da Repubblica-Robinson “La sexy bolla del desiderio   Può il debito essere sensuale? Storia di un batticuore cominciato in J.P. Morgan. e non ancora finito” di Letizia Pezzali

Il libro e l’autriceSchermata 2018-02-25 alle 16.15.01
Letizia Pezzali è nata a Pavia nel 1979.
Ha studiato economia alla Bocconi e all’università del Michigan e lavorato alcuni anni nel settore finanziario a Londra. Quest’anno ha pubblicato il suo secondo romanzo, Lealtà (Einaudi Stile Libero), già venduto in sette paesi
Poco prima della crisi finanziaria alcune banche lanciarono sul mercato una delle più grandi operazioni di debito europee. Io lavoravo in J. P. Morgan e partecipai a quell’operazione. Ero giovane, ma vivevo a Londra già da un po’; stavo molto in ufficio, immersa in un ambiente dai confini precisi, i passi attutiti dalla moquette. Seguivo il flusso degli eventi, venivo assegnata ai progetti in base a criteri difficili da leggere, e il venerdì sera uscivo con gli altri, in generale maschi, perché l’ambiente era così. Andavamo a cena, parlando del più e del meno, poi in discoteca, senza mai scrollarci di dosso il linguaggio del mercato; ricordo un collega che disse: “ In questo locale il 60 per cento delle persone sono donne e l’80 per cento sono belle, il bacino potenziale è del 48 per cento”. Una mattina il mio capo mi aveva convocata in una stanza, aveva chiuso la porta e mi aveva annunciato: “Lavorerai sull’acquisizione dell’anno. È un segreto, sii orgogliosa. Questo è il motivo per cui da bambina volevi lavorare in finanza”. Non gli risposi che da bambina volevo fare la veterinaria, non sarebbe stato sensato e neanche gentile: lui riteneva di propormi una cosa meravigliosa, perciò sorrisi. In verità non ho mai conosciuto nessuno che volesse lavorare in finanza sin da piccolo, una volta ho sentito di uno che a cinque anni voleva fare il cassiere del supermercato “perché è quello che prende i soldi”. Quando gli spiegarono come stanno le cose restò deluso, un classico caso in cui la realtà è meno fiabesca di quanto immaginassimo. Il lancio dell’operazione consistette in una presentazione al mercato: un fondo di private equity, che investiva cioè in società non quotate, comprava un gruppo inglese usando poco capitale proprio e molto debito, come si fa nel leveraged buy- out
(una modalità di acquisizione); il rischio era alto ma non eccezionale, le dimensioni dell’indebitamento però erano ragguardevoli. Decine di persone si riunirono in un palazzo della City: ampie finestre, fuori vento e pioggia sottile sebbene fosse estate, dentro discrezione, piccoli cibi e bevande; niente di esagerato nel catering perché esagerati erano già i numeri e per il resto si doveva stare composti. La finanza ha questo: è capace di dire con serenità frasi come “venti miliardi di dollari”. Le dice, poi si aggiusta la giacca, si ravvia i capelli e sorride.
Il settore veniva da un periodo di successi: le operazioni di debito erano popolari, cercate, sensuali. Lo so, sembra strano parlare di debito sensuale, ma è così: il debito vive nella possibilità, come Emily Dickinson (mi perdoni Emily Dickinson); il debito, forma speciale di denaro, è il sogno di fare le cose usando pochi soldi propri e molti soldi altrui. E l’operazione che proponevamo era buona: la società aveva ottime prospettive. Eppure in quella sala, dove la temperatura era ottimale e la luce artificiale gradevole, in quel luogo dove si respirava esattezza, per la prima volta avvertimmo l’inquietudine. Qualcosa si guastò. Non fu uno squarcio, piuttosto un piccolo foro che lascia intravedere uno scenario imprevisto. I mezzi sorrisi degli investitori al termine della presentazione, il loro non fermarsi a lungo. Forse il disagio al cospetto di tutti quei miliardi da distribuire sul mercato: troppi? Poche settimane dopo il sistema crollò; l’operazione incontrò rallentamenti anche se alla fine andò in porto. Ripensandoci ricordo una sensazione di imponderabilità e sbigottimento.
C’è chi compara una bolla speculativa a un disturbo della personalità. Come se l’euforia irrazionale ( di cui parla Robert Shiller) fosse la risposta a un’angoscia di fondo. Esistenziale e collettiva. Pensiamo ai bitcoin: la maggioranza di noi ne sa poco, mentre quelli che ne parlano bene sembrano gli adepti di una setta, si comportano da seguaci di un’idea potente. Il bitcoin dà speranza e senso di opportunità. Le bolle (i bitcoin potrebbero esserlo) sono questo: entusiasmo, frenesia, invidia per chi i soldi li ha già fatti e timore di perdersi qualcosa. Attaccamento emotivo. Squilibrio psicologico? Forse. È interessante come l’economia tradizionale si fondi sull’idea di un essere umano del tutto razionale; per fortuna non sono più in molti a crederlo e studiosi quali Richard Thaler rivedono i modelli riconoscendo che siamo razionali solo ogni tanto, diciamo quando capita. Spesso, per esempio, abbiamo problemi di autostima: troppa o troppo poca. I trader a volte eccedono nella fiducia in sé stessi, altre si conformano al comportamento diffuso e temono di perdere il treno. La bolla è l’effetto di condotte ingannevoli, da commedia, oppure una tragedia shakespeariana? In ogni caso il materiale è profondamente umano. Anni fa il capo di un fondo speculativo suggerì ai suoi sottoposti ( tutti uomini, come quasi sempre nei fondi di quel tipo) di prendere estrogeni per aggiungere “un tocco femminile” alle strategie. Sosteneva che l’eccesso di mascolinità fosse alla radice di scelte non sempre razionali. Mi chiedo come mai non abbia pensato di assumere delle donne. Un essere umano razionale avrebbe fatto così. ?
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