da Repubblica-ROBINSON « Che fine ha fatto il sesso »  di Nadia Fusini

Il libro
Una fratellanza inquieta. Donne e uomini di oggi di Nadia Fusini, di cui qui pubblichiamo una parte della prefazione, sarà in libreria per Donzelli dall’8 marzo (18 euro, 144 pagine). Riprendendo il filo di una riflessione avviata in un suo libro più di vent’anni fa, l’autrice rivisita la relazione tra uomini e donne con tutte le sue criticità
Chi può dubitare che oltre ad avere un corpo, tutti noi uomini e donne siamo un corpo, e grazie al corpo cheabbiamo e siamo articoliamo il nostro rapporto con il mondo? È corpo anche la nostra psiche, nutrita com’è dalla memoria impressa negli organi e nei sensi. Ed è senz’altro per memoria e per tradizione, che la differenza sessuale si deposita in noi come marca di genere, che ci divide appunto in uomini e donne, consegnandoci un’identità, che altro non è se non il trasporto del dato biologico e naturale all’artificio della Legge. Così la Natura si fa Società: grazie al simbolo.
Come si legge nella lettera di Paolo ai Galati, grazie a una nascita seconda, nel segno di Cristo Gesù “ non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna” ( 3, 28). Allo stesso modo, l’identità umana viene reimmaginata passando dal campo semantico della natura e della generazione all’ordine del Nome. All’impero della Lingua. Quando la donna era inchiodata alla natura e l’uomo alla storia, la differenza si rimarcava come un dato inappellabile; ma da tempo non è più così. Venendo meno il rimando alla natura ( anche anatomica) in quanto referente assoluto, la tecnica ha liberato il corpo, deprivando il sesso del suo carattere di primo e fondamentale segno di identità, per offrirlo al gioco, al piacere — come a un’eccedenza di possibilità, una moltiplicazione virtualmente infinita di pose e posture. E di scelte. Svelando in tal modo come i sessi siano assai meno diversi di quanto si pensi, e tendano a confondersi, se non addirittura a scambiarsi. E sì, ci sono uomini che vogliono essere donna e donne che vogliono essere uomo, e per lo più nella scena sessuale i ruoli possono scambiarsi, e l’organo poco conta davanti al fantasma. Non sappiamo forse da tempo che nessuno è mai là dove si crede, ma piuttosto là dove il desiderio lo spinge? Che ne è allora dell’identità di genere? Che cosa difendiamo in suo nome?
Uscite dalle mura di casa, noi donne camminiamo oggi spavalde per strada. E anche per questo, di noi l’uomo ha paura. Si può capire lo shock, il trauma del pover’uomo: trovarsi accanto un corpo femminile, che da schiavo s’è liberato e così facendo gli ha cambiato la vita, lo spaventa. Il contraccolpo è stato forte. Ne è uscito vincitore tra i maschi solo chi ha saputo assecondare la trasformazione, e accogliere la libertà di chi ha accanto a sé nella vita. Gli altri si sono ritrovati sconfitti in una guerra non dichiarata, che hanno perso indecorosamente. E come la storia insegna, dai vinti non ci si può aspettare clemenza. Piuttosto odio. Non a caso la cronaca registra giorno dopo giorno casi di femminicidio, in cui schiumano la rabbia, l’odio, l’impotenza dei vinti.
Viviamo oggi in un mondo profondamente trasformato dall’azione delle donne. Dell’azione e della pratica femminista ci sono dovunque le tracce, e non sono minime. Sono evidenti. E se esistono ancora donne che si consegnano volenterose alla subordinazione simbolica — che è la vera schiavitù, come insegna Simone Weil — la buona notizia è che molte altre donne nel loro modo d’essere incarnano oggi un nuovo pensiero che ribalta l’idea stessa di potere. E di identità. Nella consapevolezza che nella relazione tra un “ io” e un “ tu” c’è la possibilità di un nuovo dialogo, in cui affiorino più tracce di verità. Di reale amicizia. E la volontà di un’alleanza nella costruzione quotidiana di un mondo più giusto per sé e per gli altri.
Nello spirito di una nuova fratellanza questi uomini e queste donne parleranno insieme non di potere, ma di sovranità. Di una sovranità intesa come “ potere di potere”: poter fare, poter essere, poter diventare. Perché in una società non più fondata sul privilegio, sull’orgoglio, sull’arroganza del sesso, si riconosca la differenza sessuale come l’amore per un’esistenza libera, che come tale si realizza nel diventare ciascuno di noi, nel corpo e nella mente, soggetti della nostra vita. Liberi e uguali.
Certo che il corpo proprio è sessuato, e cioè affetto dalla divisione sessuale, ma io che quel corpo abito e le cui pulsioni traduco nei miei atti potrei voler essere l’uno e l’altro, perché no? Invece che vivere nella prigione di un’identità frutto di rimozione e di repressione, potrei volermi conoscere nella mia pluralità. Già, perché no? ?
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