dal Fq: “ENI, il piano di usare Lotti e Carrai per il depistaggio”

Depistaggio sulle inchieste

Ansa
Oro nero L’impianto Xerox di Eni a Lagos (Nigeria). Sotto, Piero Amara e Massimo Mantovani

Il depistaggio dell’inchiesta sulla maxi tangente nigeriana prevedeva le testimonianze di tre persone vicinissime a Matteo Renzi, per sostenere la tesi del complotto contro l’amministratore delegato Claudio De Scalzi. I nomi del ministro Luca Lotti e di Marco Carrai erano già stati annotati dal pm Giancarlo Longo nell’elenco di audizioni che avrebbe dovuto effettuare nell’estate del 2016. Il terzo, l’unico a essere sentito in procura, era Andrea Bacci, che, seppure genericamente, confermò l’ipotesi: qualcuno effettivamente l’aveva avvicinato sponsorizzando la nomina di un altro uomo a Eni alla direzione del colosso petrolifero.

L’EFFETTO PIÙ importante di quella deposizione, però, fu un altro: un uomo molto vicino a Renzi, un insospettabile, con le sue dichiarazioni rendeva credibili le parole di Giuseppe Gaboardi, l’uomo pagato, secondo le accuse, per inventarsi la tesi del complotto dinanzi al pm Longo. E fu sempre Gaboardi a citare, nei suoi interrogatori, il secondo amico di Renzi, Marco Carrai. Prima, infatti, parla di un imprenditore iraniano, tale Katwani, che “ha cercato contatti con Bacci per condizionare le scelte del governo, ma senza successo”. Bacci conferma che Katwani gli parla di Eni e di un gradimento per un altro amministratore delegato. Poi Gaboardi aggiunge: “Altri soggetti hanno cercato contatti con il dottor Carrai”.

Il dato inquietante è, però, che dalle accuse della procura di Messina, emerge che il verbale di Gaboardi era “un inquietante falso, visto che era stato redatto direttamente, in forma di domanda e risposta, dall’avvocato Calafiore”. E l’avvocato Giuseppe Calafiore è accusato, insieme con l’altro avvocato Eni, Piero Amara, di aver organizzato il depistaggio con il pm Longo. E quindi, i nomi di Carrai e Bacci, in realtà vengono fatti non da Gaboardi, ma proprio da Calafiore. Eppure Bacci conferma le circostanze con l’effetto di rendere in apparenza credibile la tesi del complotto e il conseguente depistaggio.

Al nome di Bacci, nella lista di audizioni scoperta dal pro- curatore capo Giordano, si aggiungono quelli del ministro Lotti e di Carrai. Due uomini dunque vicinissimi al premier che, come Bacci, avrebbero potuto rendere credibile uno dei più grandi depistaggi mai scoperti. Fatto ancor più grave se consideriamo che, secondo la procura di Milano, a organizzare il tutto, c’era un importante uomo Eni: il capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani, indagato per associazione a delinquere con Piero Amara, Alessandro Ferraro e Gaboardi. La filiera, quindi, non soltanto si allunga ma si fa sempre più inquietante. Il depistaggio, ordito anche dal ca- po dell’ufficio legale dell’Eni, non soltanto prevedeva le menzogne di Gaboardi, ma la chiamata in causa di alti esponenti del governo o intimi amici dell’ex premier.

E che Gaboardi fosse pagato per sostenere questa tesi dinanzi alla procura di Siracusa, si scopre dagli atti di Milano, sempre per depi- staggio, condotta dal procuratore aggiunto Laura Pedio. A confermarlo, dinanzi agli inquirenti milanesi, sono due suoi stretti familiari, Alberto e Patrizia Castagnetti, rispettivamente cognato ed ’ex moglie di Gaboardi. Dice Alberto Castagnetti che Gaboardi gli aveva raccontato di “aver stretto un accordo con il ‘cic- cione’. (…). In forza del patto, il ‘ciccione’ gli aveva chiesto quali fossero le sue esigenze economiche, per fare fronte ai bisogni della famiglia e lui aveva indicato la somma di 5mila euro al mese”. Ma in cambio di cosa, Gaboardi, avrebbe ricevuto questi soldi dal “ciccione”? Gaboardi – dice Castagnetti – disse che i soldi “gli venivano dati dal ‘ciccione’per rendere dichiarazioni e testimonianze… Disse che le dichiarazioni le aveva rese alla Procura di Sir ac u sa ”. E dinanzia al pm, Gaboardi poi sostenne che c’era un complotto per far fuori Descalzi.

CHIAMATI a riconoscere chi fosse il “ciccione”, i due Castagnetti, lo riconoscevano in Alessandro Ferraro. Un altro uomo chiave del depistaggio contestato dalle procure di Milano e Messina. È proprio Ferraro, infatti, che denunciando un surreale sequestro di persona, consente al pm Longo di aprire il fascicolo. E gli uomini vicini a Renzi, in qualche modo, avrebbero potuto dare credito alla tesi. Per quanto riguarda Bacci – che è stato sentito come persona informata sui fatti e non è indagato – l’operazione era già andata in porto.

L’appuntamento con Lotti e Carrai, invece, non poté mai realizzarsi. Dopo gli articoli pubbilcati in quei giori dal Fatto, il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, contatta il suo collega di Siracusa, Giordano, chiedendogli cosa stesse accadendo, in una lunga telefonata. Di lì a poco, il pm titolare dell’inchiesta milanese, Fabio De Pasquale, scende a Siracusa per scambiare informazioni con il collega Longo. Che però non c’è. È stranamente in ferie.

Gli articoli del Fatto allarmano il Copasir, che chiede di poter acquisire gli atti di Siracusa, e il procuratore Giordano decide di coassegnare il fascicolo al procuratore aggiunto Giuseppe Scavone che, leggendolo, scopre l’insussitenza delle indagini e una lunga serie di irregolarità. Il depistaggio viene sventato. Il fascicolo trasmesso a Milano. E le audizioni di Lotti e Carrai, alle quali dovevano tenere molto gli indagati, vengono bloccate.

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