da repubblica-Robinson «La banalità del nazi»   di Paolo Di Paolo

Schermata 2018-03-04 alle 15.47.05.pngTITOLO: IO SONO IL FUOCO
AUTORE: ANTONIO MONDA
EDITORE: MONDADORI
PREZZO: 18 EURO PAGINE: 156 In una scena molto dura del romanzo, il protagonista attraversa Norimberga, la sua città natale, sventrata dai bombardamenti.
Le strade non hanno più l’asfalto; dalle fognature distrutte sale un fetore insopportabile. L’uomo cammina a passo svelto, allarmato, e si trova davanti un cane, “un alano dagli occhi azzurri, dilaniato da una bomba. Non è ancora morto, e guaisce incredulo, “con le budella che penzolavano sull’asfalto”. L’uomo affretta il passo, si sente come inseguito: il guaito di quel cane si fa sempre più forte, più disperato. Alle sue spalle non c’è nessuno, se non l’eco di quel lamento. Il cielo è vuoto, la città irriconoscibile. L’uomo raggiunge la tomba della moglie Hildegard, accarezza la lapide, è questo il suo congedo definitivo: da lei, da Norimberga, dal passato. Ma se si può tentare di fuggire da un luogo, e forse anche dalle proprie ombre e memorie, è impossibile fuggire da sé stessi. Il sesto tassello dei dieci progettati da Antonio Monda per raccontare, in un ampio affresco narrativo, la New York del ventesimo secolo si intitola Io sono il fuoco. Dai sogni esotici di inizio Novecento alla migrazione italiana oltreoceano, da una crisi spirituale negli anni Settanta alle mille luci degli Ottanta, di romanzo in romanzo Monda – lui stesso trapiantato a New York, animatore culturale e collaboratore di Repubblica – incrocia destini e personaggi. Qui, protagonista e voce narrante è Baldur Cranach, già comparso nel libro precedente, L’evidenza delle cose non viste: tedesco, vedovo, riparato a New York sul finire del secondo conflitto mondiale. New York – sostiene Cranach – è un luogo adatto a perdersi, a nascondersi (o almeno a nascondere una parte di sé). Diventa facilmente l’uomo nella folla, il mediocre inosservato, mimetizzato.
Nessuno sa, nessuno deve sapere. E Cranach si accontenta di sopravvivere. Vivere, forse non hai mai vissuto davvero. L’amata moglie Hildegard, accecata dall’ideologia nazista che contagiò anche lui, non c’è più, ma Cranach non ha nessuna intenzione di ricominciare, e nessuno slancio per farlo.
Si accontenta della luce autunnale, che a New York non ha niente di mortuario; del suo stare al mondo al cinque per cento, cercando di non farsi schiacciare dalle accuse che, in un auto-processo ossessivo, muove a sé stesso. Non è stato coraggioso, è stato vile. Non ha compiuto direttamente il male, ma nemmeno è riuscito a evitare di esserne un complice silenzioso. La sua verità è “piccola e banale”: sa di avere cercato un riscatto alla sua pochezza nel sogno marcio del nazismo. “Quel fuoco l’ho sentito: forte, inebriante, purificatore. E in quei giorni ho pensato che l’unica, vera morte fosse credere in quelle favole che hanno reso il mondo un luogo senza speranza. Un lago senza corrente e senza orizzonte”. Monda imposta per questo personaggio una voce asciutta, segnata dal disincanto. Pronta per un monologo teatrale, a metà fra una deposizione e una lettera di addio. Cranach non ha più niente da perdere, ha perso i conti sia con il destino, se si chiama così, sia con la forza di volontà. Può salvare i lampi di qualche ricordo: la passione per Hildegard, gli anni di studio, le lezioni di Fromm e di Leo Strauss. Hannah Arendt sfiorata all’università – “parlava a voce bassa, e i due giovani si sforzavano di catturare ogni sfumatura di quanto stesse dicendo.
Indossava un cappello celeste, goffo e sformato, e uno scialle dello stesso colore, eccessivo per quel primo freddo”. Marlene Dietrich vista da vicino, “un carisma che andava oltre la bellezza”. Baldur, nella sua stagione newyorchese, può anche – a modo suo – innamorarsi: di una donna irlandese occhi verdi, “bellezza sfacciata”, una cicatrice coperta da una croce d’argento appesa al collo, appassionata di boxe. Si chiama Sinead, e crede in Dio, conosce una fede impegnativa, tutt’altro che ovvia; Cranach si aggrappa a lei come a un’ultima occasione. E però lei prima sparisce, si dilegua – scia di luce di una meteora, “forse una cometa, ma è stato un bene averla conosciuta” – poi ricompare, alimentando mistero e desiderio. Basta che Sinead sveli qualcosa del suo passato e del suo inquieto presente, perché Cranach sia soffocato dalla gelosia. E resta a macerarsi, perché l’irlandese scompare di nuovo. Ma forse, senza volerlo, gli sta insegnando qualcosa.
Io sono il fuoco è un romanzo scritto intorno alla voragine che si apre, quasi in ogni esistenza, fra ciò che avremmo voluto essere e ciò che siamo riusciti a essere. Sempre molto meno, sempre peggio di ciò che speravamo. Come è stato possibile? Quand’è che ci siamo distratti? Qual è stato il passo falso, l’errore fatale, il corridoio di inerzia?
Nella voragine si può cadere, o rimanere in bilico – e perfino mettersi a danzare sull’orlo. L’antieroe Baldur Cranach non ha tale grazia, le ombre del male della storia novecentesca lo assediano, ma fa in tempo a provarci. Rispondendo, in ritardo, a una domanda che Sinead gli aveva posto, sotto un cielo di New York troppo illuminato perché si vedessero le stelle: «Cosa restituiamo, Baldur? Te lo sei mai chiesto?».
Lui, lì per lì, resta muto; prova solo a baciarla. Poi la vede avviarsi sulla Settantanovesima, e “scomparire sulla Madison, nella città gloriosa”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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