da Repubblica-Robinson: Film doppiato o “o.v.”? diceva Italo Calvino: “ È una prova di barbarie italiana credere che un film doppiato equivalga a un film che parla la propria lingua”

“La senti questa voce? È in lingua originale”

 Inchiesta di Alessio Balbi
Per molti il momento della svolta ha una data precisa. 21 ottobre 2016 quando, prima della messa in onda di The Young Pope, Sky Atlantic mostra un cartello: “È consigliata la visione in lingua originale”. Ci vantavamo di avere i doppiatori più bravi del mondo. Adesso è lo stesso network che produce e trasmette la serie a consigliare: guardatela in lingua originale. È una mezza rivoluzione, esito di un percorso partito in sordina e cresciuto rapidamente, ma quasi di nascosto.
In Italia, secondo il censimento realizzato da MYmovies. it per Repubblica, ci sono centoventotto sale dedicate ai film in lingua originale. A Roma, dove i cinema che proiettano regolarmente in lingua sono undici, solo nell’ultimo mese all’elenco si sono aggiunti tre nuovi nomi. Certo, non sono cifre da fenomeno di massa. Ma quella degli appassionati delle versioni originali è una nicchia agguerrita e in costante crescita, che rappresenta un segmento di mercato appetibile: «A Torino c’era il Centrale, una sala che faticava a sopravvivere, stritolata dai grandi multisala», racconta Fabio Fefè, amministratore delegato di Circuito Cinema. «L’abbiamo dedicata ai film in lingua originale, e così ha trovato il suo spazio». Grazie anche alla facilità di aggiungere sottotitoli alle pellicole resa possibile dal digitale, sempre più spesso sono gli stessi registi a chiedere che le loro opere siano distribuite in doppia versione: da ultimo Luca Guadagnino ha preteso copie sottotitolate di Call me by your namein tutta Italia. E proprio queste che portano agli Oscar sono le settimane d’oro delle versioni originali al cinema, sia per l’offerta di pellicole che per la domanda: schiere di cinefili vogliono guardare Darkest hour in inglese per gustare appieno l’interpretazione di Gary Oldman nei panni di Churchill. Dopo la notte dell’Academy, inizieranno mesi di magra, in cui in sala si troveranno pochi titoli appetibili.
Ma quella che nei cinema resta tutto sommato un’eccezione (centoventotto sale su oltre tremila), quando si parla di home entertainment e di streaming è la
regola: di fatto tutti i titoli presenti nei cataloghi di Netflix, Sky, Amazon Video sono disponibili in due o più versioni con sottotitoli. E grazie ai servizi di video on demand via Internet, che tengono traccia in maniera minuziosa delle abitudini di consumo degli spettatori, è possibile sapere esattamente quante persone guardano le versioni originali in tv in Italia: «Parliamo di un venti per cento del pubblico, mentre l’ottanta per cento preferisce la trasmissione doppiata», dice Fiamma Izzo, direttrice del doppiaggio, doppiatrice lei stessa, ed esponente di una delle dynasty del settore in Italia. Il venti per cento: un partito niente male in un Paese che, fino a dieci o dodici anni fa, non aveva mai sentito gli attori americani recitare con la loro voce reale.
Per molti spettatori, il primo impatto con le versioni in lingua è una questione di necessità: alcuni si costringono a guardarle per esercitarsi con l’inglese. Altri per vedere film o serie tv prima che vengano trasmessi in Italia.
Lo sanno bene i protagonisti di Subs Heroesdocumentario di Franco Dipietro che racconta l’epopea dei pionieri che nel 2005 si chiamarono a raccolta su Internet per autoprodurre sottotitoli per le serie che sulle tv italiane arrivavano in ritardo di anni o non arrivavano affatto. Oggi il portale ItalianSubs. net ha cinquecentomila utenti registrati, oltre cinquecento traduttori volontari e un catalogo di quasi ottantamila file di sottotitoli.
Dopo aver provato l’originale, molti non tornano più indietro. E quella che fino a pochissimi anni fa veniva universalmente considerata un’eccellenza nazionale, diventa agli occhi di alcuni l’ennesimo simbolo dell’arretratezza italiana: “Ma lo sai che in nessun altro paese del mondo la gente va a vedere i film doppiati?”, è il cavallo di Troia con cui il cinefilo filologo tenta di convincere gli amici riluttanti ad accompagnarlo al cinema. I più ardimentosi scomodano Calvino: “ È una prova di barbarie italiana credere che un film doppiato equivalga a un film che parla la propria lingua”, è la citazione scovata in un’intervista dell’ 81 sulla Stampa, in cui lo scrittore si lamentava di non riuscire ad accedere alle versioni originali nei cinema italiani. Sì perché spesso lo spettatore toccato dalla luce delle versioni originali si sente anche l’apostolo di un movimento di evangelizzazione a lungo negletto, la particella di una corrente di opinione che coglie ogni occasione per rosicchiarsi un nuovo centimetro di strada all’interno del sistema.
Il quale sistema, in realtà, non sembra affatto preoccupato: anzi, i professionisti del doppiaggio sono unanimi nel ritenere la libertà di scelta un valore. Sarà che, come nel caso di Izzo, le società di doppiaggio sono le stesse che forniscono sottotitoli alle major, e vedono aumentare il lavoro su entrambi i fronti. «Il doppiaggio è un lavoro di servizio, un trucco cinematografico», dice Francesco Pannofino, attore e celeberrima voce italiana di George Clooney. « È vero che un po’ appiattisce, ma anche i sottotitoli sporcano l’immagine, l’importante è avere la possibilità di scegliere » . E neanche l’orgoglio di categoria sembra particolarmente in discussione: « Non so se siamo i migliori del mondo » , dice Pannofino. «Certo sull’incollo, cioè sull’aderenza della voce alla faccia dell’attore, siamo i più bravi » . Ma per Massimo Giuliani, che ha iniziato a doppiare da bambino ( era sua la voce di Semola, il futuro Re Artù, nella
Spada nella roccia
di Disney), qualcosa sta cambiando, e non in meglio: «Fino agli anni Settanta, il mondo del doppiaggio era fatto di attori», spiega. «Poi è nata una generazione di doppiatori puri. E con il digitale la qualità del lavoro è decisamente peggiorata: la tecnologia non è servita a migliorare il prodotto, ma a farlo più in fretta».
E non aiutano la reputazione del settore le operazioni di ridoppiaggio sempre più frequenti proprio sui servizi di streaming che, quando mettono in catalogo vecchi film, piuttosto che pagare nuovamente i diritti sulle traduzioni d’epoca, preferiscono rifarle sottoprezzo e con risultati più che discutibili. Portando nuovi consensi al partito di Babele. ?
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Giro del mondo (coi sottotitoli)
Il doppiaggio — fatta eccezione per i prodotti per bambini, doppiati ovunque — è quasi inesistente in Usa, Canada, paesi scandinavi, Portogallo, Australia e nei paesi di lingua araba (tranne i francofoni Algeria e Marocco).
È invece diffuso in Italia, Germania, Austria, Francia, Spagna, Sudamerica, Cina e India. In Russia ed Europa centrale si fa ricorso a un altro strumento: la voce fuori campo

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