da Repubblica « L’uomo che salvò la memoria del buddismo » Federico Rampini sulla mostra che a New York celebra Giuseppe Tucci

Etnologia e religioni
NEW YORK
Avoler essere crudeli, è un nuovo esempio di fuga dei cervelli italiani in America. Anche se in questo caso il pregevole cervello appartiene a un’altra epoca. È l’esploratore-etnologo Giuseppe Tucci (1894-1984), che New York celebra oggi come il fondatore della “tibetologia” contemporanea. Il tributo gli viene offerto dall’Asia Society, il più importante think- tank americano di studi sull’Oriente, che ha uffici in tutto il mondo e anche un museo sulla Park Avenue di Manhattan. Proprio mentre il Museo Tucci a Roma è temporaneamente chiuso, dopo decenni in cui venne sottovalutato, il riscatto avviene grazie alla mostra newyorchese.
Due esposizioni in una. I curatori dell’Asia Society hanno unito una selezione di cinquanta dipinti tibetani della collezione Tucci, insieme con una galleria di foto che ricostruiscono le sue spedizioni avventurose in una terra che allora era davvero ai confini del mondo. E che purtroppo oggi è tornata a soffrire di isolamento, per le misure repressive del governo cinese.
Tucci parte otto volte alla scoperta del Tibet, il suo primo viaggio ha inizio nel 1926, l’ultimo nel 1948.
Lascerà quel mondo nel 1956 quando è già iniziata l’occupazione della Cina di Mao.
Le opere d’arte raccolte dallo studioso italiano coprono un periodo dal XIII al XIX secolo. È la prima volta che vengono esposte negli Stati Uniti. Ma la fama di Tucci era già consolidata e gli esperti di arte antica dell’Asia Society gli danno atto di essere stato «uno dei primi occidentali a raggiungere l’altopiano del Tibet», oltre che uno degli studiosi più rigorosi di quella civiltà. Le sue spedizioni suscitano stupore per le enormi difficoltà logistiche, ambientali, politiche. Tra le due guerre mondiali, per ostacolare quelle spedizioni all’arretratezza del Tibet si aggiungevano divieti di ogni sorta che Tucci doveva aggirare. Il risultato vale la pena: l’italiano mise in salvo dei tesori straordinari, che senza di lui sarebbero scomparsi. Due cose vanno sottolineate per capire l’importanza di quell’impresa.
Primo: Tucci non rubò mai nulla, a differenza di tanti archeologi e antropologi occidentali, le opere che riportò a casa le aveva comprate o ricevute in dono. La spiegazione: i meravigliosi dipinti erano oggetti di culto appesi nei monasteri buddisti, dove (come sa chiunque abbia viaggiato in Tibet anche in anni recenti) il fumo acre delle candele fabbricate col burro grasso di yak annerisce rapidamente ogni oggetto. Una volta “affumicati” i dipinti perdevano utilità e i monaci preferivano sostituirli con nuove raffigurazioni sacre. Perciò li regalavano o li vendevano volentieri a Tucci. Che li fece restaurare con la delicatezza della scuola italiana.
La seconda ragione dell’importanza di questa collezione è tragica. L’80% dei monasteri buddisti in Tibet sono andati distrutti dopo di allora.
L’invasione e occupazione voluta da Pechino – con l’ironia crudele che venne perpetrata dall’Esercito Popolare di Liberazione, come si chiamano le forze armate cinesi – si accanì contro la religione e i luoghi di culto. Il periodo più violento va dagli anni Cinquanta alla rivoluzione culturale maoista, quando l’ateismo di Stato venne imposto in modo spietato. Ma i cinesi non scherzano neanche oggi. Da inviato di Repubblica ho visitato Lhasa più volte: l’ultima da clandestino nella primavera 2008 quando scoppiarono rivolte poco prima delle Olimpiadi di Pechino. La repressione militare che ho visto era terrificante. Da allora le restrizioni agli accessi di giornalisti stranieri sono perfino peggiorate. Se non fosse per Tucci un pezzo di storia dell’umanità sarebbe perso per sempre. E per sbirciare qualche residuo di civiltà e religione tibetana saremmo costretti a passare sotto le forche caudine della storiografia ufficiale cinese. Ma l’esposizione all’Asia Society non ha intenti polemici.
Offre ai visitatori un viaggio iniziatico, un percorso d’introduzione alla storia del Tibet, all’evoluzione del suo buddismo nelle due versioni principali (Sutra e Tantra). Se ne riesce a dedurre anche la fitta rete di relazioni che il Tibet – nonostante la geografia impervia – intrecciò con le civiltà confinanti: il buddismo arrivò dall’India, poi la rielaborazione tibetana influenzò la Cina. La collezione Tucci include tracce di religioni pre-buddiste, poi la loro rielaborazione e inclusione successiva (che a noi ricorda la “cooptazione” di riti pagani in certi aspetti del cristianesimo). Ci sono anche reperti di letteratura e poesia, perfino di scienza.
L’Occidente sta riabilitando gli alchimisti medievali, Tucci aveva già intuito quanto gli studi astronomici tibetani erano avanzati, anche se bisogna decifrarli da un linguaggio artistico-religioso per noi esoterico.
Il percorso dell’esposizione è costellato di omaggi a Tucci anche per il suo «coraggio e resistenza fisica»: accettava pochi accompagnatori europei, li considerava inadatti ad affrontare i disagi di quei viaggi; dall’Europa all’India in nave, il resto quasi tutto a piedi. Gli storici americani gli riconoscono una rara preparazione rispetto ad altri esploratori: lui del buddismo sapeva già molto prima di partire, era uno studioso di prim’ordine delle religioni orientali.
C’è da augurarsi che il riconoscimento dell’Asia Society (fondata dalla filantropia dei Rockefeller dopo la seconda guerra mondiale), contagi il pubblico italiano. Il Museo nazionale d’arte orientale di Tucci è chiuso dal novembre scorso e la collezione sta per essere trasferita all’Eur, nell’edificio che ospita già il Museo Pigorini e il Museo delle arti e tradizioni popolari. Intanto nella nuova sede è aperta una mostra con una selezione dei 40 mila pezzi raccolti da Tucci. Da non perdere.

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