da Repubblica-ROBINSON « Cosa resterà degli anni 80 lo scoprirete agli Oscar » Guadagnino e Lagioia dialogano di cinema, di anni ’80 e di altro…

Dialogo raccolto da Arianna Finos, fotografie di Nicola Marfisi

Guadagnino e Lagioia. L’incontro tra il candidato a quattro Oscar con Chiamami col tuo nome e l’autore di La Ferocia, premo Strega 2015 e direttore del Salone del libro di Torino, avviene in una mattinata assolata nell’appartamento milanese del regista, elegante e spartano, con quell’aria di passaggio che hanno le case di chi vive e lavora in giro per il mondo.
LAGIOIA: « Chiamami col tuo nome è il film di un vero regista. Sulla sceneggiatura d’acciaio di James Ivory hai costruito tutte le tue atmosfere, hai fatto lievitare ciò che è impalpabile e determinante: il sentimento, una certa sensibilità. È un film che chi ama il cinema vorrebbe vedere sempre. Ha tante anime e una dimensione internazionale: c’è un regista italiano, molto cinema francese, gli Stati Uniti. Ma un regista francese o americano non avrebbe saputo girarlo, questo film. Per dire: nessuno scrittore italiano sarebbe capace di scrivere La macchia umana di Philip Roth. Ma nessuno scrittore americano riuscirebbe a scrivere Seminario sulla gioventù di Aldo Busi».
GUADAGNINO: «Ho la sensazione di aver imparato a capire cosa era il mestiere in un momento in cui c’era l’illusione che un certo sistema-cinema durasse per sempre: e poi ci è praticamente scomparso dalle mani. Eppure è quella la lezione che ho imparato: la figura del regista era importante, e l’autore non era — all’italiana — chi scriveva il film ma colui che fa la regia. Howard Hawks e Alfred Hitchcock, per dire banalità nouvellevaguiste, erano il massimo dell’autore. E io sono cresciuto con questa idea, che c’era un territorio, quello del cinema, che corrisponde alle nazioni. Che c’erano le personalità, le curiosità. C’era un senso di cosmopolitismo. E tutto questo mi è rimasto. Un po’ perché sono cresciuto in giro per il mondo, tra l’Italia e l’Etiopia, ho viaggiato molto, ho avuto periodi in cui ho vissuto in città che non erano italiane. Ma se non fai così alla fine il risultato sarà un po’ rachitico: e qui non citiamo nulla sennò sembriamo polemici…».
LAGIOIA: «Parli del cinema due camere e un tinello…».
GUADAGNINO: «O se non è due camere e un tinello il risultato è, ahimè, che sei terrorizzato dalla contaminazione anche quando cerchi qualcosa fuori. Questo è il problema: sei tu disposto, cineasta uomo o donna che tu sia, a farti contaminare, a farti invadere da una alterità che non è quella che conosci e a scardinare dentro di te un certo tipo di paradigmi che comunque sono comodi e ci fanno comodo?».
LAGIOIA: «Contaminare. I grandi artisti sanno farlo. Ai primi concerti dei Pink Floyd c’era Antonioni, che infatti userà la loro musica in Zabriskie Point. O pensa a Kubrick, che usa Ligeti in 2001 Odissea nello spazio ».
GUADAGNINO: «Ma prende anche un musicista contemporaneo dell’epoca che si chiamava Walter Carlos e nel frattempo si trasforma in Wendy Carlos perché è un transessuale e diventa una donna: era un musicista dell’avanguardia synth e Kubrick gli fa rielaborare Beethoven per Arancia Meccanica ».
LAGIOIA: «La cosa bella è che alla fine tu non sei tenuto a sapere queste cose: lo spettatore non deve accorgersene per apprezzarle. La prima volta che vidi Arancia meccanica, da ragazzino, non sapevo che quella roba fantastica passata per il sintetizzatore era la Nona di Beethoven. Ma era così potente che il suo impatto fu enorme. Sulla tua percezione in Italia mi sembra invece abbia pesato l’eterno provincialismo del nostro paese di cui l’esterofilia è l’altro lato della medaglia. Il neorealismo esplose in Francia per essere apprezzato da noi. In tempi recenti ho amato Lacapagira, film del 2000, girato a Bari da Alessandro Piva, e scritto da suo fratello Andrea. Era una storia di microcriminalità, tutto in dialetto, assolutamente innovativo sul piano narrativo. Quando uscì, a Bari si arrabbiarono: “È questa l’immagine che diamo della nostra città?”. Poi il film venne osannato al festival di Berlino e il giorno dopo a Bari i fratelli Piva diventarono eroi cittadini. Pensiamo al caso Elena Ferrante: snobbata in Italia, esplosa negli Stati Uniti. Non è che devi aspettare che un film sia candidato a quattro Oscar per capire che è bello! E se tu non avessi tenuto duro? Ora c’è chi sostiene che funzioni all’estero perché il film mostrerebbe un’Italia da cartolina: ma questa non è un’Italia da cartolina».
