cui era presente Virgilio, per i pm, sono quasi sempre a favore delle ricorrenti.

Operazioni sospette

L’inchiesta inizia con una segnalazione sospetta dell’Uif, l’Ufficio di informazione finanziaria della Banca d’Italia: 751 mila euro che a dicembre del 2014 passano da un conto svizzero intestato al giudice Virgilio (Causale del trasferimento: “finanziamento socio”) a un conto intestato alla Investment Eleven Ltd, società maltese.

False Fatture

Insieme all’avvocato Amara ieri è finito in carcere l’imprenditore Fabrizio Centofanti, ex militare, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale.

L’avvocato Amara, prima ancora che gli fossero mosse contestazioni sul punto, ha presentato una memoria difensiva ai pm per spiegare i suoi rapporti con Virgilio. Nella memoria spiega di aver proposto a Virgilio “di entrare in partnership per un investimento nel settore delle telecomunicazioni” nella tecnologia cosiddetta N.Touch. Tra i soci di Amara in questo affare poi tramontato c’era anche Andrea Bacci, amico storico di Matteo e Tiziano Renzi, che ultimamente hanno però raffreddato i rapporti con lui. Bacci è estraneo all’inchiesta ma finisce anche lui nell’informativa di un’autorità antiriciclaggio estera che fa partire l’indagine.

L’INFORMATIVA fa accenno a “trasferimenti della Investment Eleven Ltd da (93 mila euro) e verso ( 186 mila) Andrea Bacci apparentemente riferiti alla “Racing Horse sa”, società svizzera dell’imprenditore toscano che si occupa di pelletteria.

Oltre al giudice Virgilio, nell’informativa della Finanza vengono citati anche altri togati che però nei provvedimenti emessi ieri non sono indagati. Il nome più noto alle cronache è Nicola Russo, presente come giudice in un provvedimento che riguardava anche le società Exitone e Ciclat e già indagato per rivelazione di segreto per una vicenda nella quale ha ottenuto però un pronunciamento favorevole della Cassazione.

NELL’INFORMATIVA della Finanza è citato (non indagato) anche Francesco Saverio Romano. Piero Amara voleva pagare 10 mila euro al mese all’ex ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi per i suoi servizi professionali. “Dall’attività tecnica eseguita in data 12 gennaio2017 – scrive la Guardia di Finanza – veniva intercettato sulla mail in uso all’indagato (Amara, ndr) un contratto quadro di consulenza professionale a firma degli avvocati Amara Piero e Romano Saverio per cui il Romano con decorrenza 11 gennaio 2017 e per tre anni avrebbe percepito 10 mila euro mensili per la collaborazione prestata allo Studio Legale Piero Amara Partners”. Romano, candidato alla Camera alle prossime elezioni, spiega al Fatto: “Piero Amara mi propose una collaborazione con il mio studio legale di Palermo e però quando formalizzò io non ho firmato e ho preferito lasciare cadere la cosa. Non ho mai percepito i 10 mila euro al mese che lui lecitamente mi proponeva”.

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