“Grande Gatsby resta con noi. ” di Baz Luhrman

grande gatsby.jpgL’autore
Nato a Sydney (Australia) nel 1962, Baz Luhrmann è regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nel 2013 ha diretto Leonardo DiCaprio in Il grande Gatsby, tratto dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Il film ha vinto due Oscar: scenografia e costumi
Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald, fu pubblicato nel 1925, quando il suo autore non aveva nemmeno trent’anni. Nel libro Fitzgerald prefigura a grandi linee il crac del mercato azionario che sarebbe arrivato nel 1929. Dopo un’estate di feste sfrenate e intrattenimenti mondani inzuppati di alcol, una Daisy ubriaca investe Myrtle con la macchina uccidendola, e quella notte muore anche il sogno di Gatsby. Fitzgerald una volta, a proposito degli anni Venti, disse di essere sicuro che “la vita non era la faccenda spensierata e noncurante che credeva quella gente”. Sapeva che c’era qualcosa di sbagliato nel tessuto morale della società e pronosticava che fosse solo questione di tempo prima che tutta quell’“ abbondanza” venisse giù come un castello di carte. E così fu. “ Il periodo di dieci anni che, riluttante a morir fuori moda nel suo letto, spirò in un balzo spettacolare nell’ottobre 1929”. Il mattino dopo che Daisy ha investito Myrtle, il marito di quest’ultima, Wilson, da tempo infelice, uccide Gatsby mentre sta finendo di farsi una nuotata nella sua spettacolare piscina.
Oggi, nella nostra epoca, vediamo un disagio morale simile riguardo ai metodi che usa la gente per fare soldi, riguardo al modo in cui trova realizzazione il Sogno Americano. Era vero quando abbiamo girato il film, alcuni fa, e penso che continui a essere vero ancora adesso, forse addirittura di più. Certo, banchieri, politici e magnati dell’immobi-liare, le stesse identiche persone che avrebbero preso parte agli sfarzosi ricevimenti di Gatsby quasi un secolo fa, sono gli stessi che ancora dirigono le danze. Forse non hanno mai smesso di farlo. In ogni caso, la critica tende a sostenere che Il grande Gatsby è il Grande Romanzo Americano del XX secolo. Io direi che mi sembra prefigurare efficacemente anche il XXI. Di certo non c’è descrizione migliore della fase in cui viviamo dell’osservazione di Nick Carraway la prima volta che assiste a un ricevimento di Gatsby: “Un parco divertimenti”.
Forse il successo del Grande Gatsby come istantanea di un’epoca lo condannò a essere congelato nel tempo, elegantemente incorniciato e appeso al muro. Quello che voglio dire è che anche le persone che amano il libro forse sono convinte che sia semplicemente un bell’oggetto, da maneggiare con cura, una poetica narrazione dall’interno di un’epoca ormai passata, che siamo convinti di esserci lasciati indietro, quando in realtà la forza del romanzo di Fitzgerald è proprio nel fatto che si tratta di una creatura che vive e respira: il riflesso che ci rimanda dei meccanismi di fondo della nostra società è applicabile oggi come lo era nei ruggenti anni Venti. Ma la cosa più straordinaria, ai miei occhi, non è tanto la critica che fa, quanto la ricetta che propone. Jay Gatsby indossa completi rosa shocking e guida una smagliante macchina sportiva gialla, ma ci dimostra che la strada per tornare a fare grande il mondo è vivere non per noi stessi ma per ideali più grandi di noi. Fitzgerald amava dire che la prova di un’intelligenza acuta è la capacità di coltivare nella propria mente due idee contrapposte nello stesso momento, sapendo che sono entrambe vere.
Francis Scott Fitzgerald morì di infarto il 21 dicembre 1940, mentre mangiava una barretta di cioccolato nel suo appartamento a Hollywood. Aveva quarantaquattro anni e gli ultimi li aveva passati a scrivere sceneggiature di scarso successo per la Metro-Goldwyn-Mayer. Aveva anche completato 44mila parole di un romanzo incompiuto, Gli ultimi fuochi. Qualcuno dice che i suoi libri erano fuori commercio, ma non è vero: quell’anno Fitzgerald aveva venduto nove copie di Tenera è la notte e sette copie del Grande Gatsby, guadagnando 13,13 dollari di royalties.
Schermata 2018-02-25 alle 16.29.33.pngIl resto dei suoi libri giaceva in un magazzino della Scribner’s, la sua casa editrice, o se ne stava a prender polvere sugli scaffali delle librerie. Ogni tanto, in quegli ultimi anni, si vedeva Fitzgerald entrare e uscire dai negozi comprando copie dei suoi stessi libri, perché registrassero qualche vendita. Negli ultimi mesi prima della sua morte disse al suo redattore storico, Max Perkins, che voleva pubblicare una raccolta di tutti i suoi libri, “magari senza il mio nome, per attirare il pubblico sotto i trentasei anni”. Non se ne fece nulla, al pari di molti altri progetti abborracciati. La cosa che più lo deprimeva era il fatto del Grande Gatsby. Scrisse a Perkins: “La stampa a 25 centesimi potrebbe mantenere Gatsby sotto i riflettori? O il libro è impopolare? Il suo momento è passato? Una nuova pubblicazione in quella collana, con una prefazione scritta non da me ma da qualcuno degli ammiratori dell’opera — forse riesco a trovarne uno — riuscirebbe a farne un’opera prediletta dalle scuole, dai professori, dagli appassionati di prosa, da chiunque? Ma morire, in modo così completo e ingiusto, dopo aver dato tanto! Ancora oggi nella narrativa americana quasi tutto ciò che si pubblica porta più o meno il mio marchio: nel mio piccolo, sono stato un originale”. ?
© SP BOOKS / EDITIONS DES SAINTS PÈRES — BAZ LUHRMANN / TRADUZIONE DI FABIO GALIMBERTI © RIPRODUZIONE RISERVATA

Un pensiero su ““Grande Gatsby resta con noi. ” di Baz Luhrman

  1. Sono rimasta veramente sconvolta dal triste finale di Gatsby e per questo dico sempre a tutti che quando si prova un sentimento bisogna dirlo e non aspettare mai.

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