GUADAGNINO: «In realtà questa idea che gli americani amino l’Italia pittoresca pecca di una certa miopia. Ora si dice anche che il mio è un cinema che cerca di dare un’immagine dell’Italia da export o da Expò… Non lo so».
LAGIOIA: «Per me è una questione di atmosfere. Ci sono determinati pomeriggi che sono possibili solo in Italia, negli anni Ottanta, con quella luce, con dei precisi movimenti e gesti di certi ragazzi che a un certo punto vediamo sullo schermo».
GUADAGNINO: «Anche perché nulla è stato fatto in maniera casuale. Noi abbiamo fatto una ricerca capillare, lavorato sul luogo. Mi sono fatto aiutare da persone, abbiamo trovato materiali di repertorio e migliaia di foto di famiglie cremasche».
LAGIOIA: «I vestiti delle ragazze… Te li ricordi?».
GUADAGNINO: «Ho detto ai miei collaboratori: non dobbiamo fare un film sugli anni Ottanta ma come se fosse girato nell’83. Dobbiamo pensare che stiamo facendo un film contemporaneo nell’83, non un film in costume. Lo stesso vale per la Berlino del ’77 di Suspiria. Ho detto ai miei collaboratori, non portatemi la vostra idea degli anni Settanta ma facciamola come se fossimo lì. Ci vuole studio, studio».
LAGIOIA: « Per chi è stato ragazzo negli anni Ottanta, vedere quel vestito su quella ragazza, proustianamente… Ti si risveglia proprio quel sentimento lì, di quando eri tu un ragazzo e avevi a che fare con quelle tempeste ormonali che però avevano una forma precisa, o meglio andavano alla ricerca di una postura precisa, un ragazzo o una ragazza, un modo di muovere il collo preciso, un modo di andare in bicicletta preciso e fatale, un modo irriproducibile di attraversare le stanze. E invece l’arte è proprio questo saper riprodurre l’impossibile. Ecco allora che quella sceneggiatura così pesa- continua?
ta non è per te una gabbia, ma un trampolino. Io vado a vedere i film e leggo i libri per questo: per trovare cose che non ci sono mai altrove. Il mio penultimo romanzo ( Riportando tutto a casa, ndr) era tutta una parabola sugli anni Ottanta. Che nel mio sentimento sono un decennio in cui apparentemente non è accaduto nulla, le paillettes, i lustrini, l’edonismo vacuo. E invece è accaduto tutto. Negli anni Ottanta è finito il Novecento. Crolla il muro di Berlino, finisce il mondo diviso in due blocchi. In Italia arrivano le tv commerciali che rompono il monopolio Rai. E, dietro a tutto questo benessere apparente, c’è un grande disagio, sono gli anni delle droghe pesanti, io ricordo a Bari i tossici, erano uno scandalo vivente, la prova che forse non tutto andava alla grande come si diceva. Negli anni Ottanta cambia il clima politico. A Torino, con la marcia dei quarantamila, ci si accorge che i tempi stanno per cambiare, ma in senso opposto rispetto al brano di Bob Dylan. Negli anni Ottanta va in onda il primo reality dell’orrore, quando Alfredino precipita nel pozzo a Vermicino, la Rai fece una diretta infinita e milioni di italiani si trasformarono in un esercito di voyeur davanti allo spettacolo della morte. I Baustelle hanno inciso un pezzo che racconta molto bene quel sentimento: Alfredo, già dal titolo, con l’eliminazione del diminutivo, mi sembra cerchi di ridare dignità alla vittima di quell’incidente e forse a una generazione. A proposito di reality dell’orrore, c’è la notte dell’Heysel: l’Italia fu tra i pochi paesi in Europa in cui la partita andò in onda con la telecronaca. Gli anni Ottanta sono un periodo in cui per me c’è una sorta di trauma senza evento. E allora uno va a indagare quel trauma. È una ricerca dell’invisibile anche quella. Gli anni Settanta hanno un vero evento catalizzatore: l’omicidio di Aldo Moro. Negli anni Sessanta c’è Piazza Fontana. Negli Ottanta non c’è nulla di simile. C’è il vento velenoso che soffia da Chernobyl. Anche là: primo incubo ecologico della storia recente e al tempo stesso, per chi viveva in Europa occidentale, una sorta di evento- fantasma. È un decennio fatto di tante cose interessantissime. Tu quanti anni avevi?».
GUADAGNINO: « Negli anni Ottanta ho avuto dai 9 ai 18 anni. È un doppio movimento: degli anni Ottanta ho una memoria affettiva profonda, di un certo tipo di piacere sensoriale del mio contemporaneo. Certe musiche che sentivi in maniere imbelle: ti arrivavano e poi diventavano parte del tuo immaginario. Cose pop.
