da Repubblica Kuciak, tre nomi di ’ ndrangheta nell’inchiesta che lo ha ucciso Il direttore di Aktuality: “Lo hanno ammazzato per quello che stava per scrivere” Uno degli imprenditori citati nei suoi appunti: “ Speculazioni politiche, io non c’entro”

GIULIANO FOSCHINI,
Di che cosa stiamo parlando
Il 22 febbraio è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa nella sua casa nei pressi di Bratislava il giornalista investigativo Jàn Kuciak: con lui, uccisa anche la fidanzata.
I corpi sono stati trovati domenica.
Il reporter 27enne del sito Aktuality.sk indagava sulle attività della criminalità italiana in Slovacchia e sui presunti contatti di persone dell’entourage del premier Fico con la ’ndrangheta. Il duplice omicidio segue quello di ottobre della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia: denunciava la corruzione sulla sua isola
Dal nostro inviato
BRATISLAVA
ROMA
Il desk di Jàn Kuciak nell’open space della redazione del sito
Aktuality, sorvegliata da quattro agenti armati della polizia, è ora una scrivania vuota. Come la sedia ergonomica nera che le è di fronte. Mercoledì scorso, 21 febbraio, ci si è seduto un’ultima volta, nel chiasso creativo di uno spazio arredato con puff azzurri, lavagne e poster di Batman e Capitan Harlock. Aveva chiuso la prima parte dell’inchiesta cui lavorava dal dicembre 2016 sui legami tra uomini in odore di ’ndrangheta e l’ufficio del primo ministro Robert Fico (pezzo pubblicato postumo ieri in rete).
Ricorda Peter Bardy, il direttore: «Quando ebbi finito di leggere, Jàn mi disse: “Che ne pensi?”. E io risposi: “Sembra il plot del Padrino di Mario Puzo”. Ma il problema non era quello che avevo letto, ma quello che ancora dovevo leggere. E che chi ha ucciso Jàn e la sua fidanzata Martina non voleva che nessuno leggesse». Si parte dunque da qui. Da un indizio monco che stringe sui nomi cerchiati in blu di tre calabresi trapiantati nella Slovacchia orientale dove si erano scoperti fortunatissimi imprenditori: Antonino Vadalà, classe 1975, da Melito Porto Salvo; Diego Rodà, di Condufuri, e Pietro Catroppa. E da due nomi che, fino a ieri, giorno in cui, insieme al ministro della Cultura Madek Madaric, hanno rassegnato le dimissioni, erano nella stanza dei bottoni del governo del Paese: Maria Troskova, ex finalista di Miss Mondo 2007, spogliarellista, e quindi funzionaria del ministero dell’Economia e consigliera capo del Premier; Viliam Jasan, ormai ex segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, con un passato di imprenditore nelle agenzie di security. Vadalà, Troskova e Jasan — aveva scoperto Jàn — erano la stessa cosa. O, almeno, avevano fatto affari insieme attraverso la società “Gia management”.
Antonino Vadalà, dunque. La sua foto è sulla lavagnetta di Jàn. La sua voce è in un messaggio di risposta inviato alle domande di Repubblica. Scrive: «Con questa storia non ho niente a che fare. È solo una speculazione politica. Lo dice anche Tibor Gaspar, il capo della polizia». Gaspar, lo vedremo, dice anche altro. Quel che conta è la storia che, di Vadalà, di Rodà e di Catroppa dicono atti custoditi dagli archivi di polizia e di giustizia di Bratislava e Roma. Antonino Vadalà, classe 1975, calabrese di Melito Porto Salvo, nel reggino, ha un passato non esattamente specchiato e che prometteva altro che non una carriera nelle fonti rinnovabili o in agricoltura.
A inizio anni 2000 viene condannato a un anno e 6 mesi per aver favorito, insieme a un uomo del clan Libri-Zindato, la latitanza di Domenico Ventura, boss di ’ndrangheta ricercato per omicidio. Antonino porta anche un cognome pesante. I Vadalà sono una famiglia di rispetto di Bova Marina. E non è chiaro quanto lui e il padre Giovanni in quella famiglia pesassero. Si sa invece che, nel 2009, lasciatosi alle spalle la Calabria, il nostro Antonino presenta un progetto per la costruzione di due centrali per la produzione di energia da biomasse nel distretto industriale di Lucenec (Slovacchia orientale) per 70 milioni di euro. Una bella somma per uno che fino a qualche anno prima nascondeva latitanti. Si sa anche che il business delle “rinnovabili” è una passione tale che con Antonino fa affari Diego Rodà da Condufuri.
Un tipo che, tra il 2012 e il 2017, riceve fondi Ue tramite il governo slovacco per 8 milioni e 300mila euro destinati a centrali di energia a biomasse. Anche Rodà è un cognome pesante. Un clan su cui — come confermano a Repubblica fonti qualificate di polizia — esiste una storia giudiziaria importante per reati legati al narcotraffico e all’associazione a delinquere di stampo mafioso e che «è necessario a questo punto continuare a esplorare». C’è infine il terzo calabrese del “ring” messo a fuoco dalle inchieste di Jàn: Pietro Catroppa, altro cognome di ’ndrangheta, con parentele di sangue negli archivi di polizia. È socio e testa di legno di Vadalà in almeno due delle 73 società a suo nome: la “Prodest” e la “Vadala group”.
Vadalà, Rodà, Catroppa, i cognomi di una parte della corona di spine’ndranghetista del reggino. Il capo della polizia slovacca, Tibor Gaspar, non li pronuncia. Anche se, concede, «è molto probabile che la ragione per cui è stato ucciso abbia a che fare con il suo lavoro di giornalista». Allo stato — aggiunge — l’inchiesta si rigira tra le mani, o almeno questo dà a intendere, pochi elementi di fatto. La data dell’esecuzione — tra giovedì e domenica scorsi, nella casa di Jàn a Velka Maca, 60 chilometri da Bratislava — l’arma, una semiautomatica usata per uccidere sia il giornalista che la sua fidanzata, e una curiosa circostanza, per la quale la polizia ha effettuato un fermo. Dalle intercettazioni in corso su un’inchiesta per narcotraffico, la polizia slovacca scopre infatti che, nella seconda metà della scorsa settimana, due uomini armati si erano dati appuntamento proprio a Velka Maca per ragioni che al telefono non spiegano. «Li stiamo cercando — dice il capo della polizia — e abbiamo fatto, oltre a un fermo, perquisizioni che hanno portato al sequestro di armi e munizioni».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
RADOVAN STOKLASA/ REUTERS

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