Però poi si sono intersecate con cose un po’ più underground perché avevo amici che mi avevano fatto conoscere cose che io, un pochino più piccola borghesia, non avevo visto. Penso a Siouxsie and the Banshees, parlando di musica. O i Litfiba, parliamo dell’ 85/ 86, quei Litfiba. O Lindo Ferretti all’epoca dei CCCP. Ho sempre avuto un certo tipo di curiosità personale, mi sono spinto in territori che erano fuori dal reame elettivo della famiglia da cui venivo: mio padre ha sempre amato libri, letteratura e saggi, quindi io nella mia molta noia leggevo molte cose che non capivo. Tipo la storia del fascismo italiano di De Felice. La lessi tutta, in un’estate, perché non avevo niente da fare. A tredici anni. Sapevo esattamente cosa significavano Ronald Reagan, la Thatcher, Craxi.
Quindi è uno strano mix quello mio. Da un lato c’è quella sorta di nostalgia canaglia che oggi vediamo trionfare come unico senso vero nella nostra epoca. La nostalgia del divertimento e della leggiadria di quelli che ci hanno visto divertirci all’epoca. Tutto il renzismo è quello, tutto il renzismo è Drive In,
senza sapere che cosa è Drive In. Cioè lui non sa fare Antonio Ricci e crede che la lettera di quello che fa Ricci sia il significante: e quindi ha il mito del “cumenda” che si esprime in questa povertà lessicale e intellettuale devastante che contagia tutto. Ma non è colpa sua: è lo strapaese all’ennesima. Gli anni Ottanta sono stati anche il periodo in cui, come diceva Johnny Waters, i ragazzini volevano vestirsi da donna come Boy George, e volevano esprimere una africanamerican attitude come Michael Jackson prima delle sue candeggine. C’era un qualcosa di bizzarro, di strano, di traversale. Certo è che hanno funzionato come un rene per impedire che passassero tutti quei succhi Seventies che erano necessari, secondo me. E poi c’è stata tutta una rielaborazione, una riscrittura completa degli anni Settanta che sono diventati gli anni brutti, neri, che hanno creato solo il disastro di una generazione narcisa, quella del ’68. Tutta questa rilettura folle. Quindi per me gli anni Ottanta sono un doppio movimento: affettività imbelle e consapevolezza dell’orrore. I Novanta sono un decennio che invece devo ancora decifrare».
LAGIOIA: «Arbasino parlava della gita a Chiasso. Rimproverava gli intellettuali italiani che subito dopo il fascismo si lamentavano per essere rimasti indietro. Durante il fascismo non arrivavano libri di Faulker o di Steinbeck, tutto ciò che di interessante accadeva all’estero sul piano artistico era difficilmente reperibile. Per prenderli in giro Arbasino diceva: “ Cari, sarebbe stato sufficiente che voi vi foste fatti una gita a Chiasso. Andavate in Svizzera e vi leggevate i libri che non vi potevate leggere in Italia”. La gita a Chiasso bisognerebbe farla, metaforicamente, sempre».
GUADAGNINO: «La mia gita a Chiasso a quattordici anni era andare alla libreria Sellerio a Palermo dove i titolari non avevano problemi che questo ragazzino allampanato, con gli occhi di fuori e scuro di carnagione, stesse lì a leggere per ore i loro libri».
LAGIOIA: «La gita a Chiasso negli anni Ottanta te la potevi fare perché c’erano tutte le controculture da esplorare. Volevi uscire dall’asfissia di Sanremo? Andavi a sentire i CCCP, i Litfiba di 17 Re, i Diaframma e tutti questi gruppi. Il conformismo è fisiologico non solo in Italia, Luca. Ma tu hai fatto un percorso diverso che finalmente ha pagato».
GUADAGNINO: «Altro argomento di cui bisognerebbe parlare: il pararsi il culo. Devi essere connesso, saper farti ascoltare e ascoltare, devi avere molta fortuna, devi essere curioso della vita: ma soprattutto non ti devi parare il culo. Una delle malattie del sistema Italia è quella di non prendere mai una posizione netta, di essere sul chi vive e non fare nulla che ti possa portare detrimento».
LAGIOIA: «Ma sì, bisogna giocarsela. Se ti proteggi troppo non scopri niente. E ora vai a giocarti gli Oscar. In quest’anno di film bellissimi quattro candidature sono già una vittoria».
GUADAGNINO: « Spero in una vittoria per Ivory, soprattutto perché James è un maestro di novant’anni e un premio alla sua sceneggiatura non originale sarebbe il modo in cui l’Academy dà un riconoscimento a un maestro che non ha mai vinto nulla. Perché c’è un affetto forte per questo film e quello potrebbe essere un modo per sostenerlo. La mia aspettativa è quella. Per il resto ci divertiremo: non andiamo alla cerimonia pensando di vincere qualcosa. L’unico rimpianto è di non poter votare alle elezioni». ?
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